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Maria Costanza Gallino

Entroterra famigliare e culturale di Roberto Michels

Una borghesia scomparsa.

Note genealogiche per una ricostruzione storica della biografia culturale e familiare di Roberto Michels.


Prefazione di Luigi R. Einaudi[1]

  1. Le ricerche di Maria Costanza Gallino

Senza Maria Costanza l’‘entroterra’ tedesco di Roberto Michels sarebbe rimasto trascurato. Poco dopo la scomparsa di nostro nonno nel 1936 a soli sessant’anni, la sua vedova Gisella Michels Lindner affittò da Luigi Einaudi il ‘piano nobile’ della cascina Tecc[2] a Dogliani, un bel paese delle Langhe allora ancora isolato e autosufficiente. Lì trasferì da Roma la biblioteca e le carte del marito Mancata Gisella nel 1954, rimase tutto chiuso per una ventina d’anni, fino a che la figlia Manon, con l’aiuto del marito Mario Einaudi, trasferì migliaia di documenti a Torino alla Fondazione Luigi Einaudi, creando l’Archivio Roberto Michels che in questi anni è stato utilizzato da notevoli studiosi.[3]

Molta documentazione però non era in Archivio. Al pari di Einaudi, i Michels non buttavano mai via niente. C’erano così tanti materiali al Tecc che i miei genitori li divisero: le carte professionali furono trasferite a Torino, le carte di famiglia finirono a San Giacomo di Dogliani. Portai il busto di Roberto Michels, modellato a Torino nel 1911 da César Santiano, a San Giacomo solo nell’ottobre del 1990, la settimana prima che morisse Manon, mia madre.

Maria Costanza, figlia di Daisy terzogenita di Roberto Michels, nacque nel 1944. Era la più giovane nipote di Michels. Andata in pensione dopo una bella carriera come insegnante di matematica, decise di cercare di capire qualcosa del nonno mai conosciuto e per lei sempre misterioso. Cominciò con i materiali raccolti dalla madre a Torino e a Superga. Poi venne a San Giacomo di Dogliani. Chiusi in un armadio del salone erano conservati documenti, album fotografici, lettere, libri, passaporti, racconti di viaggi, e moltissime altre cose, fra le quali manoscritti di antenati del xix secolo. Delle migliaia di fotografie e cartoline pochissime erano identificate. Da noi erano viste come curiosità storiche. La nostra distanza dalle origini tedesche dei Michels era quasi infinita.

Capire questo passato divenne, invece, essenziale per Maria Costanza. «Ho dovuto imparare il tedesco». Nel 2009 mia moglie ed io abbiamo accompagnato Maria Costanza in automobile alla ricerca di case e cimiteri di famiglia – a Marburgo, Eisenach, Halle, Berlino e Basilea. Solo allora mi sono ricordato delle tovaglie, ricamate con le firme degli ospiti. A tavola dai Michels fra il 1902 e il 1936 c’erano stati inglesi, tedeschi, brasiliani, americani, italiani, giapponesi, belgi, olandesi, rumeni, ungheresi, svizzeri, svedesi – insomma personaggi da tutto il mondo e di ogni possibile stirpe e cultura. Costituivano un mappamondo intellettuale dei tempi. Le tovaglie erano tre; una era andata a finire all’Università di Cornell, dove era stata messa da parte dopo uno sforzo fallito di decifrare le firme.[4]

  1. Ricordi in Famiglia

Anch’io non ho mai incontrato Roberto Michels. È morto a Roma nel maggio del 1936. Io sono nato a Cambridge, Massachusetts, due mesi prima. L’unico ricordo d’infanzia che ho di mio nonno materno è una copia in piombo della sua Légion d’Honneur che, mi disse mia madre, le aveva mandato per me. Più tardi mi regalò un piccolo busto di Apollo, spiegandomi che lo faceva cosicché ricordassi che da giovane suo padre era bello come un Apollo.[5]

E cosi cominciò a parlare a me e ai miei fratelli[6] di Roberto Michels. Ripensandoci da adulto, decisi che mia madre mi aveva preso come un orologio da caricare per mantenere vivo il ricordo di suo padre e non lasciare che fosse sopraffatto dalla presenza dell’altro nonno, diventato Presidente della Repubblica Italiana.

Dopo la nascita dell’ultima figlia Daisy nel 1906, Gisella non è più stata bene. Poi perse un rene. Quando frequentavamo la nonna al Tecc dopo la seconda guerra mondiale, non lasciava il letto. Era circondata da francobolli, nelle camere accanto ai libri e all’enorme scrivania del marito. Adopero ancora una scatola e una lattina che mi regalò dopo averle ricoperte con doppioni dei suoi francobolli. Solo dopo, quando salvavo francobolli dalle lettere ricevute senza poi riuscire a fare altro che metterli via nel cassetto, mi rassicuravo con l’idea che anche l’altro gran collezionista di francobolli che avevo tanto ammirato nella mia gioventù, Franklin Delano Roosevelt, era stato disabile come mia nonna e perciò disponeva del tempo per organizzarli.

Come ricorda Maria Costanza in questo volume, Gisella Michels, nata Lindner, era stata un’attivista culturale e politica, non solo al fianco del marito ma femminista e autrice di articoli scientifici. Una volta ammalatasi la moglie, Michels incominciò a incaricare sempre più le figlie di piccoli lavori. La maggiore, mia madre Manon, mi disse di avere iniziato a lavorare come segretaria di suo padre quando era molto giovane. Nata a Marburgo nel 1904, diceva sempre che avrebbe dovuto invece nascere a Parigi. Era un po’ il riflesso delle sue preferenze e delle molte attività francesi di suo padre. Ma era anche perché si sentiva a disagio negli ambienti prussiani.

Manon non aveva ancora dieci anni quando cominciò ad accompagnare il padre a Parigi, Ginevra, e altri luoghi.[7] I suoi ricordi di questi periodi erano di tradurre e ritradurre saggi e articoli per riviste e giornali. Ottima linguista, si lamentava con me anni dopo, sostenendo che, con ogni nuova lingua imparata, si perdeva qualcosa della purezza linguistica. Insisteva che le lingue in sé erano solo uno strumento di lavoro come la matematica, non un fine in se stesso, ma che servivano per capire e risolvere problemi. Suo padre, infatti, era stato interprete, non di lingue e meno di governi del giorno, ma di nazioni e culture: Colonia e la Renania, Germania, Francia, Italia. Ebbe grandi successi intellettuali, alcuni di rilievo internazionale, ma era anche stato, alla fine della sua vita, un uomo scontento.

  1. I due nonni

Da giovane ero fiero di avere due nonni famosi. Entrambi avevano biografie nelle enciclopedie delle scienze sociali, e volevo esserne degno. Cercare di emularli diventò un peso straordinario.

Erano molto diversi. Einaudi era basso di statura, alto 1.62; Michels era altissimo, a 1.98 un vero gigante. Per ambedue, i libri erano essenziali. Per Einaudi i libri erano da comprare solo se si fossero mostrati autorevoli con il passare del tempo, e allora, se possibile, nelle edizioni originali cercando sempre di avere serie complete. In casa Einaudi, i libri erano oggetti sacri da aprire con cura e da non maltrattare mai. Per Michels i libri erano strumenti di lavoro, documenti dei loro tempi, anche se cattivi, da comprare anche in fascicoli sciolti, e nei quali si poteva benissimo sottolineare passaggi o scrivere ai margini.

Einaudi era di una famiglia piccolo borghese di origini contadine. Rimase sempre con le radici ben piantate nella sua terra, nelle Langhe, nel Piemonte. Anche da Presidente della Repubblica tornava d’estate a San Giacomo e non perse mai una vendemmia. Michels invece era nato in una famiglia della ricca alta borghesia cosmopolita e poi era diventato uno sradicato per quasi tutta la vita. Ascoltando mia madre, pensai che mio nonno si fosse dovuto sentire un eterno straniero.

Einaudi, del 1874, era più anziano di due anni di Michels, che era del 1876. Si conobbero a Torino ‘all’aprirsi del secolo’.[8] All’Università, Einaudi aveva una base sicura come piemontese e professore ordinario; Michels sperava di essere accolto in Italia ma era solo libero docente e in quegli anni conduceva una vita politica internazionale fra l’Italia, la Francia e la Germania.[9]

Fortemente radicato nelle sue Langhe, Einaudi voleva preservare storia e caratteristiche locali disegnando un’Europa federale. Michels, sebbene temesse che i nazionalismi avrebbero condannato l’Europa a «uno stato di discordia perpetuo», era pronto a concepire più grandiosamente una «grande unione europea, che saremmo tentati di chiamare universale».[10] Entrambi viaggiarono negli Stati Uniti: Einaudi nell’estate del 1926, Michels nell’estate del 1927.

Einaudi si considerava economista e cittadino libero, parlava poco e in pubblico piuttosto male: preferiva scrivere. Michels si definiva sociologo ma anche economista. Impulsivo e facile di parola, cercava la platea, ma scriveva molto anche lui. I loro scritti hanno affrontato moltissimi soggetti.[11] Molte volte sono intervenuti sugli stessi problemi. Spesso non erano d’accordo.[12]

I loro figli giocarono assieme da bambini, e il primogenito di Luigi e la secondogenita di Roberto si sposarono a San Giacomo nel 1933. Michels ammonì la figlia che doveva capire che entrava a far parte di una famiglia assolutamente borghese.

  1. Le mie lezioni Michelsiane

Anche senza averlo conosciuto direttamente, devo al mio nonno materno quattro lezioni che mi hanno accompagnato tutta la vita.[13]

Forse la prima è che certe mete sono irraggiungibili, ma non per questo debbono essere abbandonate. Ho letto la Sociologia del partito politico da giovanissimo. Il mio impulso idealista mi fece naturalmente fissare sulla frase ‘nella democrazia moderna’ del titolo. Ho capito che la democrazia era minata da tendenze oligarchiche, ma non che per questo la democrazia non fosse un ideale per il quale lottare.[14] Nel 2004, inaugurando un foro di partiti politici nella capitale del Brasile, ho ricordato Michels e la legge ferrea per sottolineare la necessità di rinnovare le cupole politiche.[15] Ai giovani ho sempre suggerito di cercare di capire che anche se nella vita s’incontrano mille problemi, anche fierissimi, la cosa importante è mantenere vivi i propri ideali a testa alta.

Una seconda lezione: le ideologie vanno prese cum grano salis o d’imperialismi c’è n’è più di uno. Nel 1914, Michels pubblicò un libro intitolato L’imperialismo Italiano, che spiegava e difendeva l’avventura libica cominciata il 1911 come espansione migratoria dei poveri.[16] Nella sua recensione, V.I. Lenin criticò aspramente ‘il servile Borghese’ Michels per avere suggerito che l’imperialismo dei poveri si potesse distinguere dall’imperialismo risultato inevitabile del capitalismo.[17] Nella mia vita diplomatica ho visto tanti imperialismi. Forse quello che più mi preoccupa è quello che chiamerei culturale, quando i forti s’impongono senza nemmanco rendersene conto. Ma è stata la critica di Lenin a Michels che mi ha fatto capire che le ideologie possono accecare, che le parole possono avere molti significati. Le teorie contraddette dai fatti servono poco – insegnamento questo anche molto einaudiano.

Ed ecco una terza lezione: le ‘esperienze dirette ed immediate’ [18] possono essere importantissime specialmente quando le teorie non spiegano o lasciano aperti forti dubbi, e i dati mancano. Michels si riferiva alle sue attività nei partiti socialisti di Italia, Francia e Germania, esperienze dirette che furono essenziali nello sviluppo dei suoi studi sul partito politico. Ho creduto di seguire il suo esempio quando ho fatto politica da studente, e più tardi quando ho accettato un incarico semi-governativo per cercare di capire meglio il perché di certe azioni del governo americano che a me parevano senza senso.[19]

Forse la più importante lezione però l’ho tratta direttamente dalla vita stessa del nonno: la cittadinanza è una condizione fondamentale. Come ricorda Maria Costanza, Michels ottenne nel dicembre 1913 il certificato di svincolo dalla cittadinanza prussiana, ma ricevette la cittadinanza italiana solo nel marzo del 1921. Genett nota che la ‘lotta infelice’ per il riconoscimento del suo patriottismo italiano lo lasciò per anni «un uomo pressoché privo di cittadinanza».[20] Questa condizione nasconde molti dolori e amarezze. Basti vedere il caso delle vacanze in Val d’Ayas citato da Maria Costanza: nel 1916 un Console Italiano considerava «necessario avvertirla che recenti disposizioni emanate dal R. Governo circa gli stranieri appartenenti a Paesi nemici, la esporranno quasi certamente al pericolo di non poter più far ritorno in Isvizzera».

Fiero delle sue origini nella città libera e cosmopolita di Colonia, amante della cultura francese e critico del militarismo prussiano, Michels rinunciò alla cittadinanza tedesca con uno slancio idealista e generoso, opponendosi non solo alla politica del Kaiser ma credendo anche che sarebbe stato accolto in Italia. Non lo fu. Scrivendo anni dopo un libro che fece infuriare Michels, Jules Romains dedicò un capitolo del suo romanzo epico Les hommes de bonne volonté a Un révolutionnaire allemand, descrivendo Robert Michels per nome come «un grand gaillard d’une carrure et d’un aspect si germanique» che pareva il tipico tedesco – e che forse agiva come agente tedesco.[21] Ancora oggi, Michels figlio del Reno, è generalmente visto né come renano, né come italiano, ma come tedesco.

Le ferite dei conflitti tra patriottismo e nazionalismo sono profonde e durature. Mia madre, nata senza religione, ma battezzata cattolica nel 1916 come parte della lunga lotta per la cittadinanza italiana, sviluppò una semplice dottrina: bisogna appartenere alla religione maggioritaria in qualsiasi paese si abiti. «Paris vaut bien une messe».[22]

  1. Conclusioni

Maria Costanza ci fornisce in questo lavoro moltissimi materiali e fonti sull'ambiente di provenienza di Roberto Michels e di sua moglie Gisella che illuminano aspetti della vita intellettuale e culturale dell'epoca in Germania con particolare riferimento alla provincia Renana.

Il lavoro si presenta qui esattamente come lo ha lasciato Maria Costanza il 21 giugno 2015, sei giorni prima di mancare. È il risultato di uno sforzo immane che probabilmente ha prolungato la vita dell’autrice. Maria Costanza si rifiutava di morire prima di finire.[23] E insisteva nel fare tutto a modo suo. Cominciando con il titolo, che doveva essere ‘Entroterra’ e non ‘Radici’ o ‘Retroterra’ o ‘Dizionario biografico’ come le era stato suggerito.

Maria Costanza si lagnava: «Scrivere un libro non è [il] mio mestiere e specie su argomenti sociologici e storici». Infatti, chi leggerà questo lavoro, troverà fonti originali e indicazioni quasi senza fine per approfondire lo studio del Michels, di Colonia e del Reno. Allo stesso tempo, sentirà giustamente la mancanza di sviluppo di certi argomenti sociologici e storici.

Ogni volta che le suggerivo di fare più attenzione a certi temi, per esempio la religione (cattolici, protestanti, ugonotti ed ebrei pullulano in queste pagine), la donna e il femminismo, le città (libere, di residenza, visitate, ecc.), i mestieri o le relazioni di classe, Maria Costanza s’irrigidiva nel mantenere uno schema nettamente genealogico. Altrimenti «bisogna rincominciare da capo» diceva, «bisogna cambiare la struttura mentale». Insistevo allora sull’importanza di avere un buon indice di materie o di argomenti. Per fortuna il testo pubblicato sul web permette di cercare almeno le parole chiave.

Il metodo genealogico interferiva anche in altri modi. Uno degli orgogli del Michels, al punto d’aver scritto un saggio su di lui, era il suo avo Juan van Halen, invitato nel 1830 ad accettare il comando militare della ribellione contro gli olandesi.[24] Dicendo che «la parentela non era certamente diretta», Maria Costanza si rifiutava all’inizio di scriverne. Poi è sorto un altro fenomeno: una voIta adottato il metodo, le sue ricerche l’hanno inevitabilmente condotta oltre i materiali di famiglia. In alcuni casi, ha insistito a inserire materiali che, benché validi da un punto di vista genealogico, non hanno niente a che fare con il Michels o sono perfino accaduti ben dopo la sua morte.

Nella sua introduzione Maria Costanza si riferisce a un’altra discussione che abbiamo avuto. «Non ho ritenuto opportuno intervenire con giudizi o interpretazioni personali». Temo che così abbiamo perso parecchie intuizioni e conclusioni che lei avrebbe potuto trarre dai materiali che ha sviluppato. Quando penso a questi aspetti, sento più che mai la mancanza di Maria Costanza e delle discussioni che avremmo ancora potuto avere. Per esempio, Maria Costanza si occupa molto della relazione di Michels con suo padre Julius, ma poco di quella con la madre, Anna Schnitzler. L’impressione che avevo ricevuto da mia madre era che Michels fosse molto più vicino alla madre e che la relazione chiave fosse con lei, non con il padre.

Timm Genett, oltre che amico di Maria Costanza, è un notevole studioso di Michels. Accenna nella sua introduzione all’importanza rilevante di questi materiali per gli studiosi della storia tedesca. Io invece vorrei esprimere una serie di giudizi e di conclusioni mie, non come studioso del Michels e neanche a nome dei suoi discendenti.[25]

Michels è visto da molti semplicemente come l’autore della Sociologia del partito politico. Il numero di traduzioni indica di per sé la fortuna del libro. Erano quattordici quando è mancato. Nel 2015 il numero di traduzioni è arrivato a trenta.[26] Il volume premiato nel 2014 dal Council on Foreign Relations degli Stati Uniti si riferisce più sovente a Michels che a Marx.[27] Come minimo, la frase «legge ferrea dell’oligarchia» è stata una trovata retorica di prim’ordine.

Detto questo, il Michels stesso scrive che è «un po’ penoso» per un autore di centinaia di articoli di riviste e non meno di una trentina di volumi scientifici rimanere semplicemente «the author of the book on party politics».[28]

Aveva ragione di lamentarsi. Michels rimane oggi al crocevia di moltissime correnti intellettuali del mondo contemporaneo.[29] Prima di tutto scrive in una forma concreta che lo rende utilizzabile dal lettore moderno.[30] Ma non è tutto. Sono i temi e gli argomenti che contano. In Michels il conflitto tra patriottismo e nazionalismo prefigura in certo modo il conflitto attuale tra lo stato sovrano e l’internazionalizzazione dei diritti umani.[31] In Michels si trovano materiali sull’interpretazione del fenomeno migratorio, sulle relazioni di genere e sulle forze nazionaliste che sorreggono ancora gli stati moderni. Per esempio, la relazione inedita su un suo viaggio in Cecoslovacchia del 1923, che pubblica Maria Costanza nell’Appendice C contiene in poche parole analisi che aiutano a spiegare non solo la tragedia degli ebrei durante la seconda guerra mondiale, ma anche i conflitti odierni del Medio Oriente. Scrivendo già in questo nuovo secolo, un studioso Americano conclude che «Michels went beyond [John Stuart] Mill in his concern for the misery of working class women and advocacy of their equal rights; [...] his  Sexual Ethics not only stands up well in hindsight, but equally in foresight for ourselves».[32]

Questa ricca eredità intellettuale è stata sottovalutata anche in virtù della svolta politica di Michels verso il fascismo.[33] Svolta indubbia anche se poco militante, e dovuta a molti fattori, fra i quali, oltre a tante illusioni e delusioni politiche, anche la ricerca della cittadinanza Italiana e di una cattedra nell’Italia governata da Mussolini. Si è detto che Roberto Michels diventò alla fine ambasciatore del fascismo. Però bisognerebbe anche capire che lo è stato più come interprete nazionale che come rappresentante del partito fascista e certamente non del fascismo razzista e violento.[34] Ricordiamoci anche che quando Michels è mancato, le leggi razziali e l’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale erano ancora nel futuro.[35]

Credo insomma che sia meglio ricordare Roberto Michels come l’uomo che scrisse nelle sue pagine autobiografiche rispondendo a Romains a proposito delle sue attività in Francia prima della prima guerra mondiale: «Non ero ambasciatore di nessuno».

Lascio la parola conclusiva all’altro nonno:

«Il suo campo preferito erano le no man’s lands, i terreni di nessuno, nel luogo dei grandi nodi stradali, dove le scienze, le idee, i partiti e i popoli si incontrano e si mescolano e arricchiscono l’un l’altro. Forse le sue origini renane lo inclinarono a comprendere la tragedia delle popolazioni di confine e ad idealizzare nell’Italia la missione mediatrice fra popoli diversi e creatrice di una più alta umanità».[36]


Introduzione[38]di Timm Genett[37]

Una buona ragione esiste sempre, per occuparsi di Robert Michels: la "Sociologia del partito" del 1911 è la sua opera principale, allo stesso tempo sociologico-organizzativa e teorico- democratica. A questo libro Michels deve fino ad oggi la sua fama di classico del pensiero sociologico. L'analisi dei partiti socialisti, in particolare dell'organizzazione di partito della socialdemocrazia tedesca - a quel tempo probabilmente la più moderna - affascina con le sue descrizioni puntuali, verificando le condizioni reali dell’agire democratico, ancora al giorno d'oggi, i lettori interessati alle domande sulla formazione della volontà politica e interessati altresì all'esercizio del potere. Uno dei messaggi essenziali di questo libro neomachiavellico è la negazione dell'utopia socialistica di una società senza classi, priva di relazioni di potere. Chi crede che grazie a una socializzazione della proprietà privata si possa abolire il dominio otterrà, secondo Michels, il comando nello stato sociale, ma chi crede che lo stato sociale, mediante una vasta democratizzazione, possa essere accoppiato alla volontà della base, fallirà nel principio organizzativo: «Die Organisation ist die Mutter der Herrschaft der Gewählten über die Wähler, der Beauftragten über die Auftraggeber, der Delegierten über die Delegierenden». (L'organizzazione è la madre del dominio degli eletti sugli elettori, degli incaricati sui committenti, dei delegati sui deleganti).[39] Dal punto di vista organizzativo-sociologico del Michels, il socialismo - oppure visioni affini a una società non soggetta a dominio - ha soltanto una prospettiva: «Die Sozialisten könnten demnach siegen, nicht der Sozialismus, der in der Stunde des Sieges seiner Bekenner untergeht». (I socialisti potrebbero di conseguenza vincere, ma non il socialismo, il quale, nell'ora della vittoria dei suoi sostenitori, tramonta).[40] Fidarsi, in considerazione di quest'opzione, delle virtù di un Capo non è consigliabile, perchè alla sociologia della dittatura appartiene, a partire dall'opera del Michels, la metamorfosi psicologica dell'incaricato: «Die Revolutionäre der Gegenwart sind die Reaktionäre der Zukunft». (I rivoluzionari del presente sono i reazionari del futuro).[41] La prognosi di Michels, del cambiamento regolare di movimenti sociali emancipativi in nuove forme di potere, nei cent'anni dalla prima pubblicazione della sua opera principale, è stata confermata con altrettanta regolarità. Il più grande successo sociologico del suo libro consiste però forse nel fatto, che la sua descrizione dei meccanismi oligarchici e delle tecniche riguardanti la politica di potere nei partiti democratici, sia dal punto di vista teoretico che linguistico, anche oggi come ieri, è in grado di aiutarci a comprendere meglio ancora il nostro presente politico - nonostante che l'oggetto della ricerca, il socialismo del partito, fosse già tramontato prima della I° guerra mondiale.

Un ulteriore motivo per occuparsi di Michels, è la sua biografia politica. Robert Michels è una delle figure più brillanti nella storia degli intellettuali da 1900 fino alla II° guerra mondiale. È contemporaneamente espressione intellettuale come pure cocreatore di quei quattro decenni culturalmente estremamente produttivi e allo stesso tempo politicamente catastrofici, nel cui centro sta la rottura della I° guerra mondiale, questa ‘catastrofe originale’ del XX secolo (George F. Kennan), in seguito alla quale il cambiamento violento-rivoluzionario divenne non più l'eccezione, bensì la regola nelle società europee. Robert Michels fu a quel tempo sociologo ed economista, liberale radicale e socialista, femminista e riformatore sessuale liberista, cosmopolita e nazionalista, pacifista e interventista; è stato dapprima cittadino tedesco, poi italiano; sostenne i diritti delle minoranze nazionali, per poi sacrificarli di nuovo, quando diede appoggio alla politica espansionistica dello stato nazionale italiano; dopo l'assunzione del potere di Mussolini era attivo come ambasciatore accademico del fascismo italiano, cosa che non danneggiò la sua reputazione scientifica neppure nei paesi liberaldemocratici: tanto che fu nominato professore ospite delle università statunitensi di Chicago e Williamstown, e alla fine degli anni venti Michels insegnò agli studenti statunitensi la nuova figura sociologica del ‘capo carismatico’.

Per le due dimensioni citate della discussione con Robert Michels - quella di scienze politiche che ruota attorno a concetti come democrazia, governo e organizzazione, nonché quella intellettuale e politico-storica, che prende in considerazione la relazione di Michels con la politica e i movimenti sociali del suo tempo - è nata nei decenni passati una lunga lista di pubblicazioni scientifiche. La biografia di Michels è invece, al di là della sua biografia politica, largamente trascurata, e il suo inserimento nella storia di famiglia non ha avuto per niente luogo. Invece è stato Michels stesso che evidentemente ha attribuito a questa storia di famiglia una grande importanza. Si è interessato intensamente alla tradizione di famiglia coloniese e alla sua origine renana sull'esempio di suo nonno Peter Michels, nel cui testo autobiografico emergono continuamente le tradizioni passate dei commercianti patriarcali dell'impresa tessile di famiglia. E nell'anno della sua morte Michels ha anche dedicato uno studio alla famiglia di sua nonna, la nobile famiglia belga-spagnola van Halen, studio che motivò coll'interesse - probabilmente anche della sua propria ‘complessità nazionale’.[42]

Maria Gallino ha percepito per prima, quale grande importanza abbia avuto la storia di famiglia per Robert Michels, che non soltanto in anni avanzati ha scritto le due biografie di Peter Michels e Don Juan van Halen, ma che a partire dalla gioventù, in molti appunti sparsi, ha riflettuto regolarmente sulla sua origine, documentando e ricostruendo questa storia di famiglia. In qualità di nipote di Robert Michels, Maria Gallino ha un particolare accesso a queste fonti. Quello che vi ha trovato, l'ha motivata ad andare oltre il materiale che si reperisce negli archivi di famiglia e nell’Archivio della Fondazione Einaudi ed a cercare sistematicamente susseguente letteratura ed ulteriori fonti. Ne è risultata la prima ricostruzione genealogico-biografica della famiglia del padre di Robert Michels, Julius Michels, e della madre Anna Schnitzler, nonché i loro molteplici rapporti con altre, spesso rinomate, famiglie dell'alta borghesia tedesca. Mentre la ricostruzione degli alberi genealogici arriva fino ai giorni nostri, il centro contenutistico, ordinato in forma di un repertorio famigliare, gravita sulla storia della borghesia tedesca prima della caduta del ‘Regno Germanico’ del 1945. Maria Gallino ci fornisce, nelle sue ‘indagini su una borghesia scomparsa’, questa storia familiare sia nella sua profondità storica, sia nella sua estensione sociale, cioè nello straordinario operato politico, economico e culturale dei Michels e Schnitzler e dei loro parenti. Maria Gallino ha iniziato questo lavoro in pensione, dopo aver istruito come professoressa di liceo generazioni di liceali in matematica e fisica. Dato che lei non è nè una storica nè una sociologa, nella ricostruzione della storia di famiglia dei Michels - e con ciò anche della sua - si è astenuta coscientemente dall'esprimere valutazioni, ossia interpretazioni storiografiche, concentrandosi sulla certezza dei dati biografici e storici riguardanti la famiglia. Il risultato è ben visibile: questo insieme di dati genealogici dei Michels e degli Schnitzler fornisce agli studiosi della borghesia tedesca, oltre alle impressionanti relazioni di parentela, allo stesso tempo un repertorio storico-biografico di persone con citazioni originali e indicazioni letterarie...

Le fonti dirette, nonché le indicazioni di ulteriori fonti, sono un campo fecondo per la ricerca sulla borghesia storica: il comportamento matrimoniale come segno dell'autoriproduzione borghese corporativa; lo sviluppo di un habitus borghese nell'autodescrizione, modo di vivere e usanze; ottimismo di formazione e spirito di intraprendenza; il rapporto con la nobiltà e con lo Stato nonché l'impegno in politica e società. Tutto quello che si può dire riguardo alla borghesia tedesca è certamente soggetto ad uno sviluppo storico, come pure la trasformazione osservabile nella famiglia Michels: da un contesto semi pubblico di produzione e di vita sociale alla concentrazione sul nucleo familiare. La borghesia cambia, nello spazio di tempo considerato da Maria Gallino, continuamente il suo volto, conosce ascese e declini, è una volta borghesia economica, poi borghesia di cultura, un'altra volta nuovo ceto ambizioso degli impiegati.[43] Particolarmente stimolante è il centro regionale del materiale presente a Colonia, come una città nella quale, in seguito all'occupazione francese da parte di Napoleone, è nata una nuova borghesia che dovette definirsi non più mediante privilegi giuridici, bensì attraverso altri criteri sociali di distinzione, soprattutto per mezzo di proprietà, formazione educativa, orientamento al ‘senso comune’ nonché la ‘libera associazione’ nei circoli.[44]

Robert Michels è stato negli anni giovanili uno dei critici più acuti della borghesia tedesca del suo tempo. A suo parere la borghesia liberale in Germania è storicamente fallita, perché - nel contesto della fondazione dello Stato nazionale tedesco del 1871 - ha rinunciato alla richiesta di un ordinamento repubblicano, lasciando alla monarchia prussiana nonché alla nobiltà la guida politica. Secondo Michels la borghesia tedesca è quindi venuta a mancare come agente politico di modernizzazione e si è largamente limitata alla modernizzazione economica del paese, con conseguenze fatali: perché il compromesso storico con le vecchie élites conserva, dal punto di vista del Michels, non soltanto i bastioni di monarchia e nobiltà, ma porta anche ad una corruzione della borghesia che si sarebbe radicata nell'ordinamento impregnato di spirito aristocratico, feudalizzato ed anche militarizzato. Con ciò Michels ha anticipato la tesi, famosa nella scienza della storia del "deutscher Sonderweg" (la cosiddetta via particolare della storia tedesca nei confronti degli altri paesi occidentali), che nella ricerca tedesca sulla borghesia dopo la II° guerra mondiale, fu dapprima sviluppata e curata, poi però, a partire dagli anni ottanta, fortemente relativizzata.[45] Oltre alla sua ribellione politica nei confronti della borghesia, della monarchia prussiana e del militarismo esiste ancora una linea di confronto sessualpedagogica, nella quale Michels sta chiaramente nel campo della giovane generazione attorno al 1900: in un'impressionante quantità e qualità di saggi negli anni 1900 fino al 1910 si è reso intercessore della liberazione sessuale dalle costrizioni di norme della tramandata morale sessuale borghese nonché dell'emancipazione della donna.

La ricostruzione storico familiare di Maria Gallino della biografia di Michels ci permette tra l'altro, di dedicarci al quesito: in che senso la chiara discussione con la generazione precedente, allo stesso tempo lo sia stata anche con i suoi genitori. Le poche fonti sinora pubblicate indicano proprio un tale conflitto.[46] Alla luce delle ricerche di Maria Gallino invece, il nostro quadro precedente di un giovane ribelle deve essere messo in discussione. Conosciamo invece un Robert Michels, il quale, nato a Colonia nel 1876, poi cresciuto a Berlino e all'inizio degli anni novanta ad Eisenach, nell'ambito di formazione borghese della sua casa paterna, che si sviluppò da giovane secondo i parametri del suo ceto sociale, come da aspettative. Gode di un'istruzione scolastica multilingue, sfrutta però anche coscientemente gli spazi liberi di figlio borghese, spazi che favoriscono l'indipendente sviluppo della personalità, senz'altro anche nell'ambito della scuola: se ad appena tredici anni legge Dante nella versione originale, ciò avviene evidentemente al di fuori dai programmi scolastici. Michels è anche sportivo e attivo nel suo tempo libero, del tutto secondo il proprio rango, in circoli di tennis e di hockey. Dal Michels, in età avanzata, sappiamo che in questi anni giovanili conobbe lo storico Heinrich von Treitschke allora famoso, e poi molto discusso, durante una passeggiata nel bosco della Wartburg.[47] Nel ritratto di Maria Gallino della gioventù di Michels, questo mosaico si compone ormai in un omogeneo quadro d'insieme di una conduzione di vita elevata borghese: lo scambio spirituale con studiosi faceva tanto parte della cultura della casa paterna quanto i regolari concerti in casa.

Nel novembre del 1894, a 18 anni, avviene poi il primo vero grave conflitto padre-figlio. Il figlio Robert vuole fare assolutamente il servizio militare e diventare ufficiale, mentre suo padre cerca invano di proteggerlo da questo passo. La fotografia decorativa dell'allievo ufficiale, insieme a sua madre Anna, è in forte contrasto con i suoi articoli mordaci, contro le forze armate come istituzione e attitudine mentale qualche anno dopo. È quindi probabile che che l’esperienza del servizio militare abbia favorito il suo scetticismo nei confronti dei militari; infatti già dopo un anno - nel 1896/97 - sospende la carriera militare. Se avesse seguito i consigli di suo padre, quest'esperienza gli sarebbe stata risparmiata.

Dopo l'interruzione a causa del servizio militare, Michels segue tenacemente, quasi in modo esemplare, la sua strada di formazione e in soltanto tre anni sostiene l'esame di maturità, per poi laurearsi a 24 anni.

Di ribellione quindi, a 24 anni, ancora nessuna traccia, non si nota neppure un conflitto generazionale riguardo all'amore e al matrimonio, quando Robert Michels impara a conoscere ed amare la sua futura moglie Gisela Lindner. Invece troviamo una madre che sta al fianco di suo figlio, evidentemente innamorato di fresco, con parole e consigli sinceri. Robert Michels deve aver avuto anche il sostegno dei genitori, quando con Gisela, per la nascita della loro primogenita, prima del matrimonio, dapprima va per alcuni mesi in ‘esilio’ nel nord d'Italia presso Biella. Almeno qualcuno deve aver finanziato questo soggiorno, che i due, dopo la morte prematura della bimba, proseguirono poi a Torino per motivi di studio. Si può supporre che, anche per questo, il padre Julius Michels abbia concesso il sostegno necessario. Perché - e questa è una scoperta molto importante di Maria Gallino - il padre Julius ha sovvenzionato negli anni dell'impegno socialista di Michels ed anche oltre, sia direttamente o indirettamente tramite la madre, la famiglia di suo figlio, composta da complessivamente cinque persone, con regolari bonifici. Questa scoperta rovescia la supposizione di una rottura di Robert Michels con la casa paterna cioè col padre, a causa del suo impegno socialista. Robert Michels stesso aveva alimentato questa leggenda di una frattura, per esempio scrivendo al socialista francese Augustin Hamon nel febbraio del 1903: «mon père encore vivant, vieux conservateur qui désapprouve le socialisme de son fils de tout coeur, ne me donne rien». (13) E anche la lettera dettagliata alla madre per San Silvestro 1902/03 che si trova nella raccolta di fonti di Maria Gallino, non ci ha lasciato sinora nessuna alternativa ad una interpretazione differente. Ora però Gallino non solo fornisce altri indizi per la tesi della ricerca, secondo la quale Michels in seguito al suo soggiorno prolungato nel biellese e a Torino, per la prima volta ha avuto accesso al mondo ideologico socialista, e che proprio lì inizia il suo impegno socialista, ma mette Julius Michels in una nuova luce, citando la sua lettera a Robert Michels in occasione della sua partecipazione al congresso del partito socialista italiano (PSI), nella quale sembra quasi congratularsi con suo figlio: «Sembra che tu abbia svolto un ruolo (importante) come compagno tedesco a Imola; deve essere stato grandioso, quando tu dal palco, circondato dai più grandi, hai mandato alla massa che passava un saluto da parte dei compagni tedeschi». Il conflitto padre-figlio suggerito dalla lettera di San Silvestro 1902/03, nel contesto delle numerose nuove scoperte di Gallino, deve essere relativizzato e sdrammatizzato. Anche se c'è stato un distacco temporaneo tra Julius e Robert Michels per motivi politici, avvenuto però in seguito al suo ingresso nella democrazia socialista tedesca, allora questo è durato al massimo tre anni e termina nel 1906 proprio nella fase politica più radicale di Michels! A favore della continuità del rapporto di padre e figlio è pure il fatto, che i due sono in grado di discutere polemicamente sul socialismo politico. E la lunga lettera di Michels a suo padre in questo contesto, lettera qui pubblicata per la prima volta, sulla rivoluzione sociale, è talmente ideologica, rudimentale e allo stesso tempo dottrinaria che ci fa percepire, quanto tollerante Julius Michels deve essere stato realmente.

Maria Gallino, oltre a questi dettagli biografici ampiamente sconosciuti, procura alla ricerca per la prima volta l'accesso ai testi sinora non pubblicati di Robert Michels, tra cui una Relazione al Duce relativa ad un viaggio in Germania, 1933, però anche alcune considerazioni autobiografiche, tra cui le Pagine autobiografiche del Michels in età avanzata. A questo punto bisogna certamente prestare molta attenzione, perché Maria Gallino non sottopone le sue fonti, che necessitano d'interpretazione e di contestualizzazione, a nessuna critica delle medesime. Proprio le autointerpretazioni del tardo Michels sono piene di storture del passato e invitano ad interpretazioni, perché Michels aveva la tendenza di ricostruire la storia della sua vita in forma narrativa, probabilmente anche per appianare le sue contraddizioni e rotture. Con la sua sinopsi di prime e tarde fonti, Maria Gallino ci dà in parte la possibilità di inquadrare le frasi contenute nelle pagine autobiografiche, come p. es. «I parenti mi ripudiavano a gara; negavano perfino la parentela stessa» come leggenda autobiografica. Il passaggio citato da Maria Gallino a tale proposito dalla sociologia dei partiti sul ripudio di rinnegati borghesi dalle loro famiglie, di fronte a questo sfondo, non dovrebbe essere esperienza diretta autobiografica nei confronti dei genitori, ma piuttosto un condensato di puntuali conflitti, però tutt'altro che duraturi, col proprio padre, ed esempi contemporanei assai più gravi di vero allontanamento dalle famiglie borghesi.

In altre parti invece manca la possibilità di riconoscere, in base al presente testo, tali contraddizioni e leggende, per esempio quando Michels sostiene nelle sue Pagine autobiografiche, nel contesto della Prima Guerra Mondiale, di non aver partecipato alla propaganda anonima. In realtà, nelle prime sette settimane dopo l'ingresso in guerra dell'Italia contro la Germania, ha pubblicato subito cinque articoli a giustificazione di questa decisione nella stampa svizzera di lingua tedesca, tutti anonimi, in parte con un effetto enorme, tanto più che in un caso era sottotitolato «Von einem Deutschen» (da parte di un tedesco). (15)

In breve: la presente raccolta di fonti è soltanto un nuovo punto di partenza per la ricerca. I documenti e le citazioni qui pubblicati devono essere inseriti nel contesto e approfonditi, dato che in particolare le riflessioni autobiografiche del tardo Michels rendono possibile piùttosto la verifica di come il Michels in età avanzata si sia immaginato la sua identità e la storia della sua vita, non però come quella vita si è realmente sviluppata.

Il grande vantaggio della ricostruzione storico-familiare di Maria Gallino consiste sicuramente nel contesto tecnologico: sarebbe davvero anacronistico, stampare soltanto su carta una tale genealogia, utilizzabile e leggibile piuttosto come un dizionario che come libro. La pubblicazione parallela nel formato Web facilita invece, per la scienza internazionale, la mirata consultazione del materiale da lei ricercato.

Le nuove fonti biografiche presentate da Maria Gallino, non potranno in futuro essere ignorate in particolare da chi si occupa di ricerca su Roberto Michels.






Maria Gallino

Entroterra famigliare e culturale di Roberto Michels

Una borghesia scomparsa.

Note genealogiche per una ricostruzione storica della biografia culturale e familiare di Roberto Michels.

Introduzione

Il n'y a rien de plus attrayant d'ailleurs que de suivre l'histoire des familles à travers les âges. C'est également une tâche à plus d'un aspect instructive. [Les familles Michels et Schnitzler] me semblent constituer une famille type qui présente un intérêt particulier par sa complexité nationale et internationale. Roberto Michels: Don Juan van Halen. 1936.

Sono la più giovane dei nipoti di Roberto Michels, e sono cresciuta circondata da ricordi michelsiani e racconti di mia madre Daisy, interessanti, ma anche fuori del comune. Avevo letto sì qualche scritto del nonno, poi qualche saggio su di lui, avevo parlato con alcuni degli studiosi italiani ed anche tedeschi, ma poi la mia indagine era finita lì.

Nell'ottobre del 2011 fu indetto a Torino un Congresso internazionale dal titolo "La sociologia del partito politico 100 anni dopo (19112011)", organizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi e dall'Università di Torino, per il quale mi ero impegnata a stilare il profilo genealogico di Roberto Michels.

Ho iniziato a comporre la genealogia richiesta seguendo le indicazioni dattiloscritte che il figlio Mario Michels aveva preparato per il padre negli anni trenta, e di cui mia madre possedeva una copia.

Lessi alcuni saggi del nonno su Colonia in italiano, il saggio su Don Juan van Halen in francese, ma presto scoprii che questo materiale non era sufficiente per il mio obiettivo:

il saggio su Peter Michels non era per me raggiungibile, poiché non conoscevo il tedesco.

Chiesi aiuto al cugino Luigi Roberto Einaudi, depositario a San Giacomo di Dogliani di un archivio di famiglia contenente alcune carte e libri che la madre Manon non aveva ritenuto di consegnare all'archivio Michels attivato presso la Fondazione Luigi Einaudi di Torino. A San Giacomo rinvenni carte, memorie, libri per il mio lavoro molto importanti, di cui parlerò in seguito, ma tutti in tedesco.

Mi resi conto che non è possibile descrivere a tutto tondo Roberto Michels, l'ambiente in cui è cresciuto, le famiglie di provenienza, senza conoscere anche il tedesco, sua lingua d'origine. Certo il nonno scriveva perfettamente in tedesco, italiano e francese, o inglese.

Ho dovuto imparare il tedesco.

Sono così stata in grado di leggere ed adoperare per la stesura di questo libro, oltre al saggio su Peter, che già possedevo,

- il saggio di Elisabeth Dahmen, cugina di Roberto Michels, anch'esso su Peter Michels, da lei scritto in parte per correggere, in parte per completare le informazioni del cugino,

- il volume di Nottbrock sulla storia della famiglia Schnitzler: Ph. Nottbrock: "Beiträge zur Geschichte der Familie Schnitzler",

- il volume sulla storia delle famiglie Neven, Neven DuMont curata da Alfred Neven DuMont: Familie Neven. Geschichtliche Nachrichten und Dokumente aus sechs Jahrhunderten sowie Familiengeschichte Neven DuMont,

- il volume sulla famiglia Stein, "Stammtafel der Familie Stein",

tutte famiglie queste direttamente collegate con Roberto Michels e tutti volumi reperiti nell'archivio di San Giacomo.

Ancora più preziosi si sono dimostrati

- le memorie di Constanze Michels van Halen, le "Hauschronik-Notizen", da lei manoscritte e in parte usate dallo stesso Roberto Michels per il proprio saggio sul nonno Peter,

- fogli dattiloscritti dello zio Ernst Michels, anche questi in parte usati da Roberto Michels per lo stesso saggio, come lui stesso scrisse nella prefazione. In essi Ernst descrive a grandi linee i propri fratelli, e l'ambiente urbano della città di Colonia di quel tempo.

Altri gioielli dell'archivio di San Giacomo sono le lettere di contenuto genealogico che, specie negli anni trenta del novecento, Roberto Michels ricevette da parenti

stretti come

- Otto Crome, nipote di Pauline von Sandt-Michels, cugino di secondo grado;

- Max Kaufmann, medico a Stendal, nipote di Marie Mayer-Michels, cugino;

o lontani come

- Hermann Simons di Colonia, pronipote di Mathias Michels, che gli inviò anche la tavola genealogica dei Simons;

o lontanissimi come

- Arthur von Nell, legato alla famiglia Simons di Colonia, famiglia d'origine della bisnonna paterna di Roberto, attraverso la moglie Bernarda von Breuning;

- Paul Marie Bauduin, procuratore di Maastricht, nipote da parte dei van Halen di Constanze Michels-van Halen;

- Antonio Montenegro Yrisarri, nipote di Antonio van Halen conte di Peracampos[48], fratello di don Juan, che inviò anche una tavola genealogica.

Non ultimi per importanza sono da considerarsi alcuni foglietti sparsi, anche minuscoli, su cui erano appuntati a mano piccoli schemi genealogici da parte di Roberto Michels e i fogli manoscritti della moglie Gisella, su cui aveva riportato con cura i nomi dei figli di Peter Michels e di Karl Eduard Schnitzler con la loro discendenza, aggiornata agli anni cinquanta del novecento (Gisella morì nel 1954).

Dall'archivio di famiglia di Daisy Gallino-Michels di Superga, presso Torino, ho potuto tranquillamente consultare libri e saggi del nonno, senza dover ricorrere continuamente all'archivio della Fondazione Einaudi, oltre che disporre di alcuni documenti personali, soprattutto lettere dei nonni Schnitzler e Lindner alla nipote Daisy, della madre Gisella e del padre Roberto, nonché di parenti Michels, tra i quali Otto Crome e la cugina Mia von Posch-Pastor di Vienna.

Ovviamente non è da dimenticare l'enorme mole di documenti, lettere, appunti e quanto altro, reperibile presso l'archivio Roberto Michels della Fondazione Luigi Einaudi. Devo ringraziare l'archivista Guido Mones per l'estrema sollecitudine e cortesia dimostratami nel corso di questa ricerca.

Ancora sulle fonti:

Altre fonti estremamente utili si sono dimostrati due libri scritti da parenti stretti di Roberto Michels:

- dal cugino ed amico di Roberto Michels Paul Kaufmann: "Aus Rheinische Jugendtage. (1919)", un reprint del 2011.

- dallo zio materno Victor Schnitzler: "Erinnerungen aus meinem Leben", che sono riuscita a trovare da un antiquario tedesco.

Entrambi i testi mi sono serviti per conoscere meglio, oltre che le loro famiglie e alcuni loro parenti, anche l'ambiente culturale e musicale della Colonia ottocentesca. Anche di questi testi si era servito Roberto Michels per il suo saggio su Peter.

Infine mi sono servita

- per ricostruire la storia della famiglia collaterale dei von Schnitzler i libri recenti:

Karl-Eduard von Schnitzler: "Meine Schlösser oder Wie ich mein Vaterland fand" del 2010,

Frauke Geyken: "Freya von Moltke. Ein Jahrhundertleben 1911-2010" del 2011.

- per meglio conoscere la società ottocentesca di Colonia, i saggi di studiosi contemporanei:

Pierre Ayçoberry: "Cologne entre Napoléon et Bismarck. La croissance d'une ville rhénane", ed. 1981.

Gisela Mettele: "Bürgertum in Köln 1775-1870", ed. 1998.

Fin qui il percorso seguito per la ricostruzione genealogica e storica.

Ma:

leggendo le Pagine autobiografiche di Roberto Michels, riportate in appendice, poi alcuni dei suoi libri, come ad esempio Il proletariato e la borghesia, Francia contemporanea, ecc, sono rimasta colpita da alcune frasi:

dalle Pagine Autobiografiche:

Mi si rifiutò a priori ogni possibilità di carriera universitaria.

Il socialista, allora, fu considerato quale leproso, e bandito con sommo rigore dalla società. I parenti mi ripudiavano a gara; negavano perfino la parentela stessa.

e nella Sociologia dei Partiti politici ribadiva:

appena il disertore, come membro regolarmente iscritto al movimento dei lavoratori, vuole apertamente combattere a fianco dei «ribelli», viene definito paranoico o mauvais sujet. Il suo prestigio sociale decade paurosamente e perfino la famiglia lo ripudia; i vincoli più stretti della parentela e del sangue si spezzano bruscamente. Genitori e parenti gli volgono le spalle.

Chi erano questi parenti? chi lo ripudiava?

Quale il rapporto con il padre Julius?

La rottura, se veramente c'era stata, quanto era profonda e quanto era durata?

Quale il vero motivo scatenante?

Inoltre:

Nato cosidetto patrizio, a cui i rapporti di famiglia avrebbero agevolata la strada coi più svariati rapporti di parentele e di amicizia colla gerarchia politica ed economica...

Quali erano questi rapporti parentali con la gerarchia?

E infine:

La storia della mia famiglia, abbondante di vicende svariatissime, ascende a zone ed ambienti pressoché disparati di cui ognuno ha le sue tradizioni particolari.

Ed ecco che una semplice genealogia si è trasformata nel testo che qui viene presentato.

Volevo capire, volevo conoscere quest'ambiente, questa società, la società in cui il nonno Michels, ed in fondo anch'io, affonda le sue radici.

Così l'orizzonte si è allargato: mi sono trovata ad indagare su di un'epoca ed un ambiente, quello tedesco, poco noto agli italiani ed anche alla famiglia stessa, a penetrare nell'entroterra famigliare e culturale, praticamente sconosciuta, di Roberto Michels.

La società che ho cercato di indagare è costituita in gran parte da banchieri, industriali, giureconsulti, diplomatici, molti appartenenti all'alta borghesia in gran parte protestante di Colonia, status questo raggiunto nel corso dell'ottocento. Alcuni di loro furono nobilitati dal Kaiser come baroni prussiani, o Freiherren, per meriti legati a prestazioni da loro fornite al Governo o per il loro lavoro. Per consolidare il patrimonio ed il potere industriale e finanziario raggiunto, intrecciarono forti legami attraverso matrimoni incrociati con le famiglie più in vista e loro pari di Colonia. Alcuni si legarono anche con famiglie reali. La parte sesta di questo libro è dedicata, come si vedrà, a queste famiglie, che solo apparentemente non fanno parte del contesto famigliare di Roberto Michels, ma appartengono a quella cerchia, cui appartenevano con ogni probabilità gran parte di quei parenti che l'avevano "ripudiato".

Ed ora veniamo alla struttura del testo ed al metodo usato:

Evitando per quanto possibile interpolazioni o estrapolazioni personali, come spesso vien fatto, ho ritenuto più corretto e divertente fare parlare direttamente le fonti di cui sopra ed altre dichiarate nella bibliografia. Ho riportato fedelmente i passi e non ho ritenuto opportuno intervenire con giudizi o interpretazioni personali.

La prima parte del testo è dedicata ai Michels: partendo dai primi avi di cui si è a conoscenza, pian piano si scende attraverso il bisnonno Mathias, il nonno Peter fino a Roberto Michels, cui è dedicata una parte cospicua del percorso, per terminare poi con i suoi figli. Viene indagato il rapporto di Roberto con il padre Julius relativo agli anni 1902-1910 attraverso le lettere di cui riporto oltre al testo italiano anche l'originale tedesco. Molte di queste lettere dovrebbero essere una novità anche per gli studiosi di Roberto Michels. Alcune di esse, scritte in corsivo tedesco o Kurrentschrift, sono state trasposte in scrittura tedesca moderna.

La seconda parte indaga sulle famiglie van Halen e Simons di Colonia, rispettivamente famiglie di origine della nonna e della bisnonna paterna di Roberto Michels. Un paragrafo a sé è dedicato a Don Juan van Halen, perché, come scrive Roberto Michels in uno dei tanti fogli autobiografici scritti in vista di una cattedra, la nonna Constanze è "discendente dal Maresciallo don Juan van Halen conte de Peracampos, generale e uomo politico spagnuolo, che ebbe una parte importante nella storia del suo paese, nonché in quella del Belgio (1830)".

Nella terza parte vengono presi in considerazione i nove figli di Peter Michels e la loro discendenza. Ad ognuno di essi è collegata in appendice una tavola genealogica, con eventuali collegamenti ad altre tavole.

La quarta parte è dedicata agli Schnitzler, famiglia d'origine della madre Anna. Partendo dai primi antenati, passando attraverso Karl Eduard, il progenitore dei due rami di Colonia si giunge al nonno di Roberto Michels, Robert Schnitzler ed ai suoi figli.

Quindi viene trattato il ramo dei von Schnitzler, capostipite il prozio Eduard, e ad Emilie Schnitzler, sorella di Robert ed Eduard Schnitzler, e alla loro discendenza.

Anche in questa sezione esiste un paragrafo sui generis, dedicato a Louise Berg ed al marito, il Maresciallo Soult di Napoleone: negli stessi fogli autobiografici di cui sopra, Roberto Michels scrive "Il Maresciallo Soult sposò un membro di tale famiglia [Schnitzler]."

Nell'un caso, don Juan, e nell'altro, Soult, la parentela non era certamente diretta, ne' così evidente, ma Roberto Michels spesso li nominava e, nel caso di Don Juan, gli aveva anche dedicato un saggio.

La parte quinta è rivolta alle famiglie Schmidt, Löbbecke, famiglie d'origine della nonna materna di Roberto Michels, Klara Schnitzler Schmidt e alla famiglia Stein, famiglia d'origine da parte femminile del nonno materno Robert Schnitzler di Roberto Michels. Anche in questo caso si sono dedicati due paragrafi ai von Veltheim, parenti d'acquisto, ma anche amici.

La parte sesta tratta delle famiglie più importanti appartenenti alla buona ed alta borghesia coloniese, intrecciate con gli Schnitzler ed i Michels.

Per ogni famiglia è stata predisposta una tavola genealogica in appendice, ciascuna con riferimento specifico al paragrafo cui è riferita e con l'indicazione dei collegamenti con altre tavole, in modo da rendere più agevole la comprensione dei legami.

Chi scrive è perfettamente cosciente che le parti dedicate alle varie famiglie ed alla loro genealogia possono risultare particolarmente ostiche e noiose, se non si è interessati a questo argomento per ragioni famigliari o di ricerca. Si tenga tuttavia conto del fatto che proprio l'esigenza di conoscere l'entroterra famigliare di Roberto Michels ha dato origine a questo libro.

In appendice, oltre alle tavole genealogiche che accompagnano tutto il testo, ho poi voluto affrontare alcuni dei temi in cui spesso mi sono imbattuta negli scritti di Roberto Michels:

- gli Ugonotti: egli si vantava del sangue ugonotto che, attraverso la trisnonna materna Dorothea Ravené, scorreva nelle sue vene;

- la partecipazione di Peter Michels alla rivoluzione del '48 a Colonia e la differenza culturale e sociale tra la Renania e la Prussia.

Sempre in appendice ho voluto inserire alcune, le uniche ritrovate, poesie del nonno di Roberto Michels, il mio trisnonno Robert Schnitzler. "Il nonno, Robert Schnitzler, uomo di ricche doti, e di gusti artistici..." (così descritto da Roberto Michels sempre negli stessi fogli autobiografici di cui sopra), era particolarmente amato dal nipote, che ebbe modo di frequentarlo assiduamente nelle estati ad Eisenach, quando Robert Schnitzler e la moglie Klara erano ospiti della figlia Anna, (questo avveniva negli ultimi anni della vita di Robert che morì nel 1897). Di lui apprezzava la cultura, l'amore per la musica e l'umanità e di lui andava fiero.

Questo inserimento è un omaggio mio personale a questi due personaggi, nonno e trisnonno, che ho imparato a conoscere nel comporre questo libro.

Infine in appendice sono stati riportati anche alcune pagine inedite di Roberto Michels:

  • una lunga memoria sulle sue letture all'epoca di Eisenach, durante il periodo ginnasiale;
  • le Pagine autobiografiche;
  • la Circolare agli amici del 1915;
  • la relazione al Duce sulla Germania del 1933.

Riporto anche un brano che ritengo spieghi molte cose sui titoli onorifici tedeschi che invadono questo libro e che accompagnano i personaggi: "la titolomania dei tedeschi", che Roberto Michels si diverte a prendere in giro; è tratto dal libro "Il proletariato e la borghesia".

Una curiosità a parte è costituita dall'elenco, ove possibile ragionato, delle persone che nel corso degli anni hanno firmato tovaglie bianche di lino, predisposte ad hoc durante le riunioni in casa di Roberto Michels. Vi si incontrano studiosi, professori, pittori, musicisti.

Alcune considerazioni finali:

Per quanto riguarda la figura di Roberto Michels, che nelle mie primitive intenzioni non intendevo trattare, se non en passant, mi sono accorta col procedere del lavoro che non sono mai stati indagati in modo omogeneo e corretto né la sua sfera privata e biografica, ne' il suo ambiente strettamente famigliare e culturale. Ho allora tentato per quanto mi è stato possibile di costruirne un'immagine a tutto tondo, sfruttando lettere ed appunti personali, in genere poco o del tutto sconosciuti, cercando sempre di non interferire mai con la sua figura pubblica di sociologo.

Molte domande comunque sono rimaste sospese, e questo non solo per gli studiosi, ma anche per la famiglia:

  • Perché aveva abbandonato la carriera militare prussiana?
  • Perché aveva scelto l'Italia e non la Francia come patria elettiva e poi effettiva?
  • Quali erano le radici del suo socialismo?
  • Quali del suo fascismo?
  • Può l'ambiente o la società di provenienza motivare in un qualche modo queste radici? o scelte?
  • Perché questo interesse così forte su simili questioni?
  • Cosa pensava dell'Europa, lui che per educazione e per scelta era cittadino europeo ante litteram?
  • Perché la moglie aveva fatto scrivere "figlio del Reno" sulla sua tomba?

Questo lavoro, pur lasciando aperte diverse domande, e forse ponendone altre, ha tentato di aprire una finestra su uno spaccato del mondo tedesco tra la fine del settecento e metà del novecento e sulla vita privata di Roberto Michels. Qualsiasi sia il risultato, una cosa è certa: ho approfondito le mie radici, già in gran parte note grazie a mia madre Daisy.


Note tecniche

Materiale

Grazie all'impegno della figlia Manon e del genero Mario Einaudi, le carte, raccolte con estrema cura da Gisella Michels Lindner dopo la morte del marito nel 1936, comprendenti lettere, documenti privati, foto di famiglia, appunti volanti, sono ora custodite nell'Archivio Michels presso la Fondazione Luigi Einaudi di Torino che pertanto risulta come una delle più complete fonti documentarie sulla vita, sul pensiero e sulle opere di Roberto Michels. Non possiamo perciò che essere d'accordo con Pino Ferraris, quando scriveva:

Gran parte dell'intellettualità mittel-europea attiva nei primi trenta anni del secolo compare [nel ricco e vasto epistolario che raccoglie, presso la Fondazione Einaudi, le lettere degli innumerevoli ed autorevoli corrispondenti di Roberto Michels], così come sono presenti gli esponenti più noti e importanti del movimento socialista europeo e politici e statisti delle più diverse correnti. L'epistolario, mentre si rivela uno strumento decisivo (dal quale non si può prescindere) per una seria ricostruzione della biografia politica e scientifica di R. Michels, in alcuni casi (per la qualità e la quantità della corrispondenza) può fornire tasselli importanti per la ricostruzione storica del profilo di personalità rilevanti della vita politica e culturale. Ma ciò che ci sembra più importante in questo epistolario è l'emergere della trama degli scambi culturali, dei meccanismi delle influenze intellettuali, delle regole [...], visti nell'intreccio variegato e complesso con la dinamica della vita e del pensiero politico, e rischiarati, soprattutto, negli snodi cruciali della trasmissione internazionale dell'informazione e dell'influenza culturali.[49]

Il materiale di cui mi sono servita proviene quindi dall'Archivio Roberto Michels di Torino e dagli archivi di famiglia di San Giacomo e di Superga.

Controllo

Un controllo sull'esattezza della genealogia che stavo componendo mi fu offerto da MyHeritage, una organizzazione che ha fornito il file genealogico e che ha permesso di incrociare i miei dati con quelli di altri utenti. Inoltre:

CONTROLLO E SUGGERIMENTI mi sono venuti dalle seguenti persone:

  • Ines Stollwerck, lontana parente Sack, la cui famiglia, originaria di Colonia apparteneva proprio all'entroterra delle famiglie Michels e Schnitzler;
  • Volker Wendeler di Colonia, un altro lontano parente di Ines, abitante a Colonia, appassionato di storia locale e di genealogia;
  • Kurt Nacken di Bad Hombug, parente della famiglia Camphausen, che mi ha procurato tra l'altro le fotografie di tutte le tombe Michels che è riuscito a reperire al cimitero di Melaten a Colonia;
  • Friedrich Edel von Posch, un lontano parente Michels di Vienna, insieme al quale siamo riusciti a ricostruire la storia di Erich Edel von Posch, figlio della cugina Mia di cui sopra.

Traduzioni

e traduzioni dal tedesco, dal francese, dallo spagnolo, se non specificatamente indicato, sono state eseguite da chi scrive, a volte con la consulenza di Ines Stollwerck, o di Jutta Cabella-Schaefer, che hanno anche tradotto alcuni brani o lettere.

Lettere in scrittura corsiva tedesca

Ines Stollwerck e Jutta Cabella-Schaefer hanno traslato in scrittura tedesca attuale alcune lettere scritte in corsivo tedesco, la così detta deutsche Kurrentschrift, la scrittura che precede la Sütterlin (in uso dal 1914) ed a essa molto simile.

Cognomi

Alle donne sposate viene assegnato prima il cognome del marito, poi il proprio.

Scrittura dei nomi

Molti nomi di battesimo a seconda della nazione e dell'epoca possono variare nella scrittura, in particolare:

Matthäus, Mathäus, Matheus, Mathias, Mathieu a seconda del testo e della lingua.

Mathieu Neven per esempio era di Maastricht, Mathias Michels di Colonia.

Constance Michels van Halen nata a Maastricht diventa Constanze in Germania, Costanza in Italia.

Gisela diventa Gisella in Italia.

Klara o Clara, Karl o Carl: dipende dall'epoca l'uso della K al posto della C, o viceversa.

Per quanto riguarda Roberto Michels, i cui nomi di battesimo erano Wilhelm Robert Eduard, all'inizio chiamato famigliarmente Willy, poi Bob, o Bobby, fino al 1921 mantenne il nome Robert, poi adottò definitivamente la forma italiana di Roberto. Ma non italianizzò mai il cognome, come scrissero alcuni giornali tedeschi all'epoca della 1° guerra mondiale. 

Ringraziamenti

Oltre alle mie collaboratrici Ines Stollwerck, Jutta Cabella-Schaefer, e all'impareggiabile Guido Mones dell'archivio di Torino, vorrei ringraziare il cugino Luigi Roberto Einaudi che mi ha spronato in questo lavoro e con cui ho molto discusso, per il quale ho fatto, disfatto, rifatto questo testo mille volte; mio fratello Roberto che con molta pazienza ha corretto le mie sempre nuove versioni; mia nipote Alberta Nordmann-Gallino ed il marito Gero con cui ho discusso più volte sul testo e su questa prefazione. Infine mia sorella Anna che ha decifrato con pazienza le firme sulle tovaglie n° 1 e n° 3 che i Michels facevano firmare agli ospiti, firme che sono elencate in appendice.

Un ringraziamento particolare va a uno dei maggiori studiosi tedeschi contemporanei di Roberto Michels e amico, Timm Genett. Egli, nonostante lavori ora in altri campi, continua a interessarsi assiduamente del sociologo, scrivendo saggi e partecipando a congressi su temi riguardanti il nonno. Anche per me ha trovato il tempo di controllare che non avessi errato nell'esporre concetti o eventi.

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Pianta di Colonia 1895 da Meyers Konversations-Lexikon.


Particolare della zona centrale delle città di Colonia 1895

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Entroterra famigliare e culturale di Roberto Michels

La storia della mia famiglia, abbondante di vicende svariatissime, ascende a zone ed ambienti pressoché disparati di cui ognuno ha le sue tradizioni particolari.[50]

PARTE PRIMA

1.  Famiglia Michels

I Michels, di religione cattolica, provenivano da Merzenich, un borgo[51] a 5 chilometri da Düren, città della Renania Settentrionale-Vestfalia situata fra Colonia ed Aquisgrana. Il primo antenato di cui si hanno notizie certe è Michael Michels (1657-1724) possidente agricolo e giudice popolare (scabino)[52] a Merzenich.

Heinrich Michels (1698-1747), il figlio di Michael, anch'egli agricoltore, fece parte della Confraternita di San Sebastiano di Merzenich, la St. Sebastianusbruderschaft,[53] tuttora esistente.

Una parte della famiglia si trasferì a Colonia:

da (Johann) Arnold Michels (1731-1804), figlio di Heinrich, infatti discende il ramo coloniese della famiglia. Il suo nome compare per la prima volta nel 1774 nel registro della chiesa di S. Giovanni Battista a Colonia in occasione del battesimo della sua primogenita Anna Maria, morta in fascie.[54] Era impiegato nel cantiere navale sul Reno e, nello stesso tempo, conduceva un piccolo negozio di spezie in Follerstrasse in città.[55] Di lui Constanze van Halen, la moglie di Peter Michels molti anni dopo, in un manoscritto privato del 1876, "Cronaca famigliare"[56] scrive:

Nonostante le ben scarse risorse, fece di tutto per dare ai figli una buona educazione, per arricchire il loro spirito, la loro indole e il loro cuore.

Dei sei figli di Arnold solo tre superarono l'infanzia: Mathias (1775-1824), (Maria) Magdalena, nata nel 1777, che morì tuttavia a 16 anni, di scarlattina, e Maria Elisabeth (1781-1851). Scrive Roberto Michels nel suo saggio sul nonno Peter:

[Maria Elisabeth era] soprannominata Lieschen dalla numerosa prole di suo fratello. Da piccola era caduta dalla seggiola, era gobba e aveva una gamba più corta dell'altra tanto da zoppicare fortemente. Questo era il motivo per cui, nonostante avesse un viso interessante e possedesse occhi intelligenti e un ottimo carattere, non si era sposata. Dopo la morte del padre si trasferì con la madre[57] presso il fratello Mathias. Notevole fu la sua parte nella vita del negozio.[58] La sua sollecitudine ed il suo lavoro pieno di abnegazione, avrebbero cioè avuto una parte rilevante nella prosperità di casa Michels. Poiché sua cognata Anna Maria dedicava tutta la sua attenzione e i suoi sforzi al negozio di tessuti, la zia Lieschen si trasformò gradualmente nel modello e nel tipo di quello che all'epoca veniva indicato come vecchia zitella. Così si poteva dire sorridendo che la sua persona rappresentasse al contempo la precettrice dei bimbi, la zitella di bottega, la portinaia, la governante. Nonostante ciò Elisabeth, che neppure lontanamente sospettava del valore sociale delle sue prestazioni, nella sua profonda modestia era tormentata da rimorsi di coscienza, dal momento che riteneva di mangiare a ufo il pane del fratello. A questa sofferenza il fratello Mathias pose rimedio in questo modo: un suo zio, fratello di Arnold Michels, Peter [1739-1823], noto come Oehm Pitter, (il cui nome più tardi [Mathias] doveva dare al proprio figlio), era diventato, al tempo dei Principi Elettori, Mastro Postale. Anche lui non era sposato. La ragione di ciò è abbastanza tipica dell'epoca: poiché una volta aveva sorpreso la sua fidanzata con un buco nelle calze, aveva rotto il rapporto nella convinzione che una ragazza disordinata mai e poi mai avrebbe potuto diventare una padrona di casa perfetta. Più tardi Oehm Pitter, che non si era mai sposato, si stabilì a Colonia e visse anche lui nella via "an der Rechtschule".[59] Il vecchio Mastro Postale diede allora il suo patrimonio di 7000 talleri reali al nipote affinché costui investisse nel frattempo nel negozio il denaro che comunque gli sarebbe spettato. Mathias all'inizio acconsentì riconoscente all'offerta dello zio, ma poi lo persuase a lasciare in eredità il capitale alla sorella Elisabeth, cosicché la zia Lieschen non solo fu messa nella condizione di togliersi lo scrupolo nei confronti del fratello, pagando una retta stabilita e molto moderata, ma anche di potere seguire il suo spiccato spirito caritatevole, spirito cui era particolarmente portata.[60]

1.1   Mathias Michels

Mathias Michels (1775-1824), dopo avere frequentato il Ginnasio, nel 1790 si immatricolò nell'Università di Colonia, sostenne l'esame di Baccalaureat nel 1792 e il 9 luglio 1793 fu promosso Magister Artium,[61] insieme al futuro cognato Franz Simons.[62]

La sua aspirazione (o forse quella dei genitori) era quella di dedicarsi (-lo) allo stato religioso. Ma questa aspirazione si basava su dati a noi non noti e non ebbe seguito. Mathias entrò come apprendista nel negozio di Kügelgen, che allora era uno dei più grandi esercizi commerciali di Colonia ed acquisì lì notevoli conoscenze pratiche.[63]

Figura 1: Mathias Michels, ritratto di Ferdinand Hauptmann.

Sposò Anna Maria Simons (1769-1851), anche lei di Colonia.[64]

Scrive Roberto Michels:

 Il matrimonio ebbe luogo l'8 settembre 1799. Già qualche anno prima, il 6 ottobre 1794, erano entrati a Colonia i Francesi, dove sarebbero rimasti per 20 anni. La città contava circa 40.000 abitanti. Mathias era nato Kurkölner,[65]cioè cittadino libero all'epoca dei principi elettori. Ora diventava Francese, presto membro del grande Regno Francese con tutti i vantaggi e gli svantaggi dell'Impero Napoleonico. Più tardi dovette ancora una volta cambiare cittadinanza e diventare Prussiano, dopo che i Russi ebbero occupato militarmente Colonia il 14 gennaio 1814[66] ed il Congresso di Vienna ebbe assegnato come bottino di guerra la Renania alla Prussia, di cui essa come è noto non ne voleva sapere.[67] 

Figura 2: Anna Maria Michels Simons. 1826.

"La complessità nazionale e internazionale" di Colonia per quanto riguarda la famiglia Michels si riflette dunque anche nel fatto che Peter, il figlio di Mathias, nacque francese; infatti proprio nell'anno della sua nascita, il 1801, a tutti i cittadini di Colonia era stato imposto di assumere la cittadinanza francese.

La moglie di Mathias discendeva da un'antica e ricca famiglia di orafi:

Gli orafi erano a Colonia un'antica Berufs-Aristokratie [aristocrazia dei mestieri]. Colonia, fiera del suo titolo di Roma tedesca forniva con le sue 200 Chiese e con il suo benessere una base solida sia dal punto di vista economico che da quello artistico all'arte dell'oreficeria. Gli orafi ebbero, fin dal tempo dei Principi Elettori, che si era appena concluso, il diritto di portare la spada.[68]

Per queste ragioni l'orafo Constantin Simons[69] non era ben disposto nei confronti del futuro genero Mathias, come Paul Kaufmann[70] riferisce:

Per l'orgoglioso padre egli non era il benvenuto, poiché discendeva da una famiglia modesta. «Io lo costringerò a rispettarmi» deve aver detto il poco apprezzato genero e rese vere queste parole. Fondò a Colonia un negozio di tessuti e di lana che più tardi diventò il più rinomato della Renania. Ricevette a quel punto l'approvazione dello suocero.[71] 

Dopo il matrimonio, Anna Maria lo convinse nel 1800 a lasciare il negozio in cui prestava servizio e ad aprirne uno proprio, poi ingrandito e ampliato dal figlio Peter. All'inizio, nel negozio si trattavano Schafsfüsse[72] da cui estrarre la lana da vendere a piccoli artigiani, soprattutto di Euskirchen[73] e si vendevano anche articoli usati e vino. Poi il commercio si specializzò in lana e tessuti e un grande impulso venne dal fabbisogno di stoffe di lana dell'esercito francese di stanza a Colonia, tanto che ben presto il negozio divenne il maggiore fornitore di tessuti per l'esercito. L'attività era essenzialmente diretta da Anna Maria, mentre Mathias pensava a rifornirsi di lana vergine ed ogni anno si recava alla fiera di Francoforte per i grandi acquisti.

Sull'energia, l'originalità e la natura etica del carattere di Anna Maria Michels Simons Roberto Michels riporta alcuni avvenimenti tratti dalla cronaca di famiglia. Il primo è dovuto ai ricordi di Constance Michels van Halen:[74]

La signora Anna Maria era oltre modo intraprendente. Per quanto riguardava il negozio aveva idee proprie, che non sempre concordavano con quelle del marito, e sulle quali si fissava con tenacia, per cui nell'interesse della famiglia e all'occorrenza anche di fronte ad un'azione diretta non indietreggiava di un passo. Il raffinato Mathias non voleva nel suo negozio nessuna porta aperta, nessun banco di vendita e nessuna vetrina. Ma proprio lei, la figlia di patrizi, aveva un'altra opinione in merito. Per prima cosa impose il bancone, e per esso dovette rinunciare alle altre due proposte, ma un giorno, non appena suo marito si fu allontanato da Colonia, per la fiera di Lipsia, Anna Maria fece allestire velocemente la completa attrezzatura del negozio, e sorprese così Mathias che però all'inizio non fu affatto contento della novità.[75]

Un altro episodio riferito da Paul Kaufmann[76] e riportato da Roberto Michels è il seguente:

La signora Anna Maria festeggiava con i suoi una felice serata. Quando i calici tintinnarono e risuonò il Canto del Vino del Reno del vecchio Mathias Claudius,[77] musicato dal fecondo compositore contemporaneo, Johann André,[78] con le parole «Se sapessimo dove qualcuno è triste, gli porteremmo del vino», [Anna Maria] si alzò, si avvolse con il Heuke, il mantello con il cappuccio delle domestiche di Colonia,[79] riempì una cesta di bottiglie di vino e la portò agli ammalati e ai bisognosi del vicinato. Così trasformò in azione il canto.[80]

Il figlio minore di Peter Michels, Ernst, nei suoi ricordi sottolinea il clima di solidarietà esistente nella Colonia di metà ottocento:

[...] si conosceva l'intero vicinato e ci si interessava ad ogni singolo individuo. Il rapporto reciproco era patriarcale. Povero e ricco avevano compassione e fiducia reciproca. Se vi erano ammalati nelle vicinanze, il benestante provvedeva per i più poveri, venivano inviati vino e cibo e ci si informava dello stato di salute.[81]

Il terzo episodio riportato da Roberto Michels ha come fonte la nipote di Mathias, Fina von Niesewand,[82] che Roberto Michels definisce come «cugina a metà»:

Quando il Re Federico Guglielmo IV[83] si recò a Colonia per una visita, disse al Borgomastro che avrebbe volentieri fatto la conoscenza di una coloniese verace appartenente al miglior ambiente della città. Costui gli disse di rivolgersi ad Anna Maria Michels Simons che rappresentava al meglio il carattere nobile ed energico di Colonia. Il re andò in casa Michels nella Rechtschule, bevve qui il caffè, mentre la Signora Anna Maria gli diceva molto chiaramente e senza mezzi termini che cosa occorresse a Colonia e che cosa i Prussiani avrebbero dovuto fare e che cosa no.[84]

Gisela Mettele, nel suo libro sulla borghesia tra il 1775 e il 1870 a Colonia,[85] facendo riferimento a donne che si erano distinte in quest'epoca, cita le parole dello storico francese, Pierre Ayçoberry[86] che sottolinea lo stesso episodio:

Alcune sono celebri: [come ad esempio] la moglie del negoziante di tessuti [Mathias][87] Michels, che suo marito lascia unica padrona di un magazzino al dettaglio e che sarà poi una delle vedove più attive, e che verrà presentata al Re come «simbolo della Coloniese».[88]

A Colonia le donne della borghesia dalla fine del diciottesimo secolo al diciannovesimo, sottolinea la Mettele, si discostavano dall'immagine classica delle spose-oggetto, relegate nelle tre K - Kinder, Küche, Kirche - (figli, cucina, chiesa): esse infatti facevano parte di Associazioni musicali, teatrali, artistiche e dell'Accademia di canto, inoltre molte di loro fondarono o fecero parte della Frauenverein, un'associazione a scopo benefico che ebbe poi molte diramazioni. Molte vedove, ma anche spose o figlie della borghesia, si dedicavano ad attività economiche.[89] Cita la Mettele ancora Pierre Ayçoberry:

Nel 1817 un funzionario venuto dall'Est si meravigliò: «Le mogli e le figlie dei mercanti s'occupano della contabilità e degli affari commerciali, molto di più che nel resto della Prussia. Quante spose che, non contente di porre la firma, ostentano il titolo di “mercantessa”! Quante vedove a capo di imprese,che, anche nel caso abbiano un socio, conservano il controllo!».[90]

Tra queste donne è sicuramente da annoverare Anna Maria Michels Simons, che, anche dopo la morte del marito, diresse il negozio insieme al figlio, finché Peter non raggiunse la maggiore età, dal 1824 al 1828.

Mathias Michels oltre che nel commercio assunse molti ruoli nella vita pubblica di Colonia, diventando Consigliere della Città, Giudice Aggiunto presso il Tribunale Commerciale, Membro dell'Amministrazione dei Poveri e della Camera di Commercio, fondata da Napoleone nel 1803, e inoltre Delegato della Città di Colonia per la Regolazione dei Debiti.[91]

Riferisce Elisabeth Dahmen che nel 1818 Mathias e la moglie comprarono una tenuta sulla collina di Endenich, an der Dransdorferstrasse, oggi auf dem Hugel, denominata

«der Hof zum Kreuz», con terreno agricolo di 22 giornate, prati, vigna e pali da vigna.[....]. [Lì] Anna Maria trascorreva con i suoi bambini i mesi estivi, mentre Mathias passava sempre pochissimo tempo a Endenich. Qui la figlia maggiore, la bionda Adelheid[92] conobbe Carl Josef Hauptmann[93] che aveva organizzato l'ufficio dell'erario di Poppelsdorf[94] nel Kettenlehen[95] a Endenich, la vecchia casa d'estate della sua famiglia.[96] Egli era stato segretario di legazione a Cassel alla corte del Re Jérôme[97] fino alla sua cacciata.[98] A lungo andare l'attività di riscossore di imposte non lo soddisfaceva. Nel 1820 cambiò nuovamente [lavoro], poiché gli si era presentata una candidatura per l'ufficio di tesoriere [...]. I rapporti tra Carl Joseph e la famiglia Michels si svilupparono felicemente. Il 10 maggio 1821 egli prese in moglie [Adelheid]. La giovane coppia visse due anni a Endenich. Poi Mathias Michels comprò una grande casa a Bonn e colse di sorpresa un giorno suo genero proponendogliela in affitto e [la possibilità] di aprirvi un negozio di tessuti. Sua figlia accolse la proposta con gioia. La giovane coppia si trasferì a Bonn e aprì il negozio il 1° ottobre 1823.[99]

Anna Maria era molto affezionata alla casa di campagna,

tanto che ogni volta che in ottobre lasciava Endenich per rientrare nel quartiere d'inverno a Colonia, si metteva sull'inginocchiatoio e pregava Dio di lasciarla tornare la primavera successiva a Endenich.[100]

Un colpo apoplettico interruppe all'improvviso il 28 settembre 1824 l'attività ricca di successo di Mathias.

La morte lo colse mentre era chino sui libri contabili nel suo ufficio commerciale.[101]

Per i primi due mesi dopo la morte di Mathias Michels, per sbrigare la corrispondenza del negozio, fu utile l'aiuto fornito dal fratello di Carl Josef, Ferdinand Hauptmann,[102] che in maggio era rientrato dall'Italia dopo un'assenza di sette anni e dove si era formato come pittore. Egli aveva tra l'altro dipinto il ritratto di Mathias.[103] Tra Peter ed il cognato Carl Josef continuarono i rapporti commerciali che già esistevano con Mathias, fino a quando nel 1831 Adelheid morì di parto e Carl Joseph vendette il negozio per occuparsi dei quattro figli. Si costruì una casa con un grande giardino. Inoltre:

Oltre ai beni personali che aveva ereditato a Endenich, amministrò l'ampia tenuta di campagna di sua suocera, presso la quale i suoi figli soggiornavano di frequente. E quando Peter Michels al posto della vecchia costruzione fece erigere una grande Villa, suo cognato seguì il lavoro dei costruttori, così come seguì la realizzazione del grande parco,[104] e prese nota con cura di ogni spesa.[105]

Adelheid e Carl Joseph Hauptmann erano i bisnonni di Elisabeth Dahmen,[106] l'autrice del testo cui si fa spesso riferimento nel testo e di cui non si hanno altre notizie.

Maria Elisabeth (1806-1868), terza figlia di Mathias, nota come Lisette Michels, sposò il fratellastro di Constance, Matthäus[107] Neven (1796-1878). Lisette fu molto attiva nella vita sociale e religiosa di Colonia: divenne consorella della Confraternita di San Sebastiano[108] di Colonia e fece parte dell’ ‘Associazione Femminile per l'Educazione Scolastica delle Fanciulle Povere’, il «Frauenverein der Armen-Mädchenschule zu St. Andrea und St. Ursula»,[109] una delle quattro associazioni femminili parrocchiali cattoliche fondate a Colonia nel periodo cosiddetto del Vormärz (periodo che va dal Congresso di Vienna alla Primavera dei Popoli insorti nel 1848-9, e che viene a volte indicato come il Periodo della Giovane Germania).[110] Lisette e Matthäus Neven vivevano a Colonia vicino alla Rechtschule, ebbero cinque figli, tra cui:

        August Libert Neven (1832-1896), poi Neven DuMont, che fu il progenitore dei Neven DuMont della casa editrice DuMont & Schauberg di Colonia;[111] 

        Josephine Maria, detta Fina, von Niesewand Neven (1839-1919), la ‘cugina a metà’ di cui sopra.

Mathias Michels ebbe anche un altro figlio maschio, Hermann Joseph, nato nel 1808, morto a cinque anni di scarlattina.[112]

1.1 Tavola I

1.2    Peter Michels

Peter Michels[113] (1801-1870), subentrato alla morte del padre nella conduzione del negozio di lana e stoffe, divenne ben presto un commerciante all'ingrosso. Sposò nel 1829 Constance[114] van Halen (1810-1881) di Maastricht,allora nelle Fiandre, ora nei Paesi bassi, cugina di don Juan van Halen e di don Antonio van Halen de Peracamps.[115]

Infatti la madre di Constance, Maria Margaretha Simons (1772-1849) di Maastricht, vedova con nove figli di Johannes Henricus Neven (1760-1805),[116] aveva sposato in seconde nozze Jean François (Johannes Franziscus) van Halen (1762-1822), anch'egli di Maastricht, da cui ebbe, oltre a Constance, altri due figli maschi, Franziskus e Ludovikus Josephus Adolphus (1815-1888). Un nipote di Peter, Max Michels, sposò successivamente la nipote di Ludovikus,[117] Mariette Haex.

Il matrimonio tra Peter Michels e Constance van Halen ebbe luogo a Maastricht il 23 giugno 1829, dove la madre di Peter, Anna Maria, giunse dopo un viaggio faticoso. Racconta Elisabeth Dahmen:

Quando la bella festa ebbe termine e si presentò l'elegante carrozza, che era stata affittata per il viaggio di nozze, la madre Michels si fermò a riflettere e il suo senso pratico e così pieno di allegri                        a giustamente si manifestò. « E' veramente un peccato che nella carrozza rimangano due posti vuoti. Una così bella carrozza! Vi potrebbero sedere dentro comodamente quattro persone. Ora rimane vuota metà vettura». « Allora vieni con me», rispose lo sposo spavaldo, quando lei per la terza volta aveva espresso il suo rammarico, e gli altri approvavano divertiti. [....]. Peter, che amava profondamente sua madre e vedeva quale gioia le avrebbe procurato viaggiare con i suoi amati figli, la invitò ad entrare. In mezzo ad un generale Evviva! lei acconsentì. Le era sembrato allettante fare un viaggio allegro con la giovane coppia. Ma subito si accorse del proprio errore, e lasciò [andare] i giovani al loro destino. Rientrata a Colonia raccontò:«Non c'era nulla da fare. Con quei due non si poteva dire una parola. Sedevano sempre vicini, si baciavano e bisbigliavano tra di loro, [....] questo era troppo noioso per me».

Il 13 agosto il giovane sposo era di nuovo nel suo negozio, occupato con la corrispondenza, mentre la giovane sposa si sistemava nella vecchia, anche se rinnovata, casa dei Michels An der Rechtschule 22.[118]

Roberto Michels scriveva:

Nel 1837 Peter Michels, che prima abitava in una casa imponente nella Herzogstrasse,[119] entrò nella casa paterna an der Rechtschule,[120] davanti alla quale doveva poi (1855-1861) venire costruito il Wallraf-Richartz-Museum.[121] Tra il complesso di case, che la famiglia Michels si fece costruire sui terreni dell'antico Chiostro Bethlehem, e il Museo doveva poi più tardi trovar posto la romana Porta Paphia e il monumento del suo amico Adolf Kolping (1903, scultore Schreiner). Precedentemente la strada si chiamava Vogelstrasse; poi mutò tre volte il suo nome: «An der Laurenzianern», «Hinter den Minderbrüdern» (Minoriten), «An der Rechtschule». La Scuola di diritto [Rechtschule], Ecole de droit, era l'antica Università di Legge della città di Colonia. Il vasto complesso di case dei Michels da una parte confinava con la Römergasse, l'antica via Romana, presso la Torre Romana. Era quindi ubicato nel centro della vecchia Colonia e della sua storia.[122]

Figura 3: segnate in rosso da sinistra a destra la Rechtschule, la casa di Peter, il museo Wallraf-Richartz e la chiesa dei Minoriti. (Foto dal testo Köln. 1928).

Nel 1930 Roberto Michels ricevette da Colonia una lettera firmata Dr. Vogts[123] in cui chiedeva informazioni sulla casa Michels:

Le sarei molto grato se Lei gentilmente mi informasse se ha rintracciato o se può rintracciare qualcosa sulla costruzione della casa Michels an der Rechtschule 22, angolo Römergasse. La casa abitativa, una semplice costruzione classicheggiante di buone proporzioni e forme, sembra sia stata costruita nel 1828. Il magazzino nel cortile, demolito tre anni fa, di cui ho fatto fare una fotografia prima della demolizione, aveva una classicheggiante struttura a colonne e sembra sia stato un po' più vecchio (forse del 1820?). Forse Le è possibile rintracciare l'epoca esatta della costruzione e l'architetto di questi edifici.[124]

Figura 4: Casa Michels. An der Rechtschule22, Colonia. Foto del 1929 da internet.

Riferisce Elisabeth Dahmen che la madre di Peter Michels, Anna Maria, l'anno seguente alle nozze del figlio lasciò la casa Michels di An der Rechtschule 22 e

si trasferì con suo fratello Hermann Joseph Simons e la sorella di suo marito, quella che molte volte vien nominata da Roberto Michels come zia Lieschen, nella casa di fronte, An der Rechtschule 7. [La casa] fu inaugurata nel luglio del 1830 alla presenza di tutta la famiglia. Qui la brava donna morì il 22 marzo 1851 all'età di 82 anni (e non a Endenich nel 1852, all'età di 84 [!] anni). Suo fratello Hermann Joseph Simons era già morto poco dopo il trasloco il 10 ottobre 1830 (non prima del 1837).[125]

Sia nella vita famigliare che coi propri dipendenti Peter si comportò da grande patriarca:

Nella sua casa Peter Michels si comportava da patriarca. Ciò un tempo si esprimeva nel gran numero di figli: «davanti agli strillanti lettini con le sponde nella camera dei bimbi sembra d'esser come in un serraglio» (1845).[126] Otto sani bambini crescevano, quando nel 1852 la figlia maggiore Marie andava sposa a Bonn. Poi venne al mondo anche l'ultima figlia Greta.[127] Il patriarcalismo era per Peter una vera, vissuta, concreta forma di vita. Per questo lo applicò anche all'economia domestica. Oltre alla famiglia facevano parte della casa e della mensa anche quattro venditori e venditrici del negozio di stoffe. Una parte considerevole della conversazione era quindi riferita agli affari, che occupavano Peter dalla mattina presto fino alla sera tardi. A tavola si mangiava con il personale, solo molto tempo più tardi questo uso fu limitato ai giorni di festa. Una lettera del padre [Peter] al figlio Julius[128] a Reims fu firmata di proprio pugno oltre che dai genitori e dai fratelli, da dieci impiegati del negozio, affinché l'assente si rammentasse dell'atmosfera di casa. Sentimmo [raccontare] anche come molte delle lettere del marito assente passassero di mano in mano e fossero lette insieme dal personale dell'ufficio commerciale e del negozio.[129]

Il rapporto patriarcale che Peter Michels ebbe con i suoi impiegati si manifestò anche nel fatto che una parte del personale del negozio viveva nella sua casa. Gertrud Sauerbier, per sessant'anni attiva nel negozio, morì in casa Michels nel 1876, e altrettanto il direttore del negozio Franz Braun, che servì l'azienda per cinquantaquattro anni, visse venticinque anni nella casa padronale prima di sposarsi.[130] Anche con i propri parenti e con gli amici si manifestò la tendenza patriarcale di Peter Michels:

Egli amava che i propri parenti abitassero nelle sue immediate vicinanze e dove aveva voce in capitolo come padre, faceva valere in questa direzione la sua influenza. Sua sorella Elisabeth viveva nelle sue immediate vicinanze con il marito Mathieu Neven, che, come sappiamo, era due volte cognato di Peter,.[131] Con la sorella ebbe quotidiani rapporti per lunghissimi anni. La madre Anna Maria, che morì nel 1852, abitava nella casa di fronte. Anche i figli sposati dovevano prender casa a portata di voce, così Ernst con sua moglie Lina Mülhens [dovette abitare] nella casa dello zio Neven all'angolo tra la Röhrergasse e la Mariengartengasse, nelle strette vicinanze della Rechtschule,[132] «come desiderava il padre».[133]

A questo punto Roberto Michels riporta tra virgolette le parole dello zio Ernst Michels, tratte dal dattiloscritto[134] di cui entrò in possesso grazie al figlio di Ernst dallo stesso nome, come dice nell'introduzione del saggio su Peter Michels quando parla delle proprie fonti:

Mia nonna, che morì nel 1852, abitava nella casa di fronte alla nostra e nelle immediate vicinanze della famiglia Neven,[135] con la quale i rapporti quotidiani erano vivaci ed intimi. Ma le relazioni quotidiane non si esaurivano con loro, si conosceva l'intero vicinato e ci si interessava di ogni individuo. Il rapporto reciproco era patriarcale. Povero e ricco avevano condivisione e vicendevole fiducia. Se vi erano degli ammalati nelle vicinanze, allora il benestante provvedeva per i più poveri, venivano inviati cibo e vino e si seguivano le notizie sullo stato della salute. Semplicità regnava su tutto, ma si dava importanza alla buona cucina e nelle case più piccole eran le mogli o le figlie a badare alla famiglia, poiché vi erano soltanto poche occasioni di guadagni avventizi anche molto modesti. Per il fatto che si conosceva ogni vicino, ogni compagno di scuola, ci si informava sulle famiglie e si andava anche nelle loro case. Il dialetto di Colonia era il linguaggio comune, si usava molto il Tu, soprattutto questo avveniva da parte delle persone anziane nei confronti dei domestici, degli artigiani, dei lavoratori; a quelle persone, che non potevano dare del Tu e non volevano dare del Lei, ci si rivolgeva con il Voi.[136]

Il negozio del padre si trasformò tra le mani di Peter da negozio locale a negozio con interessi internazionali (vom Lokalgeschäft zum Welthandel).[137] Già negli anni quaranta era diventato il più grande negozio di lana e tessuti di Colonia, e negli anni sessanta

un consistente numero di commessi era impiegato nel negozio di lana e tessuti ed erano fino a 60 i selezionatori di lana e i lavoratori occupati nei magazzini.[138]

La produzione fu fiorente in Renania fino a metà degli anni sessanta. Pochi anni più tardi subentrò una crisi dovuta all'importazione da oltremare di lane estere a bassissimo costo, più favorevoli alle esigenze economiche dell'industria tedesca. L'agricoltura tedesca fu costretta allora, per ottenere un maggior reddito, a tralasciare l'allevamento di pecore e sostituirlo con quello di mandrie e di maiali e a produrre frumento.

Questo declino nell'Est, dove proprio un certo Carl Rodbertus[139] ancora nel 1871 compiva qualche viaggio dal suo podere Jagetzow verso il mercato di lana di Berlino fu più lento che nell'Ovest, la cui produzione di lana non era più in grado da tempo di coprire le esigenze dell'industria tessile tedesca. Nel negozio di Michels già negli anni sessanta calava sempre più il consumo della lana tedesca.[140] 

Nel 1862 Peter acquistò in Polonia, in Alta Slesia, la tenuta Orbanowicz per l'allevamento delle pecore, per procurare la lana al suo negozio,

che, come si ricordano alcuni nipoti (mentre altri non ne sanno nulla), per molti anni dopo la sua morte ancora procurava agli eredi una buona rendita. Peter scrisse (nel 1865) molto entusiasticamente dei Polacchi: «Sono gente onesta e zelante. Se li guardiamo lavorare, i nostri salariati giornalieri sono dei perdigiorno e dei fannulloni».[141]

Fino all'inizio degli anni sessanta la zona di vendita era soprattutto la Provincia Renana; seguirono il Belgio, la Spagna e la Francia, infine la Prussia dell'Est, l'Austria, la Russia e l'Italia. Queste informazioni Roberto Michels fu in grado di dedurle dalle lettere che Peter scriveva a sua moglie:

I viaggi eran di preferenza verso Lipsia e Breslau, poiché diventava sempre più importante la vendita alle fabbriche di tessuti di Lausitz[142] e della Slesia Austriaca. Visitò anche la Turingia e la Pomerania (Stettino[143]), quest'ultima però molto più per comprare che per vendere. Gli interessi del negozio si spostavano sempre più verso Est.[144]

Inoltre, mentre prima si compravano quasi esclusivamente tessuti renani e a volte francesi, intorno al 1860 le stoffe provenivano essenzialmente da Lausitz e dalla Sassonia e le novità inglesi sostituivano quelle francesi. Gli operai tessili che lavoravano su telai a mano vennero gradualmente sostituiti dalle fabbriche.[145]

Peter Michels morì il 18 aprile 1870, all'età di sessantanove anni:

Al termine della sua vita Peter Michels era uno dei più ricchi uomini, forse addirittura il più ricco di Colonia. Ad ognuno dei loro nove figli i genitori (nel 1870 e nel 1881) lasciarono un patrimonio in denaro e beni [oscillante] tra 800.000 e 1.000.000 di Marchi.[146] Il patrimonio Michels era tanto più rimarchevole in quanto la ricchezza a Colonia nel 19esimo secolo era sempre più nelle mani dei Protestanti. La creazione di ricchezza - plutocrazia oligarchica protestante in un ambiente cattolico numericamente superiore - sembrò compiersi a Colonia secondo le premesse socioreligiose di Max Weber.[147]

Nella nota al testo, Roberto Michels aggiunge:

Si confronti Schwann, «Storia della Camera di Commercio di Colonia» circa i protestanti di Colonia, che provenivano essenzialmente dal Bergisches Land, immigrati nel 18esimo - inizio 19esimo secolo a Colonia e diventati Patrizi di Colonia attraverso matrimonio, capacità di assimilazione, capacità di assorbimento, ricchezza, ambizione, favori da parte dei Prussiani ed altro ancora.[148]

È evidente in queste ultime parole il riferimento anche alla famiglia Schnitzler, da cui proveniva sua madre, Anna Michels Schnitzler, e in particolare al ramo collaterale del banchiere Eduard Schnitzler, fratello di suo nonno Robert, e alle famiglie con cui essi strinsero legami di parentela e di ricchezza.[149]

Oltre che nel commercio Peter si impegnò nella vita pubblica e politica di Colonia:

A Natale del 1833 fu nominato (anche se solo come sostituto) membro della Camera di Commercio di Colonia, (come già suo padre), insieme a Ludolf Camphausen,[150] K. Eduard Schnitzler (la cui nipote quarant'anni dopo sposò un figlio di Peter),[151] Mathieu Neven, cognato di Peter,[152] W.L. Deichmann[153] ed altri.[154]

Nel 1848 Peter fu uno dei rappresentanti di Colonia inviati a Berlino per trattare con il Re[155] l'autonomia renana. Nel 1853 divenne membro della Prima Camera. [...]. Pacifista alla vigilia della guerra franco-tedesca, morì nel 1870.[156]

[...] l'indirizzo politico predominante tra i renani, negli anni che correvano tra il 1859 e il 1870, era quello pacifista, recisamente contrario all'idea di una guerra tra i due grandi Paesi. [...] A pochi mesi dalla sua morte, avvenuta nel marzo 1870, mio nonno Peter Michels scrisse ancora ripetutamente a suo figlio Giulio [Julius], mio padre, allora a Reims, che nulla poteva essere più spaventoso, per un temperamento renano, che la minaccia di un conflitto armato tra la Prussia e la Francia e che egli pregava tutte le sere Iddio che risparmiasse un siffatto flagello.[157]

A sottolineare l'impegno sociale profuso da Peter Michels in favore dei propri concittadini, si riporta la descrizione che il nipote Ernst Michels fece di Colonia ottocentesca:

Le case erano poco animate, specialmente per quanto riguarda le vetture. C'erano poche carrozze e gli equipaggi erano rari. Nelle strade strette che i postali dovevano percorrere, essi rimpiazzavano per così dire l'orologio; quando di sera una pesante carrozza postale faceva tremare la casa si diceva: «ora è tempo di andare a dormire». Le strade erano malamente illuminate, soltanto nelle migliori bruciava molto scarsamente il gas, nelle più piccole e più povere, nei vicoli, ancora durante la mia giovinezza, pendevano tra le case rare lampade ad olio, trattenute da catene che venivano fatte scendere per l'accensione e lo spegnimento. Allo stesso modo in casa l'illuminazione era primitiva, più di tutto eran presenti candele di sego - le candele dell'angelo - e lo stoppino veniva reciso con apposite forbici. Le candele di stearina erano già un lusso, così come si trovavano solo nelle case più ricche le lampade ad olio con meccanismo a orologio. La città offriva molte figure originali, tra cui quelle veramente povere di strada, che tutti conoscevano e sulle quali la gioventù sfogava la propria rabbia più per scherzo che per cattiveria. Per gli ammalati poveri incurabili non succedeva nulla, essi aumentavano il numero dei mendicanti; tra loro c'erano molti epilettici di cui ci si occupava poco quando cadevano in mezzo alla strada in preda all'attacco,e dopo l'attacco potevano riprendere il loro cammino, come era ben noto. I mendicanti, soprattutto i vecchi, conoscevano le case e i giorni della settimana in cui venivano distribuite piccole elemosine, così nella casa dei miei genitori due giorni alla settimana si preparava un piatto con monete di rame e un cesto con fette di pane. Se il mendicante puzzava di grappa, non riceveva nulla o al più del pane, poiché avrebbe tradotto nuovamente in grappa il denaro. Nei nostri dintorni si trovava nel vecchio chiostro dei Minoriti una costruzione mezza diroccata, il manicomio cittadino per gli ammalati poveri incurabili. Le persone erano rinserrate come bestie in gabbia con grate di ferro e non era difficile raggiungere gli ammalati, e conoscere il loro vaneggiamento; di qualcuno dei pazzi si conosceva il cognome o il soprannome.[158]

Peter Michels fu tra i sostenitori e fondatori del St. Marien-Hospital di Colonia[159] presso il convento di San Cuniberto, un ospedale che accettasse gli ammalati incurabili rifiutati da quello cittadino. La decisione di costruire un ospedale in onore della Madre di Dio fu presa da Peter Michels insieme ad altri cittadini di Colonia[160] sull'onda dell'entusiasmo e dell'emozione suscitati dall'annuncio del Dogma dell'Immacolata Concezione, istituito da Papa Pio IX nel 1854. Dopo grandi difficoltà l'ospedale fu aperto nel 1864 e "nel vero spirito cristiano dell'amore del prossimo, furono accettati anche i protestanti e gli ebrei." La presidenza del Consiglio di amministrazione fu affidata a Peter Michels. Dal 1865 al 1909 ne fu tesoriere il figlio Gustav, il quale se ne occupò con grande efficacia al punto che i beni dell'ospedale nel 1911 ammontavano a 4.068.208 marchi.[161] L'ospedale esiste tuttora.

Peter fece anche parte del Comitato di amministrazione del Zentral-Dombau-Verein, associazione di cittadini di Colonia creata nel 1845 a sostegno e conservazione del Duomo della città, che egli sovvenzionò a più riprese.[162] Questa associazione è tuttora attiva.

Peter Michels fu inoltre amico e strenuo sostenitore di Adolf Kolping, il prete cattolico beatificato da Papa Giovanni II nel 1991, che nell'autunno del 1846 aveva fondato il primo "Gesellenverein" (Associazione di assistenza e di insegnamento professionale per i giovani operai) e che nel 1850 aveva riunito le diverse associazioni assistenziali nel Rheinischer Gesellenbund, oggi Kolpingwerk, diffuso in tutto il mondo.[163]

E' evidente quanta influenza abbiano avuto sopra di lui le idee sociali di Kolping, che può considerarsi a sua volta un seguace di S. Tommaso d' Aquino. Il K[olping] negò - eticamente - l'esistenza di una scala sociale. Secondo lui l'uomo nobilita la professione qualunque essa sia. Anche Peter M. era certamente contrario alla libertà dei liberali e alle proclamazioni di Libertà e di Nazione, idee che esigono contraltari pericolosi a quelli della Religione e che non vedeva sopravvalutate.[164] 

Un ruolo particolare e «realmente patrizio» nella vita sociale di casa Michels lo giocava la bella e grande casa di campagna sulla collina di Endenich, vicino a Bonn, che Peter ereditò dalla madre e che nel 1860 rinnovò completamente aggiungendo case rurali, una rimessa per due carrozze, una stalla ed uno Stipadio[165] che era l'orgoglio dei figli.[166]

Ricorda Paul Kaufmann[167] che la casa

Figura 5: Villa Michels. Endenich. (foto da internet).

dalla quale si aveva un'ampia vista sulla campagna renana, era posta su un'altura in mezzo ad un grande parco collegato ad un frutteto e un orto. Per la realizzazione del parco aveva consigliato i nonni Peter Josef Lenné[168], «il più grande maestro nell'arte dei giardini», secondo l'iscrizione posta sulla sua casa natale alla dogana vecchia di Bonn. Sul suo progetto, che io ancora posseggo, egli scrisse:

Gottes Natur mein Meister,

Sein Himmel meine Heimat,

Und meine Werkstatt

Seine weite schöne Erde.[169]

La moglie di Peter, Constance, trascorreva in questa casa i mesi estivi con i propri figli e più tardi anche coi nipoti. Ancora Paul Kaufmann:

Non appena giungeva la primavera i nonni si trasferivano a Endenich, da dove rientravano a Colonia solo ad autunno inoltrato. Poiché la famiglia era grande, Endenich sembrava una piccionaia. Ogni domenica giungevano da Bonn tre figlie con la loro numerosa prole.[170]

E Roberto Michels aggiunge:

Talvolta venivano in visita i parenti dal Belgio, dalla Francia, dall'Olanda, e più di frequente i religiosi Kolping e Chargé cui veniva servito il maitrank,[171] i quali allora si mettevano a scorazzare, a dondolarsi ed una volta, con [grande] gioia naturalmente della gioventù, si lacerarono i pantaloni. Talvolta c'erano a tavola 17 persone, senza tener conto di quelle che venivano per il caffè. (lettera di Constance a Peter N. 49).[172]

Soprattutto a Endenich, ma anche a Colonia, a casa di Peter si svolgevano pomeriggi musicali nei quali Constance, che suonava la chitarra e il pianoforte, duettava con il genero Leopold Kaufmann, eseguendo di preferenza Lieder di Felix Mendelssohn, come racconta il figlio Paul Kaufmann,[173] e Roberto Michels aggiunge:

Tra i nomi degli ospiti di Endenich, che compaiono di frequente nelle lettere dei coniugi, soprattutto famiglie appartenenti alla nobiltà renana in parte imparentate per acquisto con la casa, si nominino i seguenti: Conte e Contessa Boos, Barone Von Schütz zu Leerodt,[174] Barone von Kämpfer Linné, il Presidente di Distretto von Sandt,[175] von Geyr zu Schweppenburg.[176], [177]

Ricorda infine Roberto Michels:

Io stesso sono stato da piccolo tre volte a Endenich, molto tempo dopo la morte di Peter, che morì sei anni prima che io nascessi, ma ancora quando era viva mia nonna Constance, ricordo tuttavia solo una casa spaziosa ed ampia, un gigantesco, così mi sembrò, giardino in parte fin troppo ben curato. Quando andai a Endenich nella primavera del 1929, dopo quasi cinquant'anni di assenza, trovai l'antico possedimento, oggi appartenente alla città di Bonn, bello e sontuoso oltre misura.[178]

La casa con il podere fu venduta nel 1880 a un certo Küpper.

I ritratti di Peter Michels e di Costanze van Halen eseguiti dal pittore Louis Gallait[179] si trovano oggi al Wallraf-Richartz-Museum di Colonia, Fondation Corboud, rispettivamente a partire dal 1956 e dal 1881.[180]

L'annuncio funebre di Peter Michels denota la profonda fede professata dal defunto e dalla sua famiglia:

Figura 6: Constance Michels van Halen. Pittore Louis Gallait. 1862.

Figura 7: Peter Michels.

Pittore Louis Gallait. 1865.

Gesù!        Maria!        Giuseppe!

«Io sono la Resurrezione e la vita. Chi crede in me, vivrà, anche se è morto»

Gio.11, 25

Nel ricordo in Cristo

del commerciante

Peter Joseph Michels

Nacque a Colonia il 2 febbraio 1801, visse dal 23 giugno 1829 in felice unione con Constanze van Halen e prematuramente si addormentò dolcemente nel Signore il 18 aprile 1870, di mattina verso l'una, fortificato dai santi Sacramenti, nella fede ardente nel Suo Salvatore e nella sicura speranza di una futura felice Resurrezione. La famiglia perse nel Defunto un marito ed un padre esemplare, la comunità parrocchiale un indimenticabile benefattore, la città di Colonia uno dei suoi migliori cittadini. La disponibilità a sacrificarsi per ogni cosa nobile e buona, la rettitudine del carattere e soprattutto il Suo impegno indefesso per l'ospedale Santa Maria, che deve in modo particolare all'Addormentato il suo prosperare e la sua crescita benefica, Gli assicurino un onorato ricordo da parte della Sua città paterna. Accanto alla Sua bara piangono la moglie, 9 figli, 6 tra generi e nuore e 27 nipoti unicamente consolati dalla speranza di un futuro incontro. I parenti superstiti affidano la Sua anima al santo sacrificio dei Sacerdoti e alle preghiere dei credenti, affinché quanto prima        riposi in pace.

Il funerale ha luogo mercoledì 20 aprile, alle 3 pomeridiane. Le solenni esequie saranno tenute giovedì 21 aprile alle 10 di mattina nella chiesa parrocchiale di Santa Maria in Kupfergasse.[181], [182]

Le tombe di Peter e Constance Michels sono ancora visibili nel Cimitero Monumentale Melaten di Colonia. Sulla tomba di Peter Michels si legge:

Figura 8: Julius Michels a Colonia.

Figura 9: Anna Michels Schnitzler a Colonia.

Wie Christus auferstande

so werden auch wir auferstehen[183]

sulla tomba di Constance:

Sei getreu bis in den Tod so will ich

dir die Krone des Lebens geben[184]

Dall'unione tra Peter e Constance nacquero nove figli,[185] tra cui Julius Michels, il padre di Roberto Michels.

1.3   Julius Michels

Julius Michels (1842-1931) nacque a Colonia nel 1842, sesto figlio di Peter e Constance Michels, morì ad Eisenach nella casa di Göthestrasse 44 nel 1931.[186] Nel 1873 sposò a Colonia Anna Schnitzler (1854-1941) appartenente al patriziato protestante di questa città.[187] Anna Schnitzler non era francese come erroneamente viene spesso scritto nelle biografie o nei saggi su Roberto Michels, un esempio per tutti: l'introduzione di Giovanni Sabbatucci ad un testo di Michels,[188] in cui si dice che Roberto era "figlio di madre francese": solo la bisnonna materna di Anna Michels Schnitzler, Anna Dorothea Ravené (1776-1849) proveniva da una famiglia berlinese di origini ugonotte, che si era rifugiata nel Brandeburgo alla fine del 1600.[189]

Insieme ai fratelli,[190] Gustav e Ernst, Julius si fece carico del negozio del padre a partire dal 1870, anno della morte di lui, mentre l'ultimo figlio maschio di Peter, Richard, si dedicava alla vita militare.

Dalla coppia nacquero a Colonia Roberto nel 1876, ed Ella Klara nel 1879.[191] 

Nel 1881 Julius si ritirò dalla ditta, (Gustav si ritirò nel 1891) e aprì a Berlino un proprio negozio di stoffe, il Julius Michels & Th. Zillessen,[192] che nel 1916 "decise di liquidare."[193]

Dopo il 1881 quindi i Michels si trasferirono a Berlino. Victor Schnitzler, fratello di Anna, trovandosi a Berlino per frequentare negli anni 1884-85 gli ultimi tre semestri universitari, era spesso ospite nella loro casa di Viktoriastrasse 21.[194]

Non trascorreva settimana senza che io non fossi più volte suo ospite, sia per chiacchierare noi due soli, sia che si fosse da lei radunata un'allegra compagnia. Ma a prescindere da questi armoniosi e bei momenti passati insieme, io ho trascorso da lei splendide ore musicali. Tra gli artisti interessanti che frequentavano casa sua voglio nominare per prima la coppia Philipp Scharwenka e Consorte con la quale mia sorella spesso faceva musica.[195]

Anna Michels-Schnitzler era infatti un'ottima pianista e la moglie di Scharwenka una rinomata violinista.

In un inedito quadernetto di appunti[196] Roberto Michels descrive in italiano l'ambiente di Berlino:

A B[erlino] non era men che naturale che i miei frequentassero innanzitutto il ceto renano. Non era oltremodo numeroso e cominciava appena a fondersi coll'ambiente della capitale prussiana diventata da appena un decennio e sotto molti punti di vista immutatamente, capitale della Germania.[197] Questi renani eran in parte parenti nostri o apparentati: vi era Otto von Camphausen (una nipote di quello aveva sposato un fratello di mia madre),[198] già ministro liberale sotto Bismarck e da lui bistrattato, gran vecchio calvo ed obeso, lento nel parlare, ma pieno di un fiele che per paura volle trattenere, ma che trattenere non seppe. Vi erano Wilhelm von Dirksen[199] di vecchia ricca famiglia berlinese, ma che aveva studiato all'Università di Bonn e essendo stato ammesso socio del circolo studentesco dei palatini (Pfälzer), composto in massima parte di patrizi di Colonia,[200] aveva sposato una cugina di mia madre, Ella;[201] ora entrato in diplomazia, addetto all'ambasciata Germanica di Londra, poi richiamato a Berlino per far parte del Gabinetto di Bi[smarck], nella sua bella casa della Potsdamerstrasse, situata a un passo da casa nostra, menava gran vita mondana, la sua casa anzi era uno dei centri degli ambienti più giovanili del governo centrale. Tra gli amici suoi più intimi c'erano il giovane Principe Herbert B[ismarck],[202] figlio maggiore del cancelliere, e il Geheimrat von Rottenburg,[203] capo gabinetto. Per quel che potevo desumere dalle conversazioni dei miei genitori, tale ambiente era imbevuto di un enorme ottimismo politico non esente da boria e da sciovinismo giovanile. Un'altra famiglia di Colonia erano il Bürgers,[204] banchiere che aveva sposato la figlia di un generale russo, briosa e brillante e, come tutte le russe, pedante. Il B[ürgers] sempre sorridente non aveva nulla di straordinario salvo di esser figlio di quel Bürgers,[205] patrizio di Colonia, che nel 1843 aveva appoggiato l'azione [[206]] di Karl Marx, nonché la Rheinische Zeitung. Vi era anche lo zio Jung[207] da oltre quarant'anni residente a Berlino dove covava [sic] sua figlia Anna vom Rath,[208] che si accingeva a diventare il centro di una B[erlino] artistica. Lo ricordo un po' dandy, alto, scatarellante e colla voce in falsetto, non senza una nota di comicità. Anche questo parente patrizio aveva avuto la sua buona dose di celebrità rivoluzionaria.

Tutte queste case renane si distinguevano per l'innata loro vitalità, ma anche per il pazzo desiderio di emergere a qualunque costo, non disgiunto dalla nota qualità renana di giovialità, come detto. All'infuori della colonia renana c'erano ancora i renani di passaggio: tutt'altra gente, combattiva, più che altro contraria al Governo, e che i miei genitori vedevano con occhio molto corrusco. Tra coloro occupava il primo posto P[aul] Kaufmann.[209]

Di Paul Kaufmann Roberto Michels scrive:

L'ingresso dei figli di buona, antica famiglia renana, di rigida osservanza cattolica nelle più alte cariche del Reich e il loro spostamento a Berlino era molto inusuale, tanto che ancora nella metà degli anni ottanta un nipote di Peter Michels, che poi gli avrebbe fatto particolarmente onore, Paul Kaufmann [...] doveva farsi dire dall'allora ministro della giustizia Friedberg in occasione della presa di servizio, che lui come renano in questa posizione era un «uccello raro».[210]

In un quaderno di appunti sempre in italiano Roberto Michels confronta il credo politico del nonno paterno Peter Michels con quello del padre Julius:[211]

Mio nonno[212] era stato francofilo, liberale, fervido ammiratore di Napoleone, del quale era suddito fedele, mio nonno era cattolicissimo, e patriota renano più che prussiano, nonché pacifista convinto. Mio padre non ebbe sentimenti né francofili, né pacifisti né renani, né cattolici. Aveva fatto la guerra del 1866, apparteneva alla divisione prussiana che andò ad occupare la capitale dell'Arcielettorato di Assia, nemica, Cassel, senza entusiasmo e con la casa paterna in subbuglio issava la bandiera a mezz'asta, per la vittoria dei Prussiani a Sadowa,[213] raggiunta in una guerra fratricida tra Tedeschi, sulla cattolica Austria [...] malamente dalla protestante Prussia aspirante alla protestantizzante egemonia sulla Germania.[214]

Per tale campagna Julius fu onorato[215] dal re Karl con una medaglia commemorativa in bronzo con su scritto "Kriegsdenkmünze für treue Dienste in einem Feldzuge 1866".[216]

Continua Roberto Michels sullo stesso quaderno di appunti:

Poi egli aveva partecipato alla guerra contro la Francia, nel 1870, nel corso della quale il suo reggimento, il [ [217] ], ebbe a subire gravi perdite ed egli, benché più tardi affetto di colera, [fu] promosso tenente ed insignito della croce di ferro.

Anche in questo caso, come per tutti i combattenti in questa guerra, Julius Michels ricevette la medaglia commemorativa in bronzo[218] oltre che la croce di ferro di II classe. Fu anche decorato con il "Schwarzburgisches Ehrenkreuz" di II classe.[219]

Venuta la pace, coi miliardi francesi, mio padre, che dopo la morte del padre già avvenuta qualche mese prima dello scoppio della guerra franco-tedesca, [al quale] come a tutti gli altri suoi figli, aveva lasciato in eredità un milione di marchi in oro, assistette alle fortunose annate di cambiamento economico-sociale che la Germania, auspice l'Impero di conio prussiano, [......manca[220]]. Così egli aveva lasciato le varie tradizioni di Casa Michels. Quando io lo conobbi (od imparai a conoscerlo), mio padre, optima fide, era diventato un perfetto prussiano[[221]].[222]

Figura 10: Ella Michels con i genitori Anna e Julius a Eisenach.

Oltre a Roberto, Julius e Anna Michels ebbero una figlia:

Ella (Klara) Michels, nata a Colonia nel 1879, che, vedova di Alfred Winzer zu Gross-Görnow (1872-1918), negli anni trenta del novecento viveva ad Ahrenburg, vicino ad Amburgo con la figlia nubile Hertha Winzer ed il figlio Wolf. Il marito Alfred Winzer era proprietario di una tenuta nobiliare a Gross-Görnow, in Mecklenburg-Vorpommern. Non si hanno altre informazioni su di lui. Wolf Winzer morì nel 1940 mentre collaudava un aereo.[223] Di Hertha si son perse le tracce negli anni '50 del novecento e anche della madre Ella non si conosce la data di morte. L'ultima cartolina di cui si è a conoscenza, diretta a Gisella Michels-Lindner data 2 ottobre 1950.

Julius morì ad Eisenach nella casa di Goethestrasse nel 1931. La data della sua morte è reperibile all'anagrafe dei morti del cimitero di Eisenach, da cui risulta che Le sue ceneri furono traslate ad Ahrenburg presso Amburgo dieci anni dopo, nel 1941,[224] anno della morte della moglie Anna,[225] che in questa città abitava presso la figlia Ella a partire dal luglio del 1938.[226]

Il nome che compare all'anagrafe dei morti di Eisenach è Christian Hubert Franz Julius e come occupazione è indicato come "klein Rentner", cioè chi vive di una piccola pensione.

Secondo voci che circolavano in famiglia ma di cui non si ha alcun riscontro scritto pare che Julius Michels avesse perso gran parte del suo patrimonio in investimenti poco fortunati in seguito alla guerra anglo-boera (1899-1902).

1.3 1.4  Tavola II

1.4   Robert Michels

Robert Michels (Colonia 9/1/1876 - Roma 2/5/1936), più tardi noto come Roberto,[227] nacque il 9 gennaio 1876 in una casa del centro storico di Colonia in via "An Sankt Agatha".[228] Fu battezzato nella Chiesa di San Pietro[229] il 16 gennaio, con i nomi di Wilhelm, Robert, Eduard,[230] alla presenza dei padrini Bernhard Stockhausen e della nonna Constance Michels van Halen.[231] Fu istruito inizialmente dalla madre in casa; a nove anni, dal 1885 al 1888, frequentò a Berlino, dove i genitori si erano trasferiti, il Collège Royal Français.[232] Dal 1888 fu allievo del ginnasio di Eisenach.

Elementis litterarum praesertim a matre imbutus puer IX. annorum in Gymnasium Francogallicum Berolinense missus sum, quod per III. annos frequentavi unde Isenacum transgressus in gymnasium Caroli Frederici receptus sum.[233]

Da Berlino la famiglia si trasferì infatti ad Eisenach,[234] dove Julius Michels si era fatto costruire una villa, la Villa Anna "Am Hainstein 7",[235] sulla collina con vista sulla Wartburg.[236] Dagli atti del comune di Eisenach[237] compare il nome del banchiere[238] Julius Michels come proprietario di questa Villa a partire dal 1890.

Scrive Roberto Michels in un appunto in italiano:

Lì, nella Villa Anna, al piano superiore ove l'architetto[239] dei miei genitori aveva fatto costruire per il figlio unico[240] una camera ed una alcova rivestita di tappezzerie e il cui stile ibrido ma non privo di garbo teneva la media tra il tardo gotico e lo stile arabo, io mi faceva con grande tenacia e in barba al ginnasio-liceo da me cordialmente odiato, la mia cultura e mettevo le basi alla fortuna scientifico-letteraria della mia vita.

Figura 11: Roberto e la sorella Ella a Eisenach. Sullo sfondo a sinistra Villa Anna, a destra lo stabilimento idroterapico del dr. Köllner, il "Köllner's Haus am Hainstein".

Alla chetichella i lunghi dopopranzi, più le lunghissime notti autunnali e invernali, in letto, io leggevo, meditavo, prendevo nota.Guidato da nessuno nella scelta delle letture se non dall'intuito, ostacolato dalla scarsezza di mezzi, perché quasi tutti i miei libri li dovevo raggranellare ad uno ad uno col mio mensile, superando mille difficoltà d'acquisto librario. Io mi davo di volta in volta alla lettura della storia, della letteratura francese, tedesca, italiana, spagnola, portoghese, della filosofia e allo studio delle lingue.[241]

Letture di quell'epoca, come egli stesso riferisce in uno scritto inedito, furono la storia mondiale del Rotteck,[242] le opere di Ranke.[243] Si dedicò poi in modo particolare allo studio storico, psicologico e artistico del secolo di Luigi XIV, re di Francia: lesse le opere di Racine, Boileau, Madame de Sévigné, di Saint-Simon, Bossuet, Molière che divenne presto il suo autore preferito. Poi a sedici anni provò a leggere l'Assommoire di Zola, che però apprezzò solo quindici anni dopo:

lessi, pur con un entusiasmo che oggi non riesco più a capire, le Avventure di Telemaco di Fénelon[244] in una vecchia edizione consistente in un testo tedesco e uno italiano (ambedue antidiluviane) che aveva appartenuto a mio nonno. Lessi e rilessi ambedue i testi e molto imparai l'italiano, preparandomi così ad altre più italiane letture.[245]

Su un altro quadernetto Roberto Michels appunta:[246]

Ma più di ogni altra cosa mi attiravano i vecchi, tra i quali trovavi alcune celebrità mondane. Sono ancora grato adesso a questi uomini venerandi che tanto piacere provavano nella compagnia di quel giovane rispettoso ed ardente che era io e che mi invitavano a passeggiare con loro per i bei boschi della Turingia. C'era Kiepert,[247] cartografo-geografo, un po' secco, ma buono e servizievole; c'era innanzitutto il Treitschke.[248]

Ricorda poi le lunghe passeggiate con lo storico Treitschke, del quale, nel saggio del 1935 a lui dedicato, mette in risalto "la politica antibritannica":

A chi scrive, giovinetto di poco più di 15 anni, il Treitschke passeggiando con lui per la foresta della Wartburg in Turingia, varie volte e con roventi parole, espresse il suo rammarico, perché l'imperatore Guglielmo II, privo di dignità nazionale (würdelos), non si peritava di mettere la Germania a disposizione dell'imperialismo britannico. È questa una politica sbagliata, diceva, perché chi si fida dell'Inghilterra è perduto. Ed era furibondo quando sentì che in una delle feste dategli nel 1894 Guglielmo avesse intonato l'inno Rule Britannia! (Domina pure, o Britannia).[249]

Per quel che riguarda le vacanze estive scrive Roberto Michels:

Per anni non si andava in villeggiatura perché la Villa Anna era (o diventava in estate) villeggiatura essa stessa. Poi venivano i fidi nonni[250] a far compagnia alla figlia anziana, mia madre. Aprivasi lo stabilimento idroterapico[251], proprio davanti alla nostra villa, e del quale mio padre era grande azionista. Tale stabilimento era per me una inesauribile fonte di divertimenti e utili insegnamenti. Con assiduità frequentai i forestieri.[252]

Come già nella casa di Berlino, anche a Eisenach si tenevano pomeriggi musicali di alto livello, come testimonia una foto in cui a Villa Anna, alla presenza dei padroni di casa e dei genitori Schnitzler, del romanziere e biografo di artisti Herman Grimm,[253] suona il famoso violinista Joseph Joachim[254], allievo di Felix Mendelssohn-Bartholdy, e amico di Brahms, accompagnato al piano da una certa Frau Breiderhoff.

Figura 12: Concerto a villa Anna ad Eisenach. In piedi alla finestra Julius Michels, di fronte a lui, seduta tra i genitori Clara e Robert Schnitzler, la moglie Anna. Al violino Josef Joachim, al pianoforte Frau Breiderhof. Seduto, lo storico dell'arte Herman Grimm. Di spalle al pianoforte Ella Michels. Foto del 1896.

In un'altra fotografia al pianoforte in Goethestrasse, sempre ad Eisenach, suonano a quattro mani Gisella Michels Lindner e la suocera Anna.[255]

Il fratello di Anna, Victor Schnitzler, così ricordava:

Ho trascorso giorni indimenticabili con Joachim nella Villa Anna di mia sorella a Eisenach ove egli, verso sera, seduto nel bovindo dell'incantevole salone rococò di mia sorella, guardando verso la Wartburg, faceva risuonare le sue note.

Figura 13: Gisella Michels Lindner suona a quattro mani con la suocera Anna in Goethestrasse ad Eisenach. Anni trenta del Novecento.

Anche Joachim era un grande amico dei bimbi ed amava scherzare con le mie figlie, che in quel momento si trovavano ad Eisenach. Alla mattina si sedeva al loro tavolo di colazione nel portico della Kuranstalt e le imboccava quando alla loro bambinaia sembrava che mangiassero troppo lentamente.[256]

Ad Eisenach Roberto Michels frequentò il Ginnasio[257] dal 1888 al 1894,

nel quale, però fece pochi progressi, perché occupato in altri studi, soprattutto storici, linguistici (italiano, francese). A tredici anni lesse Dante in originale di contrabbando. Si addentrò in particolar modo nello studio storico, psicologico, artistico del secolo di Luigi XIV di Francia.[258] Oltracciò si consacrò attivamente agli sport: fu presidente di un circolo di tennis e di un circolo di hockey. Si esercitò nel pattinaggio e nel touring. Giovanissimo fece molta vita di società.[259]

Nel 1894 comunicò al padre la sua intenzione di ritirarsi dalla scuola per intraprendere la carriera di ufficiale. Nella lettera del 25 novembre 1894 il padre si mostrò decisamente contrario a questa decisione e così gli rispose:

Per quanto ti conosco non credo neppure che tu sia adatto a fare l'ufficiale o il commerciante. Se però mi vuoi mettere davanti a una scelta, allora ti voglio chiarire già da oggi, che non posso permettere che diventi ufficiale. Anche se voglio negare di non essermi mai dichiarato sfavorevole al rango di ufficiale come tale, è però certo il fatto che soltanto pochissimi ufficiali a lungo andare trovano soddisfazione nella loro professione e soltanto pochissimi si fanno strada. La maggior parte delle persone di questo rango sono dedite ai piaceri, cui interessa soltanto di poter condurre una vita gradevole. [...]. Dovresti vivere peggio di quanto sei abituato sino [ad ora], perché il rango di ufficiale prevede una quantità di spese e il guadagno è quello di un taglialegna. Un bracciante riceve oggi tre marchi al giorno [...]. L'ufficiale riceve due marchi al giorno. [...]. A causa della mia sfortuna negli affari[260] quel poco che [da me] riceverai, non solo non lo potrai aumentare, ma lo consumerai anche, e poi quando avrai grandi pretese nella vita, non possederai più nulla. Questa è una situazione che come padre ti devo risparmiare e di conseguenza ribadisco ancora una volta che mi devo opporre con tutti i mezzi alla scelta del rango di ufficiale.

Testo originale: Berlin, den 25. November 1894.

Soweit ich dich kenne glaube ich einstweilen auch nicht, dass du dich zum Offizier oder Kaufmann eignest. Wirst du mich aber vor die Wahl stellen, so will ich dir schon heute erklären, dass ich nicht zugeben kann, dass du Offizier wirst. Wenn ich auch nicht verleugnen will, dass ich dem Offizierstande als solchen mich nie abgeneigt gezeigt habe, so ist doch die Thatsache sicher, dass nur sehr wenige Offiziere auf die Dauer Befriedigung in ihrem Berufe finden und nur ein sehr kleiner Theil vorwärts kommt. Die meisten dieses Standes sind Genussmenschen, denen es nur darauf ankommt, ein angenehmes Leben führen zu können. [...]. Schlechter leben müsstest, wie du es bis [heute] gewohnt warst, denn der Offizierstand [ ?] eine Menge von Ausgaben und der Verdienst ist dasjenige eines Holzhauers. Ein Tagelöhner erhält heute drei Mark per [sic] Tag [...]. Der Offizier bekommt zwei Mark per Tag. [...]. Durch mein geschäftliches Unglück wirst du nun das Wenige, das du einmal erhalten wirst, nicht nur nicht vermehren können, sondern aufzehren und später mit grossen Ansprüchen an das Leben nichts Mehr besitzen. Das ist eine Situation die ich Dir als Vater ersparen muss und daher betone ich nochmals, dass ich mich mit allen Mitteln der Wahl des Offizierstandes entgegensetzen muss.

Julius prese poi in considerazione il fatto che il figlio potesse seguire la carriera commerciale, pur dimostrandosi perplesso su simile scelta. Infine concluse con queste parole:

Per ripetere ancora una volta il mio desiderio dichiaro che innanzi tutto devi diventare allievo delle ultime due classi liceali, poi penseremo se dare il tuo esame di maturità, per il quale sono molto favorevole, o se farai il commerciante. Per quanto riguarda l'esame di maturità, ti prego di considerare per esempio che potresti anche scegliere la carriera come presidente di una giunta provinciale. I migliori saluti a te, alla mamma e a Ella.[261]

Um meinen Wunsch nochmals zu wiederholen, erkläre ich .. , dass du vorab Primaner werden sollst, dann überlegen wir, ob du dein Abiturienten Examen machst, wofür ich sehr bin, oder Kaufmann wirst. Bezüglich des Abiturientenexamens bitte ich dich, zu bedenken, dass du z. B. auch die Carriere als Landrath wählen könntest. Mit den besten Grüssen an dich, Mama und Ella. Dein treuer Julius Michels.

Nonostante il parere estremamente negativo del padre, Roberto Michels si ritirò lo stesso dalla scuola. Scrive nel curriculum della tesi:

Cum ad ordinem primum admovisse, gymnasium reliqui, ut totus me militiae dederem. Tum tempore paschali a. MDCCCXCV examine, quod signiferi dicitur, superato receptus sum Vimariae[262] in legionem, quae "magnus Saxoniae dux" nominatur.[263]

Nel 1895 diventò quindi Avantageur[264] nel Reggimento "Granduca Carlo Alessandro di Sassonia" n° 94 di stanza a Weimar e poi a Jena e nel 1896 frequentò la Scuola di Guerra a Hannover, dalla quale, non appena rientrato nel reggimento alla fine del 1896, o inizio 1897,[265] diede le dimissioni:

Figura 14: "L'allievo ufficiale" Roberto Michels e la madre Anna ad Eisenach. 1896

cum studium meum litteris imprimis historicis incumbendi quotidie augeretur.[266]

Circa nel 1912 in un curriculum vitae,[267] scritto presumibilmente in vista di una cattedra, Roberto Michels scrisse in italiano:

Viaggiò in Inghilterra e a Parigi, s'iscrisse all'Università, [come uditore], dalla quale poi passò a quelle di Monaco di Baviera, di Lipsia e infine a quella di Halle. Studiò con eguale fervore storia della letteratura e della lingua francese, storia, lingue orientali (il persiano), filosofia ed economia politica, non trascurando, però, mai lo studio della vita vissuta e non cessando di frequentare il mondo. A Lipsia[268] fu presidente del Circolo Universitario Internazionale. Prese intanto la licenza liceale.

In una lettera al padre, datata 20/11/1898, spedita da Halle, Roberto Michels dichiara:

[....] perché qui ho molto da lavorare per poter raggiungere a Pasqua finalmente l'obiettivo. Questa noiosa, stupida matematica mi crea ora nuovamente molti grattacapi, nonostante prenda sei lezioni alla settimana ed anche a casa io studi molto. Sarei proprio assai felice, se avessi già dietro di me questo maledetto esame. Come sarebbero allora belle le strade verso la felicità.[269]

[....], denn ich habe hier reichlich zu arbeiten, um Ostern endlich zum Ziele gelangen zu können. Diese leidige dumme Mathematik macht mir auch jetzt wieder viel Kopfzerbrechen, trotzdem ich wöchentlich 6 Stunden habe und häuslich viel für sie arbeite, Ich wäre wirklich heilfroh, wenn ich dieses verfluchte Examen erst hinter mir hätte. Wie schön aber wären dann die Wege zu meinem Glück.

Nel curriculum vitae in coda alla tesi, specificò meglio:

Primum per aliquot menses in Anglia commoratus sum, deinde in universitate Parisiensi audivi viros doctissimos Morel-Fatio et Gaston Paris,[270] tum Monaci lectionibus virorum illustrissimorum Brentano, Friedrich, Heigel,[271] Mayr-Deisinger, Munckler interfui. Autumno anni MDCCCXCVII numero civium academiae Lipsiensis adscrittus sum, post unum annum Halas Saxorum me contuli. Interim testimonium maturitatis gymmasii Isenacensis extraneus nactus sum.[272]

Docuerunt me viri doctissimi: Lipsienses:[273] Brandeburg, Cichorius, Lamprecht, Marcks, de Schubert-Soldern, Stumme, Socin; Halenses:[274] Conrad, Droysen, Haym, Heldman, Husserl, Jakob, Kirchhoff, Liepmann, Lindner, de Liszt, Rachfahl, Riehl, Sommerlad, Vaihinger. Ad exercitationes seminariorum me benigne admiserunt: Conrad, Droysen, Lindner.

Per poter preparare la tesi su Luigi XIV

nel 1899 fece un viaggio di studi d'archivio in Olanda,[275] nel Belgio e in Francia.[276]

Nel 1898 Roberto Michels aveva conosciuto a Lipsia, dove entrambi seguivano corsi universitari, Gisella Lindner (Münster 14/10/1878 - Alassio 9/11/1954), figlia dello storico Theodor Lindner (1843-1919),[277] docente in questa Università, Consigliere Intimo di Stato.[278]

Figura 15: Gisela Lindner. 1899.

Figura 16: Roberto Michels a Lipsia. 1898.

Fu un colpo di fulmine, si fidanzò e la presentò ai genitori ad Eisenach nello stesso anno. Dopo la visita ad Eisenach dei fidanzati, così scrive la madre Anna al figlio Roberto:

Eisenach 20 giugno 1898

Mio caro Bob, [....]. Tu sai – o almeno ti puoi immaginare – di quanta preoccupazione mi riempie il tuo passo un po' precipitoso e avventato. [...]. Tu e Gisela, alla quale tra l'altro mi sono affezionata, oggi siete troppo innamorati, per poter vedere e agire con chiarezza nei confronti del futuro. Per questo sarebbe mio vivo desiderio che tra voi intervenisse presto una separazione, durante la quale possiate verificare se seriamente siete adatti l'un l'altro per tutta la lunga vita, o se è stato soltanto un momento di ebbrezza che vi ha legati così velocemente. Il carattere solido ed energico di Gisela, nonché la sua cordialità mi sono molto simpatici e possono aver avuto su di te un effetto ben attraente. Se sapessi con certezza che l'amore e l'energia di questa ragazza ti porterà veramente alla felicità, cioè all'appagamento interiore, allora tacerebbero tutti gli altri sentimenti e desideri di un caldo cuore di mamma ed io non mi lamenterei di sicuro se questo nuovo amore giovanile tempestoso [può] ottenere tutto ciò a cui tua madre aspira invano. Per il momento riguardati solamente e punta con fermezza ed energia al tuo obiettivo: guadagnati nella vita una buona posizione che offra la possibilità di realizzare i tuoi attuali bei sogni e speranze. Io spero e credo che l'amore per una ragazza così energica e forte, come mi sembra che sia Gisela, ti potrà dare la forza e la costanza che fin'ora, caro figlio, ti sono mancate nella vita. [....] e concentri troppo poco le tue forze sull'unico grande obiettivo: l'esame.[279] [....] La tua fedele madre.

Eisenach, den 20. Juni 98  Mein lieber Bob! [...]. Du weisst - oder kannst Dir wenigstens denken - mit welcher Sorge mich Dein etwas zu vorzeitiger und unüberlegter Schritt erfüllt[....]. Du und Gisela, die ich übrigens recht lieb gewonnen habe, seid heute viel zu verliebt, um klar in die Zukunft sehen und handeln zu können. Deshalb ist es mir sehr erwünscht, dass bald eine Trennung zwischen Euch eintritt, in der Ihr Euch prüfen könnt, ob Ihr ernstlich für das ganze lange Leben zu einander passt, oder ein kurzer Rausch Euch so schnell mit einander verband. Gisela ' s fester, energischer Charakter sowie Ihre liebenswürdigen Eigenschaften sind mir sehr sympathisch, und konnten wohl anziehend auf Dich wirken. Wenn ich bestimmt wüsste, dass die Liebe und Energie dieses Mädchens Dich wirklich zum Glücke d. h. zur inneren Befriedigung führte, - so würden ja mit der Zeit alle anderen Empfindungen und Wünsche eines warmes Mutterherzens schweigen und ich würde gewiss nicht darüber klagen, dass diese neue jugendliche Liebe im Sturm Alles das erreichte, was Deine Mutter in langen schweren Jahren vergebens erstrebte. Halte Dich jetzt nur gesund und verfolge fest und energisch Dein Ziel: eine schöne Stellung im Leben zu erringen, die Dir die Möglichkeit bietet, Deine jetzigen schönen Träume und Hoffnungen zu verwirklichen. Ich hoffe und glaube, dass die Liebe zu einem so energischen, thatkräftigen Mädchen, wie Gisela mir zu sein scheint, Dir die Kraft und Ausdauer dazu geben wird, an der es Dir bisher im Leben fehlte, teurer Sohn. [....], und konzentrierst Deine Kräfte zu wenig auf das eine grosse Ziel, des Examens. [...]. Deine treue Mutter.

Figura 17: Roberto e Gisella Michels a Biella, giovani sposi.

Roberto Michels si sposò con Gisella il 16 maggio 1900 a Halle. Alla tavola degli sposi disposta a ferro di cavallo, oltre ai genitori e alle rispettive sorelle Ella Michels e Hildegard Lindner, e a molti professori dell'Università di Halle tra cui Gustav Droysen e la moglie, sedevano in rappresentanza della famiglia Robert Schnitzler, fratello maggiore di Anna Michels Schnitzler, Paula Pfeifer Schnitzler, sorella di Anna, con la figlia Maria Pfeifer, Richard Michels, fratello di Julius, con la figlia Emma Michels ed il futuro marito e cugino Otto von Sandt - figlio di Pauline Michels -, il cugino Barone Hans von Schütz zu Leerodt, figlio di Anna Michels, il cugino Paul Kaufmann, l'amico di sempre, ed infine gli zii materni, fratelli di Agnes Kügler, Otto e Max e i cugini Martha e Kurt Kügler.

Roberto Michels si laureò in Filosofia, Storia ed Economia politica il sette novembre dello stesso anno, il 1900, all'Università di Halle, con una tesi sui motivi che spinsero Luigi XIV nel 1672 a muovere guerra all'Olanda.[280]

I coniugi trascorsero il loro primo anno di matrimonio in Italia, [281] tra Cossila San Grato vicino a Biella, ove nacque e morì tre mesi dopo la nascita la loro prima figlia Italia, e Torino, ove Roberto Michels si dedicò a ricerche storiche riguardanti i rapporti diplomatici e militari tra la Corte Sabauda di Torino e la Corte Prussiana di Berlino, frequentando l'Archivio di Stato e l'Università di Torino.

A Cossila San Grato soggiornarono all'Albergo ristorante Gilardino; a Torino all'Albergo Dogana vecchia in via Corte d'Appello. A Cossila i Michels tornarono ancora nell'estate del 1902 e del 1904, come testimoniano timbri postali di loro lettere. Non è ben chiaro perché i coniugi Michels scelsero come prima residenza italiana proprio la zona di Biella: l'ipotesi più plausibile basata, oltre che su racconti di famiglia, su riscontri di archivio reperiti presso il «fondo lanificio Maurizio Sella»[282] da Corrado Malandrino è che Roberto Michels fosse stato inviato già a fine Ottocento a Biella dalla ditta Mathias Michels:

Figura 18: Albergo Gilardino, Cossila San Grato. (Foto da internet).

È accertato che la ditta «Mathias Michels» di Colonia intratteneva, come è naturale, rapporti commerciali con imprese biellesi.[283] Potrebbe non essere escluso, anche se è difficile provarlo per lo stato degli archivi tedeschi in gran parte andati bruciati nella seconda guerra mondiale, che il giovane Robert fosse inviato in qualche occasione per incarichi di rappresentanza della ditta presso partners biellesi.

A Biella conobbero Giulio Casalini medico e socialista, che nel 1900 si era trasferito in questa città dove, oltre a esercitare la professione, era anche direttore del foglio della sezione socialista locale, il «Corriere biellese». Con Giulio Casalini i coniugi Michels e i loro figli strinsero una duratura amicizia, che continuò anche dopo la morte di Roberto Michels.[284] Conobbero anche la poetessa Ada Negri[285] che nel 1896 aveva sposato l'industriale tessile Giovanni Garlanda di Biella.

Su un quadernetto di appunti scrive Roberto Michels:

L'idealismo intellettuale socialista in Italia, lo studio dell'opera dei pensatori socialisti internazionali, alcuni scioperi nel Biellese, seguiti con molto interesse, e più di tutto la sintesi di una giovanile sete di giustizia illimitata e non contrastata dalla giovane moglie, innamorata e buona, col disprezzo dell'ipocrisia e dell'ignoranza borghese, fecero sicché mi decidessi di iscrivermi senz'altro nelle file del partito socialista. Era verso la fine del 1900. Pensato, detto, fatto. Scrissi a mio padre dal quale dipendevo pecuniariamente ed al quale volevo molto bene, da Torino, che mi sentivo ormai socialista, che avevo aderito al P.S.It. [Partito Socialista Italiano], e che tornando in G[ermania], avrei fatto altrettanto col P.S. Ted.[286]

L'anno in cui Roberto Michels si iscrisse al PSI è piuttosto controverso. Infatti il primo documento presente nell'Archivio Einaudi a Torino è del 1902, ove si dice che "Roberto Michels è ammesso al PSI con delibera dell'Assemblea della Sezione di Torino, tenutasi il 15/11/1902". Ma anche i documenti successivi del 1904 e 1906 portano la stessa dicitura. Tuttavia a conferma di una data precedente al 1902, esistono altri due scritti: nelle Pagine autobiografiche è scritto:

La crisi che la questione del Marocco[287] aveva fatto nascere in Europa, implicava per me una crisi del concetto di Patria nonché una crisi giuridico-sentimentale - se è lecito chiamarla così - dell'assetto internazionale e della politica estera in generale. Ma implicava altresì, per me, una crisi della politica interna dei vari paesi, una crisi della democrazia. Ero nato cosiddetto patrizio, a cui i rapporti di famiglia avrebbero agevolato la strada coi più svariati rapporti di parentela ed amicizia colla gerarchia politica ed economica, io mi ero, quattro anni addietro, deciso di sana pianta di aderire, ventitreenne, al partito socialista, ed anzi, ed anzi mi ero iscritto in tre sezioni nazionali di esso: Germania, Italia, Francia.[288]

In un altro testo, Bedeutende Männer del 1927, fa risalire la propria iscrizione al 1900:

Mi dispiace di dover parlare di me personalmente, ma io posso assicurare Sombart, che io, quando un tempo [preso da] giovanile idealismo mi decisi per il socialismo e con la conseguente gioia di un appena ventiquattrenne suggellai la «fede» entrando in un partito socialista (inizialmente quello italiano), ero un giovane di ottime speranze, per il quale erano aperte tutte le porte per nascita, per rango e per matrimonio.[289]

Sull'impatto che questa scelta ebbe sulla famiglia, Roberto Michels tornò a più riprese. Nelle Pagine autobiografiche si trova forse la recriminazione più forte nei confronti dei parenti:

Il socialista, allora, fu considerato come un leproso, e bandito con sommo rigore dalla buona società. I parenti mi ripudiavano a gara; negavano perfino la parentela stessa. Mi si rifiutò a priori ogni possibilità di carriera universitaria.[290]

Anche nel libro Il proletariato e la borghesia nel movimento socialista italiano, scritto nel 1907 e pubblicato nel 1908, si legge:

Il Socialismo in Germania non è cosa da «gente per bene». Chi appartenendo a questa «gente per bene» si fa socialista, è messo al bando della società. Chi si mescola con operai ignoranti, dando e ricevendo del tu (sich gemein machen),[291] non può più essere ammesso in compagnia dei nostri pari! Il disertore si pone in discordia colla famiglia, i più dei suoi amici si dileguano, la sua carriera è troncata. [...]. Al borghese che è entrato nel Partito socialista si fa sentire in tutti i modi che è un traditore dei suoi. Non è più invitato da alcuno a pranzo od a conversazione, anzi certe persone intimamente rozze e villane, e non son poche tra la «gente per bene», si credono in dovere di toglierti il saluto. È facile immaginarsi in tali condizioni lo stato d'animo di un buon Tizio tedesco, colla sua morbosa ambizione del decoro esterno e di quelle soddisfazioni che dà la «buona società».[292]

Nel 1936 così il consuocero Luigi Einaudi ricordava questo periodo torinese:

Credo di essere stato il primo studioso italiano di cose economiche il quale abbia conosciuto Roberto Michels. Fu a Torino, all'aprirsi del secolo, in una stanza dell'«Albergo della Dogana Vecchia», che mi trovai innanzi lui, forte, roseo, aperto e sorridente e lei Gisella, quasi nascosta dietro il marito gigantesco. Si occupavano amendue di problemi sociali e, per la simpatia verso operai organizzatori e socialisti, lui aveva abbandonato in Germania la carriera militare, alla quale tradizioni famigliari e prestanza fisica lo designavano quasi naturalmente.[293]

Alla fine del 1901[294] i coniugi si trasferirono a Marburgo in Barfüsserthor 30, in una casa tuttora esistente e che pare fosse appartenuta a Franz Liszt.[295] Lì nacquero Mario il 3 dicembre del 1901, Nerino[296] il 12 giugno del 1903, morto nell'agosto dello stesso anno, Manon il 17 agosto del 1904 e Daisy il 25 febbraio del 1906. Lì vissero fino all'inizio del 1907.

La scelta di Marburgo[297] fu consigliata, in vista di una Habilitation necessaria per la carriera accademica in Germania, dal suocero Theodor Lindner, che riteneva la Philipps-Universität di questa città di orientamento più liberale di altre Università tedesche per l'esistenza dell'indirizzo di studi storico-politici e filosofici di H. Cohen[298] e P. Natorp.[299]

Infatti il lavoro che il genero Robert Michels subito dopo la laurea gli aveva presentato riguardava argomenti scottanti per quell'epoca: Ein komunistischer Entwurf am Hofe Ludwigs XIV e Das Programm der socialdemocraten Frankreichsam Vorabend der Revolution von 1848.[300] Anche la liberale Marburgo respinse i suoi lavori che furono pubblicati nel 1902 dal Eduard Bernstein nei Documente des Socialismus.[301]

Figura 19: Marburgo, Barfüsserthor 30. (Foto del 2009 di Luigi R. Einaudi).

Scrive lo stesso Roberto Michels in un saggio relativo alla sua militanza politica negli anni di Marburgo:

La presenza di Robert Michels a Marburgo fu dovuta essenzialmente ad eventi casuali della sua vita. Egli voleva conseguire l'abilitazione per l'insegnamento della storia in una Università della Germania occidentale. A tale scopo gli fu consigliata, sulla base di supposizioni errate, Marburgo in cui trasferì il suo luogo di lavoro da Torino (dove più tardi fece ritorno). L'adesione al Partito socialdemocratico rese a priori impossibile la sua abilitazione.[302]

Roberto Michels di questo periodo ricorda anche:

Sennonché, egli trascorse oltre la metà di quegli anni con sua moglie fuori casa, viaggiando, a scopo di studio, in Germania, Italia, Francia, Olanda e Inghilterra, facendo numerose conferenze d'indole scientifica. Tenne anche due corsi all'Université Nouvelle di Bruxelles.[303]

Inoltre nelle Pagine autobiografiche si legge:

Come se la eterogeneità nazionale ed etnica, confessionale e politica dei miei antenati mi avesse segnato la vita, io stesso menai fin da giovane, ma con maggiore consapevolezza, e maggiore sforzo, perché i tempi miei avevano intanto consolidato i sentimenti di nazionalità che questi[304] non avevano nella stessa misura conosciuti, una vita per cui non esistevano pregiudizi e confini di sorta.[305]

Il 6-7 settembre del 1902 Roberto e Gisella Michels vengono invitati dalla Kuliscioff al congresso del PSI di Imola. In questa occasione, al termine di una manifestazione, Roberto Michels arringò una folla di circa 20.000 persone; in una cartolina postale inviata dal padre Julius da Cossila San Grato il 10 settembre 1902 al figlio che già si trovava a Torino, si legge:

Sembra che tu abbia svolto un ruolo [importante] come compagno tedesco a Imola; deve essere stato grandioso, quando tu dal palco, circondato dai più grandi, hai mandato alla massa che passava un saluto da parte dei compagni tedeschi.[306]

Du scheinst als deutscher Compagno in Imola Rolle gespielt zu haben; es muss herrlich gewesen sein,  als du vom Balcon, umgeben von den Grössten, den vorbeiziehenden Massen einen Gruß der deutschen Genossen zuriefest.

Presso l'archivio della Fondazione Einaudi di Torino la prima tessera di iscrizione alla SPD di Marburgo conservata risale al 1903. Ma anche questa data sembra destare qualche perplessità. Infatti nella storia della SPD di Lauterbach[307] si legge:

Alla fine del 1902 iniziarono i partiti a prepararsi per le elezioni al Parlamento del 1903. [....]. Al primo turno [...] il marburghese Dr. Robert Michels (SPD) prese l'8,9 per cento dei voti. 

In un curriculum vitae scritto in francese, e inviato ad Augustin Hamon in data 13/9/1903 su sua richiesta, Roberto Michels specifica:

Nel 1903 fu candidato per il Partito socialista per la circoscrizione di Alsfeld-Lauterbach in occasione delle elezioni generali politiche e in cui riportò 1194 voti, sebbene la circoscrizione in questione fosse puramente agricola. [308]

Tra il padre Julius e Roberto Michels si creò verso la fine del 1902 un forte contrasto, presumibilmente in seguito all'attivismo politico del figlio. Questo contrasto comportò uno strappo nei loro rapporti che, interrotti dall'inizio del 1903, ripresero solo nel 1906. In una lunga lettera datata Capodanno 02/03 e indirizzata alla madre Roberto Michels scrive, enfatizzando alcuni passi con la sottolineatura :

Cara mamma, la tua lettera mi ha toccato molto dolorosamente, quanto meno perché hai già dimenticato di nuovo tutto quello che ti ho spiegato a W. e già chiarito tante centinaia di volte anche per iscritto. La testimonianza più penosa di una confusione di idee che sempre ancora c'è in te, tanto dannosa per l'avvio di una comprensione, si trova nella tua frase annotata con 1.[309] Quindi, ancora una volta! Io non pretendo assolutamente nulla da papà, per me lui non deve cambiare, può leggere tutti i Kreuzzeitungen[310] che vuole, può invitare tutti i generali che esistono, può entusiasmarsi per guerra, macelleria, flotte e decorazioni e altri giocattoli finché ne ha voglia. Io non glie lo impedisco. La nostra battaglia è del tutto unilaterale. È un'enorme ipocrisia sostenere che io pretenda qualcosa da papà. Questo non è vero. Se papà fa il martire e dice che gli tolgo la gioia di vivere, allora questo martirio deve piacergli molto, altrimenti... vi porrebbe fine, mettendo da parte la sua pretesa. Dunque, ancora una volta! Non lo si può purtroppo ripetere mai a sufficienza: Io non voglio nulla da papà, ma lui vuole moltissimo da me, e cioè mi vuole togliere i diritti che persino il nostro Stato reazionario mi concede. Questo è un delitto, una specie di violenza mentale, o per lo meno un tentativo di essa, che dovrebbe essere perseguito penalmente e condannato. Incredibilmente ingenua è l'idea di papà che io possa continuare a seguire i miei interessi, ma che «non debba essere attivo come agitatore». A parte il fatto che io, purtroppo!! - non sono attivo come agitatore, perché finora soltanto molto molto raramente ho scambiato l'attività del silenzioso studioso indipendente con quella di tribuno del popolo, quest'idea non ha molto senso. Questa pretesa è tanto ridicola come queste: «puoi fare l'avvocato, ma non devi patrocinare»; oppure: «puoi tranquillamente continuare a seguire le tue inclinazioni commerciali, ma che Dio ti protegga se... fai commercio». Il Socialismo è una ideologia e come tale vuole essere sostenuta e comunicata agli altri. Socialismo è una speranza per il futuro ed i suoi aderenti hanno quindi il dovere di comunicare questa speranza agli altri e, se possibile, di accelerare questo futuro. Socialismo è però anche un grido di battaglia e quante più persone per la liberazione del mondo dai legami dell' oppressione capitalista e monarchica e dalla prostituzione mentale e fisica emettono questo [grido] con voce chiara, più lontano risuona il suo eco. Un socialismo, chiuso nell'intima cameretta del cuore, è come un pianoforte mai suonato, come un pesce fuor d'acqua. Papà però, per quanto mi rattristi dirlo, si è negli ultimi tempi rivelato un uomo al quale mancano gli elementi principali: cuore e testa. Il cuore gli manca, perché, persistendo in una apparentemente ferrea, ma in realtà soltanto sciocca, ostinazione, rifiuta ripetutamente la mano offerta dal figlio. Gli manca il cuore anche perché con rara mancanza di scrupolo pretende da suo figlio che sottometta umilmente [ciò che ha] di più sacro. Il cuore gli manca, perché per amore di sua moglie gravemente ammalata, che lo prega di desistere dalla sua fatica di Sisifo, non è pronto a farlo, nonostante tutte le sue numerosissime frasi d’amore. Per me è l'opposto. Io in ogni momento sono a disposizione di mia madre e per ogni riconciliazione, senza pretese. Ma il cuore gli manca anche per un altro motivo. L’unica cosa che papà può dire in tutta questa situazione con una apparente ragione quanto meno vaga è questo: tu mangi il mio pane, quindi ….! E questo infatti ve lo fa capire abbastanza spesso. Anche questo è una mancanza di cuore. Contro avversari del pensiero l’uomo rispettabile è solito combattere con mezzi dell'intelletto e non materiali (diseredazione). Ma a papà manca nella stessa misura anche la testa. Non può comprendere che qualcuno la pensi diversamente da lui, non può capire che qualcuno possa fare anche dei sacrifici per i suoi ideali, soprattutto però non gli è chiaro che tutte le sue mosse non gli sono utili, non vede che c’è una differenza tra il concreto e l’astratto, è tanto ingenuo da credere che io lotti contro di lui, e non vuol sapere che ho ben di meglio da fare, e che lotto contro l'ideologia, che casualmente anche lui rappresentò. Con tutta questa confusione di idee egli lega la speranza, per me molto poco lusinghiera, a una vittoria definitiva non della sua mente, non del suo cuore, per carità!, ma del suo portamonete. Ma che questa speranza sia ingannevole, questo glielo posso giurare. E ora ancora una parola riguardo te, mamma. So che parli a fin di bene, so che tu fai di tutto per colmare l’abisso. E per questo ti devo gratitudine e te la do volentieri di tutto cuore. Però una cosa è chiara. Non potrai imporre la tua buona volontà, se prima non avrai finalmente ottenuto chiarezza sullo stato delle cose, cioè fin quando non l'hai raggiunta. Non ti devono più succedere cose come al Nr.1 della tua ultima lettera. E ora addio! Non voglio chiudere però questa lettera senza una parola conciliante e quindi dichiaro che in ogni momento sono disposto a porgere la mano a papà, e sperando che il cuore di papà, in fondo in fondo buono, grazie alla forza del suo amore, ultimamente invisibile, possa bruciare le scorie dell'odio cieco.

Vengo il 5 con il medesimo treno. Sì, devo venire, date le circostanze??? Ne sei contenta? Tanti saluti e baci con fedele ricordo. Tuo Robert.

Si riporta l'originale in tedesco:

Liebe Mama,        Silvester 02/03

überaus schmerzlich hat mich Dein letzter Brief berührt, nicht zum wenigsten deshalb, weil Du schon wieder alles vergessen hast, was ich Dir in W. auseinandergesetzt u. bereits viele hundert Male auch schriftlich erklärt habe. Das peinlichste Zeugnis der noch immer auch bei Dir herrschenden, der Anbahnung eines Verständnisses so überaus schädlichen Begriffsverwirrung liegt in Deinem mit 1 notierten Satz. Also, nochmals! Ich verlange absolut nichts von Papa, meinetwegen braucht er sich nicht zu ändern, er kann soviel Kreuzzeitungen lesen, wie er will, so viel Generäle einladen, wie es gibt, so viel für Krieg, Metzgereien, Flotten und Orden und anderes Spielzeug schwärmen, wie er Lust hat. Ich hindere ihn nicht daran. Unser Kampf ist vollständig einseitig. Es ist nur sehr große Heuchelei zu behaupten, ich verlange etwas von Papa. Das ist nicht wahr. Wenn Papa sich als Märtyrer hinstellt und sagt, ich nähme ihm seine Lebensfreude, so muß dieses Märtyrertum ihm ja außerordentlich zusagen, sonst... würde er ihm doch ein Ende bereiten, indem er seine Forderungen einsteckt. Also, nochmals! Man kann das leider nie genug wiederholen: Ich will nichts von Papa, dieser aber sehr viel von mir, und zwar will er mir die Rechte nehmen, die mir selbst unser reaktionärer Staat zugesteht. Das ist ein Verbrechen, eine Art geistiger Notzucht, oder wenigstens der Versuch einer solchen, und sollte eigentlich strafrechtlich verfolgt und bestraft werden. Unglaublich naiv ist fernerhin die Papasche [sic] Auffassung, ich könne zwar meine Interessen auch weiterverfolgen, solle aber «nicht agitatorisch thätig sein». Abgesehen davon, daß ich, leider!! - nicht agitatorisch thätig bin, da ich bis jetzt nur sehr selten die Thätigkeit des stillen Privatgelehrten mit der des Volkstribunen vertauscht habe, hat diese Auffassung wahrlich nicht sehr viel Sinn. Die Forderung ist genau so lächerlich wie die «Rechtsanwalt kannst Du sein, aber plädiere nicht», oder «Deine kaufmännische Neigungen darfst Du ja ruhig weiter verfolgen, aber Gnade Dir Gott, wenn Du... Handel treibst.». Sozialismus ist eine Weltanschauung und eine solche will vertreten und anderen mitgeteilt werden. Sozialismus ist eine Hoffnung auf die Zukunft, und seine Bekenner haben deshalb die Pflicht, diese Hoffnung auch anderen mitzuteilen und diese Zukunft nach Möglichkeit zu beschleunigen. Sozialismus ist aber auch ein Kampfesruf, und je mehr denselben zur Befreiung der Welt aus den Banden der Kapital- und Monarchen-Bedrückung und aus der geistigen und physischen Prostitution mit heller Stimme ausstoßen, desto weiter hallt sein Echo. Ein Sozialismus verschlossen im trauten Herzkämmerlein, ist wie ein verschlossenes, nie gespieltes Pianoforte, wie ein Fisch … ohne Wasser. Papa aber, so traurig mir das auch auszusprechen wird, hat sich in letzter Zeit als ein Mann bloßgelegt, dem die Hauptelemente fehlen: Herz und Kopf. Das Herz fehlt ihm, weil er in scheinbar eiserner, tatsächlich aber doch wohl eben nur eisenblecherner Starrköpfigkeit verharrend, die dargebotene Hand des Sohnes immer wieder ausschlägt. Es fehlt ihm das Herz auch deshalb, weil er von seinem Sohne die niedere Unterwerfung seines Heiligsten in seltener Skrupellosigkeit verlangt. Herz fehlt ihm, weil er seiner schwerkranken Frau zu Liebe, welche ihn bittet, von seiner Sisifusarbeit abzustehn, dies zu thun trotz aller seiner ueberreichen Liebesphrasen nicht fertig bringt. Umgekehrt liegt der Fall bei mir. Ich stehe meiner Mutter jederzeit und zu jeder Versöhnung zur Verfügung, ohne Forderungen zu stellen. Das Herz fehlt ihm aber auch noch aus einem anderen Grunde. Das einzige, was Papa in dieser ganzen Gelegenheit mit einem wenigstens oberflächlich scheinbaren Grund sagen kann, ist das: Du ißt mein Brot, also ……! Und das läßt er ja Euch in der Tat oft genug durchblicken. Auch das ist eine Herzlosigkeit. Gegen geistige Widersacher pflegt der anständige Mensch mit geistiger und nicht mit materieller (Enterbung) Mitteln zu kämpfen. Aber in gleichem Maße fehlt Papa auch der Kopf. Er kann es nicht fassen, daß jemand anders denkt wie er selbst, er kann es nicht begreifen, daß jemand für sein Ideal auch Opfer bringen kann, vor allem aber, er ist sich nicht darüber klar, daß alle seine Taten ihm nichts nützen, er sieht es nicht, daß es einen Unterschied zwischen einem Concretum und einem Abstraktum gibt, er ist so naiv zu glauben, ich kämpfte gegen ihn und will nicht wissen, daß ich weit besseres zu thun habe als das, und daß ich gegen die Weltanschauung kämpfe, die er, zufällig mit vertritt. Mit all der Begriffsverwirrung verbindet er die für mich sehr wenig schmeichelhafte Hoffnung auf einen endgültigen Sieg, nicht seines Geistes, nicht seines Herzens: bewahre! Aber seines Geldbeutels. Daß diese Hoffnung trügerisch ist, das kann ich ihm aber beschwören. Und nun noch ein Wort zu Dir, Mama. Ich weiß, daß Du zum Guten redest, ich weiß, daß Du alles thust, um die Kluft zu überbrücken. Und dafür bin ich Dir Dank schuldig und zolle ihn Dir gern und aus vollstem Herzen. Aber das eine steht klar. Du wirst Deinen guten Willen nicht eher durchsetzen können, bevor Du Dir endlich Klarheit über die Sachlage verschafft bez. Dich zu ihr durchgerungen hast. Dinge wie in Deinem letzten Brief die Nr. 1 dürfen Dir nicht mehr passieren. Und nun Adieu! Ich will diesen Brief jedoch nicht ohne ein versöhnendes Wort schließen, und so erkläre ich denn, daß ich jederzeit bereit bin, Papa die Hand zu reichen und daß ich hoffe, Papas im aller aller innersten Grunde doch gutes Herz wird endlich doch einmal die Schlacken blinden Haßes durch die Kraft seiner letzthin unsichtbaren Liebe verbrennen. Ich komme den 5. mit demselben Zug. Ja, soll ich unter diesen Umständen überhaupt kommen??? Freust Du Dich darauf? Viele Grüße und Küsse in treuem Gedenken. Dein Robert.[311]

L'attivismo politico di Roberto Michels negli anni di Marburgo fu dunque il motivo della rottura tra padre e figlio, rottura che lo ferì molto se ancora nel 1911 scriveva nel capitolo secondo della parte quarta del testo che lo rese famoso, La sociologia del partito politico:

Quanto più forte è la tradizione famigliare, quanto più alta la posizione sociale dei componenti la famiglia, quanto maggiore la ricchezza, tanto più difficile è il passaggio alla socialdemocrazia. Questo provoca addirittura una catastrofe nel caso del figlio di una famiglia appartenente all'alta borghesia [....]. Gli è concesso di professare un vago «umanesimo» o al massimo definirsi «socialista», ma appena il disertore, come membro regolarmente iscritto al movimento dei lavoratori, vuole apertamente combattere a fianco dei «ribelli», viene definito paranoico o mauvais sujet. Il suo prestigio sociale decade paurosamente e perfino la famiglia lo ripudia; i vincoli più stretti della parentela e del sangue si spezzano bruscamente. Genitori e parenti gli volgono le spalle.[312]

Il 25 febbraio 1903, scrivendo ad Augustin Hamon[313] da Marburgo, Roberto Michels si rifiutò di comprare azioni del valore di 100 franchi ciascuna della rivista di scienze sociali, l'Humanité nouvelle,[314] perché il padre

encore vivant, vieux conservateur qui désapprouve le socialisme de son fils de tout coeur, ne me donne rien.

Così come declinò nuovamente il 30 luglio 1903 l'offerta di associarsi alla rivista con una quota di 25 franchi,[315] con il pretesto di un probabile trasloco in Svizzera a novembre di quell'anno, di cui non si ha alcun riscontro,[316] asserendo che

nous sommes réduits aux plus grandes économies.

È certo che i continui viaggi che lui e la moglie compivano durante il loro soggiorno a Marburgo e le due bambinaie cui erano affidati i bambini, che compaiono in alcune foto dell'epoca, costringevano Roberto Michels alla più stretta economia, così come a produrre il massimo numero di articoli o saggi. Tuttavia è molto probabile che i coniugi siano stati sostenuti pecuniariamente dai genitori Michels anche durante questo periodo, come risulta da una lettera di Gisella alla suocera Anna del 12/12/1905,[317] in cui accusa ricevuta della quota mensile e ringrazia.

A Marburgo Roberto Michels si era quindi buttato a capofitto nell’attività politica.

Nella storia della SPD di Lauterbach si legge:

Il 31 gennaio del 1904 ebbe luogo il primo comizio della SPD a Lauterbach su cui riferì il giornale di Lauterbach. Nel Gasthaus Keutzer parlò il candidato al Reichstag Dr. Robert Michels sull'ingiustizia tra i poveri e i ricchi. Il Lauterbacher Anzeiger definì naiv il suo intervento Allo stesso modo presso Keutzer nell'ottobre del 1904 ebbe luogo - anche qui con Michels - una conferenza [indetta] dalla circoscrizione elettorale della SPD. Nel febbraio del 1905 egli tenne delle assemblee a Frischborn e a Angersbach e parlò sul tema «Che cosa sono i socialdemocratici e che cosa vogliono", [assemblee] che a detta del giornale furono molto affollate.[318]

Come delegato del Partito Socialdemocratico tedesco partecipò attivamente ai congressi di Dresda nel 1903, dal 13 al 20 settembre, di Brema, dal 18 al 24 settembre 1904 come delegato socialdemocratico del collegio elettorale di Alsfeld-Lauterbach-Schotten, rappresentò la SPD al congresso socialista italiano di Bologna sempre nel 1904 e infine fu al congresso di Jena nel 1905.

Proprio a causa della sua militanza politica fu sottoposto a sorveglianza dal 27 ottobre 1903 al 5 aprile 1910 da parte della Polizia del Regno, Presidio di Berlino.[319]

La Polizia di Berlino registrò così una sua candidatura per il collegio di Hagen-Schwelm:

Egli in uno scritto datato Alzey[320] 20.8.05 parla della questione della candidatura nel collegio elettorale di Hagen-Schwelm,[321] di come gli è stata offerta e di come l'ha accettata. Si apprende che egli allora ha fatto un giro di propaganda[322] su proposta del Comitato del Basso Reno e che è stato anche a Hagen. La candidatura per il Reichstag di M[ichels] è stata bocciata con 10 voti contro 8 alla conferenza del Collegio Hagen-Schwelm il 27.08.05.[323]

L'anno 1905 fu carico di eventi drammatici: così li elenca Pino Ferraris nel suo saggio intitolato Roberto Michels politico:

Eventi cruciali del 1905: - prima rivoluzione russa,[324] - sciopero generale in Austria per il suffragio universale, - grande lotta dei minatori della Ruhr,[325] - agitazioni in Prussia e Sassonia contro il voto per classi. Il 1905 è anche l'anno della prima "crisi marocchina", della manifestazione dell'aggressività del giovane imperialismo tedesco, dello spettro della guerra che si riaffaccia nel cuore dell'Europa, insomma è l'anno in cui si accendono tensioni e dibattiti, si collaudano prassi organizzate e teorie consolidate.[326]

La crisi del Marocco del 1905 colse Roberto Michels mentre si spostava tra Berlino, Lipsia, Marburgo, e infine Parigi, ove egli avrebbe voluto stabilirsi con la famiglia, e dove sarebbe dovuta nascere l'ultima figlia,[327] ma il telegramma che gli annunciava la nascita di Daisy, il 25 febbraio 1906, lo fece rientrare a Marburgo.

Presumibilmente nello stesso anno 1906 ripresero i rapporti tra padre e figlio come appare dall'appunto scritto in italiano da Roberto Michels al rientro da Parigi:

Il partito non vale la spesa di una vita onesta, di un avvenire forse ostile, di una carriera modesta, ma possibile. [...] Scrivo a mio padre comunicandogli la mia decisione di emigrare e cercare di ottenere la riconciliazione mediante un compromesso.[328] 

La prima lettera, dopo la rottura tra padre e figlio, reperibile negli archivi, risale al 30 maggio 1906 ed è scritta da Roberto al padre, che poco prima gli aveva fatto visita:

Caro papà, sono di nuovo in piedi e mi dispiace che ciò non sia potuto accadere alcuni giorni fa. Ma sono ancora molto giù e forse a letto ero più divertente da vedere di adesso. Arriva ora il tuo pacco di libri che contiene cose per me molto utili e che ora farò spedire a Torino. Te ne ringrazio molto. Ma - da quando dunque sei membro della "Società economica" di Berlino? Allora pratichiamo quasi la stessa professione ed io me ne congratulo, poiché ho cara la mia professione. La tua visita fu molto piacevole e se ciò dovesse aver contribuito a modificare il mio antico sfortunato amore per te in qualcosa di fortunato, ne sarei molto felice. Partirò per Monaco con Manon, non appena sarò di nuovo libero di volare. Ho da fare un grosso lavoro nelle prossime settimane. Spero che la mia salute non mi pianti in asso. Il tuo fedele figlio Robert.

Aggiunge Gisella:

Caro papà, la mamma mi ha appena consegnato a tuo nome ancora 50 marchi come contributo per le spese di viaggio. Siine ringraziato da parte di tutti noi quattro! - Ai bambini manca molto il nonno, ed il papà, che ora siede dove sedeva il nonno, è molto più severo con loro! - Molti saluti cordiali da tua figlia che ti vuole bene. Gisela.[329]

Lieber Papa, bin wieder auf und bedaure, dass das nicht einige Tage früher geschehen konnte. Freilich bin ich noch sehr herunter und war vielleicht im Bette amüsanter anzuschauen wie jetzt. Nun kommt eben Dein Bücherpacket, das für mich sehr brauchbare Dinge enthält, und das ich nun nach Turin spedieren lassen werde. Vielen Dank dafür. Aber, seit wann bist Du denn Mitglied der «Volkswirtschaftlichen Gesellschaft» in Berlin? Dann wäre wir ja beinah Berufs-Kollegen, und ich gratuliere dazu, da ich meinen Beruf lieb habe. Dein Besuch war sehr gemütlich. Wenn er dazu beigetragen haben sollte, meine alte unglückliche Liebe zu Dir in etwas Glückliches zu gestalten, wäre ich froh. Ich werde etwa Ende dieser Woche abdampfen, mit Manon gen München. Ich habe in den nächsten Monaten faustdicke Arbeit zu tun. Hoffentlich läßt mich meine Gesundheit dabei nicht im Stich. Dein getreuer Sohn Robert.

Lieber Papa, eben übergiebt mir Mama in Deinen Namen noch 50 Mark als Zusteuer zu unserem Reiseausgaben. Sei herzlich dafür bedankt von uns allen vieren!- Den Kindern fehlt der Großpapa sehr, und der Papa, der an des Großpapa Stelle sitzt, ist viel strenger mit ihnen!- Viele herzliche Grüße von Deiner Dich liebenden Tochter Gisela.

Nella seconda lettera disponibile in ARMFLE, del 4 luglio 1906, Roberto Michels, dopo avere ringraziato il padre per la quota mensile di denaro, il Monatsgeld, scrive:

[...] Ora sono profondamente immerso nel mio lavoro che riguarda il movimento tedesco dei lavoratori, di cui deve essere già consegnata entro il 20 di questo [mese] la prima parte. Inoltre devo ancora elaborare la mia relazione scritta da presentarsi al primo Congresso internazionale sulla lotta della disoccupazione (settembre 06 a Milano), una fatica enorme! Vedi, ho poco tempo per prendere fiato e la testa così piena che quasi non riesco a dormire. Ma è proprio vero: il lavoro rende dolce la vita![...][330]

[...] Nun sitze ich tief über meinem Werk zur deutschen Arbeiterbewegung, von dem der I. Teil schon am 20. dieses abgeliefert sein muss. Außerdem habe ich noch mein schriftliches Referat zur Frage der Arbeitslosigkeit auszuarbeiten, das ich dem I. Intern. Kongress zur Bekämpfung der Arbeitslosigkeit (Sept. 06. in Mailand) vorlegen muß, eine Heidenmühe! Du siehst, ich habe wenig Zeit zum Atemholen und den Kopf so voll, dass ich kaum schlafen kann. Aber es ist wirklich wahr: Arbeit macht das Leben süß.[...].

Non ci è pervenuta la risposta del padre, ma la reazione che Roberto Michels ha avuto, scrivendogli immediatamente dopo, l'11 luglio, denota irritazione per un'ulteriore interferenza del padre nella sua attività politica e di studioso. Anche qui sottolinea alcuni passi per dare maggiore enfasi:

Marburgo 11 luglio 1906. Caro papà, molte grazie per la Tua cara lettera. Speriamo vivamente, tutti e cinque, che non ti farai scappare l'occasione, senza utilizzarla, e che verrai qui a trovarci o nel viaggio d'andata o di ritorno da Godesberg.[331] Non è vero? Molte grazie per la tua preoccupazione circa la mia salute ed il mio ulteriore avanzamento di carriera. Ma la forma, con cui questa preoccupazione questa volta si è manifestata, va contro il nostro accordo in modo inquietante. Mi devi lasciare in pace sotto il profilo scientifico. Quel che puoi pretendere è che al massimo io non ti racconti più nulla dei miei lavori. È quello che vuoi? Questo sarebbe molto triste. Venendo al dunque, devo dire che non ti capisco, dal momento che in altri ambiti possiedi buone conoscenze, che ogni tanto anch'io imparo volentieri da te. Come è possibile che tu ti possa aspettare la rivoluzione sociale da una conferenza [fatta] in un Congresso borghese, che è frequentato da professori borghesi e inaugurato da rappresentanti del Governo, un Congresso la cui partecipazione probabilmente mi sarà aspramente rimproverata dal Partito!! La rivoluzione sociale non nasce affatto dalla conferenza più o meno scientifica di un qualunque Michels, ma sorge in modo autoctono dalle condizioni economiche e sociali date, non appena il contrasto economico dell'ordine sociale odierno sia cresciuto fino all'esasperazione e inoltre non si sia creata una volontà sociale collettiva in grado di riconoscere che le condizioni per l'assunzione della produzione da parte della società siano mature. Il fattore essenziale di questo sviluppo è il capitalismo stesso che, seguendo leggi immanenti, distrugge sempre di più la classe media ed effettua l'accumulo di capitali (trust, cartelli, associazionismo azionario, quest'ultimo solo in parte), aumenta l'abisso economico tra proprietà e non-proprietà fino alla caricatura. Per quanto velocemente vada avanti questo sviluppo, ci vorrà un bel po' di tempo prima che il sistema economico e ancor più la psicologia siano maturi per il socialismo. Ancora una parola per chiarire il concetto di «rivoluzione». Al giorno d'oggi non esiste più nessun socialista che interpreti questo termine nel senso della rivoluzione dei forconi. Per noi la rivoluzione è una meta non una via. Per noi rivoluzione significa trasformazione profonda dei rapporti tra lo Stato e il privato, o, se preferisci questa parola, una riforma sociale molto ampia. Se aspirando a questo obiettivo sociale, sorto autonomamente, si arrivi a scontri sanguinosi oppure no, a causa del monopolio degli strumenti di lavoro e di un microcosmo abbiente e la conseguente formazione di una folla di lavoratori salariati, [questo] non ha nulla a che fare con l'idea di socialismo o anche con la tattica. Questo è semplicemente una questione di fede. Che ognuno di noi, ed io forse più della maggioranza, siamo contrari ad ogni perdita di vita è una conseguenza naturale della nostra etica socialista. Un'altra questione e solo questa, se riteniamo possibile che le cricche dominanti lasceranno che la grande disputa tra capitale e lavoro (che non sempre sono separabili con precisione) avvenga senza ricorso alle armi. A me tuttavia dallo studio della Storia sembra certo che a lungo andare gli scontri fisici siano inevitabili, e ciò per il semplice fatto che non ho potuto trovare alcun esempio nella Storia in cui una classe privilegiata si sia spontaneamente piegata alla volontà popolare della maggioranza. Ora, contrariamente al mio volere iniziale ed il mio scarso tempo, ho scritto ugualmente un piccolo catechismo sociologico. Va da sé che non evito alcuna discussione obiettiva su questi problemi (qui appena accennati), tanto più che essa dovrebbe partire da te. In ogni caso però mi sembrava utile, ai fini della nostra comprensione reciproca, che tu fossi almeno informato a grandi linee su ciò che io intendo per rivoluzione sociale. Cordialmente, il tuo fedele figlio, Robert Michels.[332]

Marburg, 11. Juli 06. Lieber Papa, vielen Dank für Deinen lieben Brief. Wir hoffen sehr, alle fünf, dass Du die Gelegenheit nicht unbenutzt vorbei gehen lassen wirst und uns entweder auf der Hin- oder auf der Rückreise nach Godesberg hier aufsuchen wirst. Nicht wahr? Vielen Dank auch für Deine Sorge um meine Gesundheit und mein sonstiges Fortkommen. Aber die Form, in der sich diese Sorge diesmal geäußert hat, verstößt auf das Bedenklichste gegen unsere Abmachungen. Du sollst mich wissenschaftlich in Ruhe lassen. Was Du verlangen kannst, ist höchstens, dass ich Dir von meinen Arbeiten nichts mehr erzähle. Willst Du das? Das wäre sehr traurig. Zur Sache selbst muss ich bemerken, dass ich Dich, da Du in anderen Dingen über so gute Kenntnisse verfügst, dass auch ich hier und dort gerne von Dir lerne, nicht verstehe. Wie kannst Du nur in aller Welt von einem Vortrag in einem bürgerlichen Kongress, der von bürgerlichen Professoren besucht und von Regierungsvertretern eingeweiht wird, einem Kongress, dessen Teilnahme mir möglicherweise von der Partei sehr verargt werden wird, die soziale Revolution erwarten!! Die soziale Revolution entsteht überhaupt nicht durch den mehr oder minder wissenschaftlichen Vortrag eines beliebigen Michels, sondern sie entspringt autochthon aus den gegebenen wirtschaftlichen und sozialen Verhältnissen heraus, sobald der wirtschaftliche Widerspruch der heutigen Gesellschaftsordnung sich bis zum Siedegrad verschärft hat und außerdem sich ein sozialer Kollektivwille geschaffen hat, der die Erkenntnis lebt, dass die Verhältnisse zur Übernahme der Produktion durch die Gesellschaft reif sind. Der wesentliche Faktor dieser Entwicklung ist der Kapitalismus selbst der, immanenten Gesetzen folgend, den Mittelstand immer mehr vernichtet und die Kapitalsakkumulation (Truste, Kartelle, Aktienvereinswesen, letzteres allerdings nur zum Teil) vollzieht und die wirtschaftliche Kluft zwischen Besitz und Nichtbesitz bis zur Karikatur steigert. So schnell aber diese Entwicklung vor sich geht, so hat es doch noch gute Weile, bis die Ökonomie, mehr aber noch, bis die Psychologie zum Sozialismus gereift ist. Noch ein Wort zur Klärung des Begriffes "Revolution". Es gibt kaum noch einen Sozialisten heute, der dieses Wort im Heugabelsinne auffasst. Die Revolution ist für uns ein Ziel, nicht ein Weg. Uns heißt Revolution gründliche Umgestaltung der staatsrechtlichen und der Eigentums-Verhältnisse, also, wenn Dir das Wort lieber ist, eine sehr weitgehende Sozialreform. Ob es bei Erstrebung dieses, durch das Monopol der Arbeitsmittel durch einen besitzenden Mikrokosmus und die daraus entstandene Bildung eines lohnarbeitenden Proletarierheeres selbstgeschaffenen sozialen Zieles zu blutigen Zusammenstössen kommt oder nicht, hat mit der Idee des Sozialismus oder auch mit der Taktik nichts zu tun. Das ist einfach Glaubenssache. Dass jeder von uns, und ich vielleicht mehr als die meisten, Gegner jeder Lebensvernichtung sind, ist eine selbstverständliche Konsequenz unserer sozialistischen Ethik. Eine andere Frage ist nur die, ob wir es für möglich halten, dass die herrschenden Cliquen die grosse Auseinandersetzung zwischen Kapital und Arbeit (die natürlich nicht immer säuberlich zu trennen sind) ohne Appell an die Waffen sich vollziehen lassen werden. Mir scheint es allerdings aus dem Studium der Geschichte festzustehen, dass physische Zusammenstöße auf die Dauer unvermeidlich sind, und zwar aus dem einfachen Grunde, weil ich kein Beispiel in der Geschichte habe auffinden können, in dem eine privilegierte Schicht freiwillig sich dem Volkswillen der Majorität gefügt hat. So, nun habe ich, entgegen meinem ursprünglichen Willen und meiner knappen Zeit, doch einen kleinen sozialwissenschaftlichen Katechismus niedergeschrieben. Dass ich keiner sachlichen Auseinandersetzung über die hier (natürlich nur angedeuteten) Probleme aus dem Wege gehe, zumal sie von Dir ausgehen sollte, versteht sich am Rande. Auf jeden Fall aber schien es mir für unser gegenseitiges Verständnis dienlich, wenn Du wenigstens über das, was ich unter sozialer Revolution verstehe, in grossen Zügen informiert bist. Herzlichst, Dein treuer Sohn Robert Michels.

L'unica lettera di Julius presente negli archivi è dell'8 novembre1906, diretta a Gisella. In essa dichiara di avere inviato i soldi a Roma secondo la richiesta di Gisella, presso casa Giuliani in via dei Condotti 75. Ai primi di novembre infatti Roberto e Gisella erano a Roma come risulta da una lettera indirizzata a Gisella da Arturo Labriola il 1/11/06, e a Roberto Michels da Paolo Mantica il 3/11/06 a questo indirizzo.[333] Dal 7 al 10 ottobre 1906 si era svolto a Roma il Congresso del Partito Socialista italiano, cui avevano partecipato entrambi i coniugi.

Non si sono trovate altre lettere fino a quella che Roberto scrisse da Torino nel dicembre del 1907:

Torino 20. XII. 07. Caro papà, ricambio di tutto cuore i Tuoi auguri [per il periodo che va] dal 24 dicembre al 9 gennaio. Anch'io son ben lontano dal pensare, per quel che Ti riguarda, alla realizzazione dei [miei] desideri personali, e già mi considererei fortunato, se Tu - e altri - se la sentissero, rinunciando all'impossibile, di volermi bene così come sono, con tutti i miei lati buoni, tutti i miei presunti difetti e tutti i miei difetti reali. Tu sai quanto desideri ardentemente questa riconciliazione intima, Tu stesso sai però anche quant'è impossibile esercitare pressione sui pensieri, in particolare quando si ha tutti i giorni l'occasione di esaminare e rafforzare le idee, come nel caso mio. Il mio desiderio per Natale è racchiuso in un sogno, per il quale basta solo un minimo atto di volontà, perché possa diventare realtà: col Tuo aiuto e rifiutando energicamente tutti gli elementi eterogenei mi sia ancora una volta concesso di avvicinarmi amichevolmente a Te in fedele cameratismo e di poter rendere più belli i Tuoi ultimi anni di vita. Con un cordiale augurio di Buon Natale e di Buon Anno, il Tuo Robert.[334]

Turin, 20. XII. 07. Lieber Papa, Deine Wünsche vom 24. Dezember bis zum 9. Januar erwidere ich auf das Herzlichste. Auch ich bin weit davon entfernt, Dir gegenüber an die Erfüllung eigener Wünsche zu denken, und würde mich schon glücklich preisen, wenn Du es über Dich - und über andere - bringen könntest, mich, Unmöglichem entsagend, lieb zu haben, so wie ich bin, mit allen meinen guten Seiten, allen meinen vermeintlichen Fehlern und allen meinen wirklichen Fehlern. Du weisst, wie sehr ich diese innere Versöhnung ersehne. Du selbst weisst aber auch, wie unmöglich es ist, Gedanken Zwang anzutun, ganz besonders dann, wenn man, wie ich, tagtäglich Gelegenheit hat, die Gedanken zu prüfen und zu stärken. Mein Weihnachtswunsch klingt in einem Traum aus, zu dem nur ein bisschen Willensakt gehört, auf dass er zur Wirklichkeit werde: möge es mir mit Deiner Hülfe und unter energischer Ablehnung aller heterogenen Elemente noch einmal vergönnt sein, in treuer Kameradschaft Dir freundschaftlich nahe zu treten und Deinen Lebensabend verschönen zu dürfen. Mit herzlichem Weihnachts -und Neujahrsgruß Dein Robert.

Roberto e Gisella, sicuramente a partire dal 1906, come attestano le lettere di ringraziamento e di ricevuta consegna della quota scritte da Gisella o da Roberto ai genitori Michels, conservate all'ARMFLE, poterono quindi contare su un aiuto mensile di una certa entità da parte di Julius Michels. Questo aiuto economico continuò anche nel primo periodo torinese sia pur con una certa difficoltà economica da parte di Julius, come traspare dalla seguente lettera del 18/1/1910 di Roberto:

Caro Padre. [...] Quando tu hai ridotto due anni fa il nostro mensile all'improvviso da 400 a 320 marchi è stato un colpo duro e sensibile per la nostra economia domestica e tenore di vita. Pensa, un sesto delle entrate! Oggi però io stesso sto guadagnando, ma le spese crescono ancora più delle entrate. Noi stessi diventiamo «vecchi» e più comodi. I bambini crescono, e last but not at all least il nostro affitto annuale è cresciuto di 200 £, un aumento che non abbiamo potuto evitare. Così mi sono deciso a pregarti di aumentare la nostra entrata e riportarla alla posizione precedente. [...] Il tuo sempre fedele figlio.[335]

Lieber Vater. [...] Als Du unser Monatsgeld vor 2 Jahren plötzlich von 400 auf 320 kürztest, war das für unsere Haushaltung und Lebensführung ein harter und empfindlicher Schlag. Denke, ein Sechstel des Einkommens! Heute bin ich zwar selbst etwas in Verdienst gekommen, aber in noch Höherem Grade als die Einnahmen wachsen die Ausgaben. Wir selbst werden «alt» und damit bequemer. Die Kinder wachsen heran, und last but not at all least ist unsere Miete um jährlich 200 £ gestiegen, einer Steigerung, der wir uns nicht entziehen konnten. So kommt es, dass ich mich entschlossen habe. Dir die Bitte nahezulegen, unsere Rente wieder auf den vorherigen Stand zu erhöhen. [...] Dein stets getreuer Sohn.

Evidentemente Julius fu d'accordo e Il 15 settembre 1911 proponeva al figlio di rendere formale la quota di 5000 marchi da erogarsi annualmente, in modo da poterla dedurre dalle tasse.[336]

La militanza nella SPD nel periodo di Marburgo

allontanò definitivamente per il M[ichels], nella Germania in cui vigeva dal 1898 una legge discriminatoria nei confronti dei socialdemocratici, ogni prospettiva accademica.[337]

Scrive[338] Marianne, moglie di Max Weber, nella biografia dedicata al marito:

E infine [Weber] detesta la pavidità e la mancanza di libertà politica, che si oppongono alla designazione di studiosi di orientamento socialdemocratico. Un caso emblematico che lo tenne occupato per molto tempo fu quello di Robert Michels, un giovane sociologo che, per il succitato motivo, si vide a lungo negato l'accesso all'Università tedesca, sicché non gli rimase altra scelta che di conseguire la libera docenza all'estero. Weber definì questo stato di cose «una vergogna per una nazione civile a confronto con la situazione italiana, francese, e persino - in questo momento - con quella russa; e nel dire ciò sono sicuro, d'altronde, di trovare il plauso della maggioranza dei migliori studiosi tedeschi, indipendentemente dalla posizione politica dei singoli». Allorché Alfred Weber[339] sollevò questo caso al primo Congresso dei docenti universitari, tra le file dei colleghi fu sostenuto che erano stati anche motivi personali, oltre alle ragioni politiche, a determinare il rifiuto dell'abilitazione per Michels, e in particolare il dato di fatto che quest'ultimo non aveva fatto battezzare i propri figli. Sulla questione, Max Weber scrisse per la «Frankfurter Zeitung» un articolo su Die sogennante «Lehrfreiheit» an den deutschen Universitäten (la cosiddetta libertà di insegnamento nelle Università tedesche).[340] 

Marianne cita subito dopo alcune affermazioni fatte da Max Weber su questo giornale:

(20 settembre 1908).

Finché dominano opinioni siffatte, non vedo la possibilità di comportarmi come se avessimo qualcosa di simile a una «libertà d'insegnamento» (...) e finché le comunità religiose lasciano consapevolmente e manifestamente che si usino i sacramenti come mezzi utili a far carriera, sullo stesso piano delle mostrine dei corpi goliardici o dei brevetti da ufficiale di riserva, esse meritano quel disprezzo di cui sono solite lamentarsi.[341]

Nella primavera del 1907 Roberto Michels si trasferì a Torino con tutta la famiglia[342] e vi rimase fino all'aprile del 1914.

Fin dal 1907 [....], potevo dirmi italiano di cuore e di mente, mentre la coltura rimaneva, naturalmente, e in parti uguali, divisa (non separata) tra la Germania, la Francia e l'Italia.[343]

A Torino ottenne l'abilitazione per titoli alla libera docenza con Achille Loria[344] nel dicembre del 1907[345] e poté iniziare ad insegnare nell'Università di questa città come Libero Docente di Economia. Tenne la prolusione il 1° dicembre 1908 col titolo L'uomo economico e la Cooperazione. Soltanto nel marzo del 1908 fu inserito con deliberazione della Facoltà di Giurisprudenza di Torino nell'elenco dei liberi docenti.

Scrive Roberto Michels:

Al 7° Congresso internazionale di Stoccarda (agosto 1907) Robert Michels, nel frattempo divenuto Libero Docente di Economia politica all'Università di Torino, partecipò come delegato della sezione italiana e, di conseguenza, della frazione sindacalista.[346]

Nella nota 42 al testo lo stesso Roberto Michels aggiunge:

Pochi mesi più tardi Michels si dimise da membro del Partito socialista italiano. Quindi la sua appartenenza al Socialismo internazionale in tutto durò non più di cinque anni (1902-1907).

Al Congresso di Stoccarda partecipò anche la moglie Gisella.

A Torino la famiglia si stabilì in via Provana 1, in un appartamento all'ultimo piano affacciato sui giardini di Piazza Cavour, non lontano dal Po, che divenne ben presto un crocevia della migliore élite intellettuale torinese e punto di incontro anche internazionale. Seguendo la consolidata tradizione famigliare,[347] ogni martedì pomeriggio casa Michels si apriva agli ospiti, che non solo appartenevano alla sfera universitaria o politica, ma erano anche musicisti, pittori, scultori e letterati. Così lo descrive Achille Loria nel 1910 nel suo saggio intitolato «Un intellettuale italo-tedesco. Roberto Michels»:

Figura 20: La famiglia Michels in via Provana a Torino. (Album della madre di Gisella, Agnes Lindner).

Lo scritto "Aus Turin geschickt Juli 1911"(inviato da Torino luglio 1911) è di Agnes.

Dotto, ei lo è certo in sommo grado e le lunghe notti vegliate al tavolino fra le carte difficili dànno frutti saporosi e durevoli di scienza vera e profonda. Ma dal tavolino ci si stacca non di rado per correre ad addottrinare colla parola eloquente le popolazioni oltremare, a Gratz, a Buda-Pest, a Vienna, a Parigi; o dallo studio si leva per volare al club, al convegno, perfino alla veglia festiva; e nella sua dimora ospitale non s'adunano solo i sapienti d'Italia e del mondo, e quanti intellettuali attraversino la sua città d'elezione - ma corrono inoltre le dame leggiadre e i giovani esuberanti, ma il conservatore accosta il socialista, ma s'incontrano i virtuosi della poesia e delle lettere, del pennello e del canto. E sui crocchi dei convitati, pensosi o festevoli, immemori o tormentati, torreggia la figura atletica del biondo Apollo germanico, dagli occhi ridenti, dal volto buono, dalla parola vibrata e fluente, esprimente in un perfetto italiano, ingentilito da una leggera pronuncia teutonica, le idee più interessanti ed argute sui problemi più ardenti e insoluti della società e della vita.[348]

Marianne Weber ricorda la sosta a Torino del marito nell'aprile del 1911:

Weber prosegue il viaggio verso sud e lungo il cammino fa visita a Torino al giovane amico e collega Robert Michels; registra ogni elemento di umanità e lo dipinge poi in pochi tratti.

Torino, 20 aprile 1911

Sono arrivato ieri a mezzogiorno; alla stazione ho trovato Michels con quella piccola e graziosa civetta di Manon. Alloggio in un albergo alla buona e sono andato a pranzo dai Michels. Discussione poi nel pomeriggio; di sera, fino alle undici, diversa gente. Sonno discreto. Adesso, ancora qualche ora a Torino: pinacoteca e cose simili. Nel pomeriggio, proseguo per la Riviera.

Torino. 22 aprile 1911

Sarai risentita del mio silenzio di un giorno e mezzo e della mia laconicità. Ma a Torino sono stato quasi sempre dai Michels. Il loro appartamento[349] è piccolo: tre piccole stanze di soggiorno, un'altra cameretta laterale, niente camera degli ospiti; per il resto, buona posizione. I bambini dormono con la domestica sul divano, nella cameretta di lato. La prima sera da soli e abbiamo disputato fino all'una e mezzo di notte. La signora Michels è rimasta carina e graziosa. Lui: il signore Capoguardiaboschi in versione elegante (...). Quando lei ha sollevato timide obiezioni contro il «gioco dell'adulterio» che il marito faceva con Manon - lo proponeva in mio onore ed è come una mania per la piccola birba - Michels ne è stato toccato in modo assai imbarazzante. Mario, il ragazzo più grande, è molto nervoso, strizza gli occhi, è poco robusto, ma carino e affettuoso, e possiede evidente grande bontà. Manon è una piccola, graziosissima monella, nervosa, ingenuamente civettuola, si muove come un'attrice, ha rappresentato splendidamente l'adulterio nei gesti, nelle maniere e nella conversazione. Quando però ho detto che diventerà un'attrice, entrambi i genitori erano moralmente indignati. La più piccola, che ha più o meno quattro anni, è una bambina vivace, robusta, chiara, aperta e deliziosamente sana; è indistruttibile. I ragazzi hanno giostrato tutto il tempo intorno a me, lui poi ha discusso con loro su chi tra me, il signor Lagardelle[350]e il signor Goldscheid[351] fosse 1) più bello, 2) più buono, 3) più piacevole ecc. Io ho avuto il primo premio per il talento nel gioco; per il resto, in nulla. I bambini sono di una favolosa naturalezza nel loro giudizio. Con Michels, com'è ovvio, lunghi discorsi sull'erotismo; te ne dirò a voce: la consapevolezza della propria capacità di conquista conserverebbe giovani (...).[352]

A Torino Roberto e Gisella Michels ebbero modo di frequentare assiduamente il salotto di Cesare Lombroso,[353] in via Legnano, e di far amicizia con le sue figlie, Gina [354] e Paola[355] e i rispettivi mariti, lo storico Guglielmo Ferrero[356] e Mario Carrara.[357] Esiste una fotografia del piccolo Mario Michels a Laigueglia a casa dei Ferrero, insieme ai loro figli Enrico e Maria Gina, e alla vedova di Lombroso, Nina de Benedetti. Nel 1911, in occasione di una conferenza da tenere a Colonia, poco dopo la morte di Lombroso, Roberto Michels descrisse così l'ambiente di casa Lombroso:

A Torino, la casa Lombroso in via Legnano fu un centro intellettuale, forse l'unico, della città. Assecondato dalla moglie Nina, sempre affabile e sorridente, che riuniva in sé, nel modo più perfetto, le caratteristiche che distinguono una signora dell'alta società insieme con tutte le qualità di una donna affettuosa e premurosa, il Lombroso, ospitalissimo, tenne cercle tutte le domeniche. Non scorderò mai i pranzi intellettuali e le lunghe belle sere, in cui - chi sa quante volte - i suoi intimi stavano raccolti, spesso fino alla mezzanotte, nelle stanze armoniche e artistiche del grande antropologo. Convenivano ai ricevimenti oltre la sua Gina e la sua Paola, il figlio prof. Ugo e i generi Guglielmo Ferrero e Mario Carrara, Gaetano Mosca,[358] Pio Foà,[359] Achille Loria, Antonio Maria Mucchi,[360] Edoardo Mariani, Lorenzo d'Adda[361], Leonardo Bistolfi,[362] Zino Zini,[363] Gustavo Balsamo Crivelli,[364] Livio Herlitzka,[365] Benedetto Morpurgo,[366] le rispettive signore, la signora Rabbeno[367] (vedova dell'economista), Tivoli e molti altri di cui nel momento mi sfugge il nome.[368]

Il 28 maggio 1910 Anton Maria Mucchi dedica a Roberto Michels una caricatura ad acquarello eseguita dal pittore uruguaiano José Cuneo,[369] suo allievo, per ringraziarlo di avere fatto la guida in un giro turistico a Parigi. Nel quadro si vede campeggiare su tutti Roberto Michels, piccola piccola, la moglie Gisella che lo cinge al braccio sinistro mentre egli con il destro indica una stilizzata torre Eiffel; alle sue spalle Anton Maria Mucchi e la moglie Lucia, davanti la signora Mariani con il marito e davanti ai Mariani il pittore José Cuneo. Sopra al gruppo si legge la seguente dedica:

DOMINO

BOBIO MICHELS COOK II

Sodales quos per Urbem Lautetia pilotavit laudabiliter

Multas Gratias Agunt

et hanc de charta Bergaminam offerunt

A.M. Mucchi

Seguono le firme: Lucia Mucchi, Carlo Edoardo Mariani,[370] Clelia Mariani, José Cuneo. La firma del pittore Josephus Cuneus delineavit si trova in basso a destra.[371]

La casa di Lombroso era anche frequentata da molti

forestieri di passaggio nella capitale del Piemonte [...]; fra questi eccelse Enrico Ferri,[372] accolto sempre con amore di padre a figliolo; [....]; il marchese Paolucci de Calboli, Giovanni Cena,[373]tutti vecchi e fidati amici di casa Lombroso; ovvero amici nuovi come Max Weber di Eidelberga, [...].[374]

Fu a casa Lombroso che Roberto Michels conobbe nel 1904 il Marchese Raniero Paulucci de Calboli che tanta parte ebbe nella sua vita in epoca successiva, come lui stesso racconta:[375]

Mi univano al Paulucci di Calboli, oltre i legami d'ordine ufficiale, vincoli di amicizia personale e di quasi colleganza scientifica. [...]. Fu a un pranzo a casa Lombroso verso il 1904, che chi scrive ebbe l'onore di fare la conoscenza degli illustri coniugi [Paulucci de Calboli].

Anche la casa dei Michels a Torino, così come più tardi quella di Basilea e quella di Roma, era frequentata dalla migliore intelligentia dell'epoca che vi si radunava durante pomeriggi o serate stabilite. Al 1909 risale il busto che lo scultore César Santiano[376] fece a Roberto Michels.[377] Spesso i pomeriggi di casa Michels venivano allietati da concerti nei quali Gisella, che era un'ottima pianista, accompagnava al pianoforte Lieder di Schubert, di Schumann, di Brahms o romanze di Tosti e canti popolari italiani e stranieri,[378] o suonava le difficilissime sonate di Beethoven.[379] Risale al periodo torinese la conoscenza e l'amicizia con la compositrice Eugenia Calosso,[380] che venne anche invitata a tenere concerti a Basilea per l'associazione "Dante Alighieri",[381] di cui Roberto Michels fu presidente a partire dall'autunno 1914, per cinque anni e mezzo.[382]

Un cronista elogiò, nel febbraio 1910, la bravura pianistica di Gisella (così italianizzata), mentre l'uditorio applaudiva il giovane ingegnere Acanfora[383] per le sue ricerche sulla musica italiana del Settecento. Animatissima la compagnia, allietata dal sorriso di dame eleganti, le signore Rabbeno,[384] Loria, Borgese, Mariani, Corrado, ecc. e dal brio dei rispettivi consorti: «viva e brillante la conversazione fino a notte».

Nel 1912, nel saggio In Austria-Ungheria, impressioni di viaggio, Roberto Michels esprimeva già la sua scelta italiana e soprattutto il suo credo di studioso:

Il mio compito di fronte all'argomento da me prescelto - mi preme dirlo fin da questo momento - non può non essere quello di uno studioso spassionato ed affatto spregiudicato; tedesco, che non rinnega la sua patria renana, ove si mescolano tre civiltà e tre razze - germanica, francese, ed olandese - io sono oramai diventato figlio adottivo di questa Italia, della quale, senza chiudere timidamente gli occhi innanzi ai suoi difetti, vo cantando da anni le grandezze e i pregi alle genti straniere. Il mio compito è quello del teorico che chiarisce e spiega, che non intende influire decisamente sull'indirizzo delle altrui volontà, ma solo venir in aiuto al giudizio e al libero esame degli studiosi e che porta in mano non la fiaccola dell'agitazione politica, ma il lume ben più sereno della spiegazione.[385]

Il 26 luglio del 1913 l'Università di Basilea conferì a Roberto Michels la cattedra di professore ordinario di Economia politica e Statistica.

Nell'agosto del 1913 la famiglia Michels si trovava a San Pellegrino, presso Bergamo, dove Gisella faceva una cura termale. Il Giornale di San Pellegrino del 24 agosto 1913[386] in prima pagina accanto ad una caricatura gigantesca di Roberto Michels, circondato da persone estremamente piccole, con sotto il braccio un fascicolo con su scritto BOZZE, scrive:

Quel signore che giganteggia fra la folla e colla cui statura può soltanto competere il campanile di S. Pellegrino, è Roberto Michels, libero docente di economia politica alla R. Università di Torino e di recente nominato professore ordinario all'Università di Basilea. Si accompagna spesso col professor avv. Arnaldo Agnelli[387] - ospite abituale di San Giovanni Bianco - discutendo di economia politica, di statistica, di pacifismo e delle bellezze e dei progressi dell'Italia, di cui il professor Michels è sincero ammiratore.

Il trasferimento a Basilea non interruppe il rapporto di libera docenza con Torino; infatti egli conservò presso l'Università di questa città un corso libero settimanale di sei ore che tenne ininterrottamente fino al 1917, anche se fu iscritto come libero docente presso questa Università fino al 1927.[388] A Torino Roberto Michels fu molto apprezzato come docente e come uomo di cultura, al punto che:

Le cronache mondane dell'epoca raccontano addirittura della costituzione di un Comitato organizzatore, animato dall'avvocato Michele Berardelli[389] e dal professore Felice Tedeschi (presidente dell'Associazione del Liberi Docenti), per le celebrazioni per il commiato dell'apprezzato professore e della gentile e non meno studiosa consorte Gisella. Vi furono riunioni nei salotti più prestigiosi con discorsi e recite nelle quali si misero in luce anche le piccole Manon e Daisy Michels (mentre restava un po' in ombra il primogenito Mario, già orientato allo studio di materie tecnico matematiche),[390] che culminarono in un solenne banchetto di commiato tenuto il 31 marzo 1914 nel salone del Restaurant du Parc, al Valentino, alla presenza di più di cento commensali, rappresentanti «l'eletta società» e la cultura torinese, e con l'adesione delle massime cariche politico-amministrative e accademiche, dal sindaco Teofilo Rossi [391] al rettore Romeo Fusari,[392] al preside di Lettere e Filosofia Giovanni Vidari.[393] Anche Achille Loria, da qualche mese preside della Facoltà di Legge, inviò un messaggio di adesione.[394]

Il 18 marzo infatti fu inviata una lettera circolare ad amici e conoscenti in cui si diceva:

Torino, li 18 marzo 1914.

Egregio signore,

Il prof. ROBERTO MICHELS, che ha saputo conquistarsi fra noi la simpatia e l'affetto di quanti ebbero ad avvicinarlo e la deferente ammirazione degli studiosi, è stato con voti unanimi e lusinghieri chiamato alla cattedra di professore ordinario di Economia Politica all'Università di Basilea. Egli lascia a malincuore il nostro paese, al quale si sente ormai legato da sentimenti di cittadino e di figlio, e gli amici, che con vivo rammarico lo vedono allontanarsi, mentre sperano di salutarne presto il ritorno, intendono, a testimonianza del loro affetto per l'uomo e della loro ammirazione per lo scienziato, riunirsi a convito attorno a lui ed alla sua egregia, buona e colta Signora, che segue con amore e lieto tormento l'ascensione del compagno della sua vita. Si spera che V.S. vorrà aderire a tale manifestazione.

Bartoli Prof. Matteo[395] - Bianco di San Secondo Contessa Elisa Cibrario[396] - Berardelli Avv. Michele - Berutti Alberto - Bistolfi Comm. Leonardo - Casalini On. Giulio ed Ines - De Cardenas Contessa Vincenza - Gentile Maestro Dott. Alberto - Guglielmo Ferrero - Lombroso Dott. Gina - Loria Professor Achille e Adelina Artom - Marazio Senatore Barone Annibale[397] - Baronessa Giuseppina Marazio di Santa Maria Bagnolo[398] - Mariani Dott. Edoardo e Clelia Garrone - Massa Saluzzo Avv. Conte Leopoldo - Norlenghi Dott. Aroldo[399] - Patetta Prof Federico[400] - Rabbeno Adele Errera[401] - Tedeschi Comm. Avv. Prof. Felice, Presidente Associazione Torinese Liberi Docenti - Contessa Giulia Gritti Tracagni - Trivero Prof. Camillo - Villavecchia Giulia Dellavalle.

Il banchetto avrà luogo alle ore 19,30 il 31 corr. Marzo al «Restaurant du Parc». (al Valentino). Nella stessa occasione si offrirà in ricordo al festeggiato una pergamena con le firme degli aderenti. La quota per il pranzo è di L. 8, per la pergamena di L. 2

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Le adesioni si ricevono fino al giorno 28 corr. Marzo presso l'Avv. Michele Berardelli, via Fabro, N. 4. e presso l' Avv. Massa Saluzzo, V. M. Pescatore 7.[402]

Il giornale "La Gazzetta di Torino" dell'1/4/1914 così riporta l'evento:

Il prof. Roberto Michels, [...], aveva conquistato, unitamente alla sua piccola famiglia, la simpatia e l'affetto di quanti lo avvicinavano e frequentavano il suo salotto, divenuto ben presto un ritrovo di intellettuali. [...] Ciò spiega il grande entusiasmo e l'intima dimostrazione di amicizia che ieri sera diedero l'impronta al banchetto di commiato che oltre un centinaio di commensali offrivano nel Ristorante del Parco all'uomo di studio ed all'amico del nostro Paese. Attorno a lui e alla gentile sua signora erano: Leonardo Bistolfi, il prof. Ruffini,[403] il professore senatore Pio Foà, Guglielmo Ferrero, il prof. Vidari, la contessa De Cardenas,[404] il prof. comm. Tedeschi, presidente dell'associazione dei liberi docenti, il dott. Gentili, il prof. Lugaro,[405] l'on. Casalini, il barone Marazio, i professori Niceforo,[406] Einaudi, Cosentino, Sommerhoff, Bartoli, il dott. Norlenghi[407] ed un numeroso gruppo di Signore, fra cui specialmente notate la dottoressa Moravitz, Gina Lombroso, la signorina Marietta Armstadt, e la signorina Eugenia Calosso. [...]. Un commovente discorsetto vibrante d'italianità pronunciò in ultimo la bambina Manon Michels.[408]

Durante questa occasione gli amici gli consegnarono una pergamena come testimonianza di stima e rimpianto con la seguente dedica:

A Roberto Michels.

Le onde del Reno nativo non cancellino dalla tua mente il ricordo degli estimatori ed amici, che dalle mitiche rive del Po ti accompagnano coi più simpatici auguri plaudenti al nobile ingegno, che della coltura elettissima fa strumento fecondo di pace umana e di fraternità tra le genti, che vince secolari barriere dei ceti, delle stirpi e dei regni, che tutto e tutti accomuna ed associa in un ideale altissimo di umanità nuova e di più sana rigenerazione. Vale, o compagno carissimo alle nostre menti ed ai nostri cuori, e possano i tigli germanici rinverdire al pensoso tuo capo i non effimeri allori, che la primavera italica ha per te germogliati.

Torino 31 marzo 1914.[409]

Figura 21: Pergamena degli amici di Torino.

In questa occasione Angelo Sraffa,[410] che all'Università insegnava Diritto commerciale, gli aveva comunicato la propria desolazione al pensiero di non trovare più a Torino «un nobile agitatore di idee come siete voi».[411]

Roberto Michels si trasferì con la famiglia a Basilea nella casa di via Steinengraben 47, dove abitò fino verso il 1922, poi si trasferì in Nadelberg 10, e prese servizio presso l'Università di questa città nel maggio del 1914.

Avendo ricevuto, a Torino, dove ero professore nel Tredici, l'invito di passare a Basilea, a quella Università, accettai nella speranza di trovare nella Svizzera almeno la comprensione delle tre nazionalità a me care, quella italiana, quella tedesca e quella francese. Fui deluso. Non mi stancai di scrivere in Italia un libro sul commercio germanico, ed un altro sulla Francia contemporanea, e pubblicai, in Francia ed in Germania dei lavori sull'Italia. Come cittadino, optai una volta, nel Tredici, e per l'Italia.[412]

Il 30 dicembre 1913 infatti Roberto Michels aveva ottenuto il certificato di svincolo dalla cittadinanza prussiana,[413] rilasciato dal Regio Prefetto di Kassel, ma solo il 3/3/1921 ricevette la Cittadinanza italiana con Decreto registrato alla Corte dei Conti il 14 marzo 1921.[414] Nel suo discorso in commemorazione di Roberto Michels l'amico e consuocero Luigi Einaudi sottolineava questa scelta italiana nel modo seguente:

Viaggiando molto si erano innamorati dell'Italia; nessun paese al mondo sembrando ad essi preferibile del nostro, per l'assenza di pregiudizi sociali e religiosi, per la scioltezza aperta dei rapporti fra ceto e ceto, per carriere aperte liberamente a tutti; e non ebbero pace sinché, passata la bufera della guerra, non ottennero, per sé e per i figli, la piena cittadinanza italiana.[415]

La scelta italiana comportò per Roberto Michels nel periodo della Prima guerra mondiale gravi difficoltà:

Solo qualche mese prima che scoppiasse [la guerra mondiale] avevo accettato la cattedra di economia politica all'Università di Basilea in Isvizzera. Mi comportai da italiano, quale ormai ero. [....]. I tedeschi mi accusavano, i francesi e gli inglesi mi spendevano lodi di essere stato l'autore del libro: «J'accuse!»,[416] libro intelligentissimo che, come si sa, menò un colpo formidabile alla posizione politica e giuridica della Germania in guerra. Non ero in grado di accettare, né gli improperi, né gli incensi. Non era mia la funzione di scrivere libri anonimi in momenti che richiedevano visiere aperte.[417]

Il 28 luglio 1914 l'Impero Austro-Ungarico dichiarò guerra alla Serbia ed ebbe inizio la prima guerra mondiale. Il 1° agosto 1914 la Germania dichiarò guerra alla Russia. Il 2 agosto 1914 Roberto Michels spedì da Venezia una lettera piena di ansia alla moglie Gisella che in quel momento si trovava in montagna coi figli Mario e Daisy, mentre Manon era con il padre:

Cara Gisella        Venezia 2/8/1914

Oggi ho ricevuto molta posta arretrata da parte tua. Sono molto felice che ti trovi bene in montagna e che ti stai riprendendo. Purtroppo la guerra allunga le sue ombre anche sulle tue montagne, intanto io devo importunarti con questioni molto gravi.

        1) la guerra distrugge molte delle mie più belle speranze e mi toglie l'ultimo residuo di ottimismo e di idealismo, cioè la fede nella razionalità degli uomini. Essa per molti anni avvelenerà i nostri rapporti di amicizia e parentela con la Germania e la Francia. Saranno rese difficili le relazioni con il 90% dei nostri conoscenti in modo indicibile. Anche a B[asilea]. Ormai è anche quasi impensabile la cattedra in Germania.[418] Anche sulla libertà così importante di amore e di matrimonio dei nostri figli il rabbioso e reciproco odio dei popoli stenderà le sue ombre mortali.

        2) Pure finanziariamente dobbiamo essere pronti a tutto, sia per quel che riguarda il patrimonio dei genitori, che il nostro gruzzolo [in italiano nel testo], che noi abbiamo concordemente investito in obbligazioni dello stato prussiano.

        3) Anche nell'immediato si presentano per noi grandissime difficoltà.

        a) Sembra si sia interrotto ogni afflusso di denaro. Tenterò di far mandare da Basilea 1000 franchi o a te o a me, ma non so se saranno sufficienti o se arriveranno.

        b) Basilea. Non dobbiamo di fatto lasciare sole le bambine. Panico. Le strade sorvegliate dai soldati svizzeri con le baionette inastate. Grandi rincari. Tutti gli accessi per la Germania interrotti. Del resto non ho neanche il denaro per andarci. Anche per il resto difficoltà in grande quantità. Cittadinanza [in italiano nel testo] non concessa perché espatriato. Mosca consiglia un nuovo tentativo mediante un atto notarile, che si potrebbe ottenere, [in cui si dichiara] che noi siamo residenti a Torino. Ma per questo sono necessari tempo e documenti (questi dove sono?). Nel frattempo io sono come un cittadino di nessuna terra, esposto a tutto e proscritto. Vediamo [in italiano nel testo].

        c) Mi ripugna anche rimanere qui. Sono del tutto impensabili Aix, Céligny, cure termali in Francia, viaggi sul Reno. Mancano i biglietti. Che fare? Con Manon sulle spalle [in italiano nel testo]. Per il momento proseguo il viaggio e venerdì vado direttamente a Celle.[419] Ma spero [di ricevere] prima ancora una tua lettera ed un consiglio da te. Voglio immensamente bene a te e ai bambini e sono

il tuo triste B[obbi].[420]

Liebe Gisela        Venezia [2/8/1914]

Heute erhalt ich viele nachträgliche Post von Dir. Es freut mich so sehr, daß es Dir in den Bergen gefällt und Du Dich erholst. Leider wirft der Krieg, der unfäßlich, seine Schatten auch auf Deine Bergen herab, indem ich Dich mit ernsten Dingen belästigen muß. 1) Der Krieg zerstört viele meiner schönsten Hoffnungen und nimmt mir den letzten Rest Optimismus und Idealismus, d. h. Glaube an die Vernunft im Menschenleben. Er vergiftet auf Jahre hinaus unsere freundschaftlichen und verwandtschaftlichen Beziehungen in Deutschland u. Frankreich. Der Verkehr mit 90% unserer Bekannten wird unsäglich beschwert. Auch in B[asel]. An Prof essur in Deutschland ist nunmehr kaum noch zu denken. Selbst auf die so wichtige Liebes- und Heiratsfreiheit unserer Kinder wirft der grimme Haß der Völker untereinander seine tötenden Schatten. 2) Finanziell müssen wir ebenfalls auf alles gefaßt sein, sowohl was das Vermögen der Eltern als auch was unseren gruzzolo, den wir ausgemacht in preuß[ischen] Konsols angelegt haben!!! 3) Auch für sofort ergeben sich die grössten Schwierigkeit für uns. a) Alle Geldzufuhr scheint abgeschnitten. Ich werde versuchen Dir oder mir 1000 frs aus Basel senden zu lassen, weiß aber nicht, ob' s genügt oder ob' s kommt. b) Basel. Wir dürfen eigentlich Mädchen nicht allein lassen. Panik. Die Straßen von Schweizersoldaten mit aufgepfl[anztem] Seitengewehr bewacht. Große Teuerungen. Alle Zugänge zu Deutschland abgeschnitten. Andererseits habe ich zum Hingehen kein Geld. Auch sonst Schwierigkeiten in Hülle u. Fülle. Cittadinanza nicht bewilligt, da ausgewandert. Mosca rät nochmaligen Versuch mit notariellem Akt, dass wir in Turin ansässig sind, der zu erwirken wäre. Dazu gehört aber Zeit und die Dokumente (wo sind sie?). Unterdessen bin ich als Bürger keiner Welten allem ausgesetzt und vogelfrei. Vediamo. c) Hierbleiben widerstrebt mir auch am Aix, Céligny, Badekur in Frankreich, Reise an den Rhein gar nicht zu denken. Billets fehlen. Was tun? Mit Manon sulle spalle. Vorderhand setze ich Reiseroute fort und fahre Freitag früh nach Celle. Aber früher noch hoffe ich Brief und Rat von Dir. Ich habe Dich und die Kinder unsäglich lieb und bin Dein trauriger B.

Il giorno dopo, il 3 agosto, sempre da Venezia scriveva a Loria:

Carissimo Loria, [....] il mio cuore è straziato per la guerra più sciocca e atroce che si possa immaginare. Tu sai che sono tedesco; sai quante amicizie ho in Francia, per la Francia. La morte, sia pur ingiusta di un arciduca non mi sembra che valga tante giovani vite distrutte [....]. La sorte dei popoli più civili del mondo dipende da due pazzi: Nicola e Guglielmo.[421]

Questo brano di lettera è stato tratto da un saggio di Corrado Malandrino, che commenta:

La situazione era tanto più insostenibile per lui [R.M.], perché si era «svincolato da sei mesi dalla cittadinanza tedesca», ma non aveva ancora quella italiana, «grazie alla lentezza e grettezza della burocrazia italica». Dulcis in fundo, era rimasto senza stipendio a causa della sospensione temporanea delle attività universitarie per la guerra.[422]

Nel settembre del 1914 fu ospite di Giulio Casalini e di sua moglie Ines nella loro residenza estiva, ora Cascina Ciaramel, a Clavesana, non lontano da Dogliani,[423] dove scrisse un saggio intitolato "La guerra europea al lume del materialismo storico. Contributo alla psicologia della guerra mondiale 1914". Questo l'incipit:

La luttuosa guerra, venuta come un temporale nella notte, mentre che stanchi della fatica del giorno, tutti ci eravamo immersi nel meritato sonno, imperversa da cinque parti del mondo con inaudita violenza e con una mancanza di rispetto per le vite umane e di riguardo per le eterne opere d'arte tali da mettere in forse gli stessi capisaldi di una più che millenaria civiltà... [424]

Il 24 maggio 1915, il giorno dopo l'entrata in guerra dell'Italia, Roberto Michels mandò agli amici e ai conoscenti italiani una lettera circolare in cui dichiarava di essere "incondizionatamente ed indissolubilmente" con l'Italia e scriveva:

La guerra atroce, che è scoppiata in Europa e che ha travolto fatalmente anche l'Italia nel suo vortice, dolorosa in sé, lo è doppiamente per chi, come me, riunisce in sé tanta varietà internazionale di sangue, di cultura e di amicizia, e per chi, come me, scorge il suo ideale nella fraterna convivenza dei popoli sulla base dell'applicazione del principio di nazionalità. Senonché gli avvenimenti nulla possono cambiare nel mio contegno e nei miei proponimenti, giacché essi scaturiscono dagli affetti che ho contratto in Italia, dai vincoli di gratitudine che all'Italia mi legano, e da quell'arcana affinità elettiva per cui mi sento a lei avvinto; essi derivano però anche dalla mia profonda persuasione della bontà della causa italiana.[425] 

L'aver preso posizione per l'Italia lo mise in cattiva luce presso i tedeschi, presso gli svizzero-tedeschi di Basilea e gli austriaci, come testimoniano gli attacchi cui fu soggetto in questi anni dalla stampa di questi paesi.[426] Basti ricordare a tale proposito la lettera dell'editore Julius Springer del 24 agosto 1915:

Egregio signor Professore,

poco tempo fa mi è stata fatta notare una notizia di stampa, secondo cui Lei avrebbe pubblicato nei giornali italiani una dichiarazione entusiasta in favore degli italiani e della guerra italiana.[....]. Non posso assolutamente giudicare se questa notizia sia giusta o no e mi permetto di chiederle, sulla base delle relazioni esistenti tra di noi, se abbia scritto una tale lettera, se in particolare sia divenuto italiano, se abbia educato i Suoi figli del tutto italianamente sia nella lingua sia nei sentimenti e se Lei anche oggi, dopo lo scoppio della guerra tra l'Austria e l'Italia, stia dalla parte dell'Italia. [....]. Con la massima stima, Julius Springer.[427]

Nell'ultima lettera di Springer del 7 settembre 1915, in cui l'editore recide il contratto di stampa di un testo di Michels sull'Italia, scrive:

Un suo libro troverà tanto minore possibilità di diffusione in Germania, in quanto anche la «Deutsche Juristen-Zeitung» si è occupata della Sua persona e del Suo comportamento e questa notizia è pervenuta ai grandi giornali.[428]

La presa di posizione in favore dell'Italia costò a Roberto Michels anche la rottura con Max Weber, ed il suo ritiro dalla condirezione del prestigioso Archiv für Sozialwissenschaft[429] il 22 maggio 1915, la cui collaborazione era iniziata due anni addietro, e, come sottolinea Malandrino:

ciò significò la rottura col mondo intellettuale e politico tedesco in generale.[430]

In nota a queste parole Malandrino riporta una lettera di Roberto Michels del 18/12/1915 a Loria:

I tempi che corrono sono d'altronde tali da diminuire di molto il desiderio di mantenere vivi i rapporti d'amicizia. Coi tedeschi, per esempio, ho dovuto troncare, dopo qualche tentativo fallito, ogni e qualsiasi corrispondenza. Sombart ha perso la testa, anche Weber è montatissimo. E non parliamo poi dei tedeschi di Basilea.[431]

Circa l'atteggiamento di Weber sulla guerra scrive infatti Marianne Weber:

Weber è grato al proprio destino di poter vivere l'esperienza della guerra, se essa era già inevitabile: [dice Max Weber] «questa guerra, con tutta la sua atrocità, vale la pena di essere vissuta; ancor più varrebbe la pena di esserci, ma purtroppo non mi si può utilizzare sul campo, come sarebbe accaduto se essa fosse stata intrapresa a tempo debito, venticinque anni fa».[432]

La rottura con Max Weber "dolorosissima e irreparabile" viene ricordata da Roberto Michels nel saggio che scrisse in ricordo dell'amico dopo la sua morte, avvenuta nel 1920:

Lo scrivente ebbe la fortuna di essere legato con Max Weber per molti anni della sua vita da buona ed intima amicizia, la quale però negli stessi inizi della guerra mondiale subì una scossa dalla quale, anche a guerra finita, non ha più potuto completamente riaversi. [...]. In una delle lettere allo scrivente che determinò la dolorosissima e irreparabile rottura dei legami di lunga ed intima amicizia, il Weber qualificò l'entrata in guerra dell'Italia come un atto di mera deferenza (egli si servì di un termine più vivace) di fronte all'Inghilterra.[433]

Anche a Basilea la sua presa di posizione nei confronti dell'Italia non gli rese certo la vita facile, come testimonia una lettera indirizzata a Gaetano Mosca il 17 /9/1915:

Carissimo Mosca, [...] Ha interpretato bene il mio ultimo articolo. Fu scritto col sangue stesso del mio cuore. Non sono mai stato tenero per il cosmopolitismo vago ed indeciso. Mi è però sembrato bello e giusto amare quella cerchia di paesi ove la vita ci ha fatto prendere radici. Ora anche questo è finito e ci tocca a noi tutti (pur conservando, nei limiti del possibile, affetti e rispetto) prendere una posizione nitida e maschia. Lei sa che io ho scelto, e come ho scelto. È vero che mi sono creato quà, per quello, una posizione irta di spine e che richiede una somma non comune di coraggio e di perseveranza. Però mi sorregge la stima e l'affetto dei miei figli, adesso più che mai italiani, di mia moglie che condivide con me tutte le mie idee, e dell'ambiente italiano in Isvizzera, che sa apprezzare quel poco che posso fare quà in favore dell'ormai comune nostra patria. Sono in rapporti molto amichevoli col nostro ministro Marchese Paulucci, e sono sempre a presiedere la nostra Dante con le due scuole italiane e i cicli di conferenze italiane da noi organizzate a 4 chilometri dal confine!! Come vede il fegato non ci fa proprio difetto![434]

Anche gli italiani gli crearono non poche difficoltà, sia per quanto riguarda la libera docenza a Torino,[435] sia per quanto riguarda il permesso di ingresso di entrata e di uscita dall'Italia per permettere i soggiorni estivi di Gisella ad Antagnod in Valle d'Aosta. In data 26 luglio 1916 Gisella ricevette infatti dal cav. Spinazzola della R. Legazione d'Italia a Berna su incarico del marchese Paulucci de Calboli la seguente lettera:

Gentilissima Signora, Sua Eccellenza il Marchese Paulucci de Calboli mi ha incaricato di porgerle riscontro della sua di ieri. [...]. Egli non avrebbe alcuna difficoltà a rilasciarle il documento che desidera per recarsi in Valle d'Ayas, ma ritiene però necessario avvertirla che recenti disposizioni emanate dal R. Governo circa gli stranieri appartenenti a Paesi nemici, la esporranno quasi certamente al pericolo di non poter più far ritorno in Isvizzera. Contro tale pericolo S.E. il Ministro nulla potrebbe fare spettando al Ministero dell'Interno il decidere sulla sorte di tali persone. Egli le sconsiglierebbe perciò dall'esporsi ad un rischio simile, che la separerebbe per molto tempo dai suoi cari.[436] 

Rispose Roberto Michels, per mano di Gisella, il 29 luglio 1916:

Chiarissimo Marchese, [...]. [Gisella] mi mostrò una lettera che il Cav. Spinazzola, dietro suo incarico, le scrisse [...]. Ritengo che la fiducia che Ella mi ha voluto dimostrare e le numerose prove di amicizia di cui Ella mi ha voluto onorare, mi autorizzano a dirle, lealmente, che questa lettera mi ha profondamente ferito. Essa infatti ci qualifica quale stranieri appartenenti a Paesi nemici e ci minaccia, o quasi, qualora volessimo andare in Italia, di essere mandati in un campo di concentramento.... La lettera del cav. Spinazzola riposa però, fortunatamente per me, su un grosso equivoco. Come Ella bene si ricorda, io ottenni lo svincolo della cittadinanza tedesca (e chiesi la cittadinanza italiana) assai prima della guerra europea, dimodo che non sono più in nessun modo straniero appartenente ad un paese nemico. Più grave ancora però del lato legale è, per me, il lato morale della cosa. Fin dallo scoppio della guerra, io, continuando con ciò il mio contegno tenuto da molti e molti anni, non ho fatto altro, starei per dire giorno per giorno, ora per ora, e nei modi più vari, e disinteressatamente, senza chiedere mai niente a nessuno e tenendo in non cale sacrifici e pericoli di ogni sorta, che lavorare per l'Italia. [....]. Proseguirò di compiere, come fino ad oggi, anche in avvenire quel che mi sembra essere il mio dovere, e con entusiasmo. Ma all'entusiasmo per la causa si mescolerà, forse, una grande amarezza poiché quelle stesse persone che io ritenevo meglio in grado di conoscere e di apprezzare il mio operato, credono tuttavia trattarmi da «straniero appartenente ai paesi nemici».[437]

Nell'aprile 1917, in effetti, Roberto Michels consegnò al console generale d'Italia a Basilea, Tito Chiovenda,[438] dietro sua richiesta una relazione sull'atteggiamento dei francesi nei confronti della questione jugoslava, in relazione all'Austria e all'Italia in particolare, unitamente a due pagine intitolate Cenni sulla conversazione avuta col signor Wladimiro di Svatkowki attorno alla rivoluzione russa.[439] Seguiranno altre relazioni, a seguito di altri viaggi.

Un altro motivo di attacco da parte dei giornali tedeschi fu il battesimo dei figli: Roberto e Gisella, lui cattolico e lei evangelica, entrambi socialisti, che non avevano fatto battezzare i figli alla nascita, per lasciarli liberi di scegliere,[440] furono accusati di averli battezzati secondo l'Intesa. Il battesimo e la prima comunione secondo la religione cattolica ebbe luogo il 25 dicembre del 1916 nella Cappella della Missione Italiana a Basilea.[441] Anche la moglie Gisella si convertì l'anno successivo alla religione cattolica, ed anche il marito sembra che abbia preso la prima comunione.[442]

Nel 1916 Roberto Michels fu sottoposto in Germania a processo penale. Gli atti del processo sono conservati nel Landesarchiv Baden-Würtenberg[443].

Le grandi difficoltà incontrate dai Michels durante la prima guerra mondiale si riflettono anche nel libro Prolegomena sul patriottismo, "iniziato a Torino nel 1915, terminato a Roma nel 1928", come lo stesso Roberto Michels scrive nella prefazione, in particolare nel paragrafo intitolato "Lo straniero in caso di guerra":

il passaggio da una nazione ad un'altra procede con un ritmo diverso, a seconda della ricettività spirituale dei singoli individui. Normalmente è un processo costituito da infiniti tenui trapassi: processo naturale, che non deve venir turbato da alcuna influenza esterna o spinto bruscamente nell'una o nell'altra direzione. Quindi per le persone oscillanti fra due nazionalità, lo scoppio d'una guerra appunto fra due popoli, i quali rappresentano l'inizio e la fine del processo che in esse si va compiendo e ai quali esse in certo modo appartengono contemporaneamente, assume forma e aspetti di un disastro. Infatti lo scoppio della guerra impone loro di decidersi all'improvviso tra i due elementi costitutivi del loro essere spirituale, e le spinge a recidere prematuramente e quindi innaturalmente elementi naturali, non suscettibili d'eliminarsi senza portar danno all'anima della vittima. Il processo del cambiamento di nazionalità, che del resto non si compie mai senza lasciar tracce, conformemente al suo carattere evolutivo non tollera alcun trattamento rivoluzionario.[444]

Durante il periodo di guerra, a Basilea, scrisse il 20 ottobre 1917 la seguente riflessione:

ho cinque categorie di amici 1) amici del cuore e dei sensi 2) amici della vita passata o Amici (è quella la categoria più egoistica) 3) gli amici intellettuali 4) i «colleghi» 5) gli amici per curiosità, che offrono materiale psicologico.[445]

Fu nominato Preside di Facoltà a Basilea dal 1919. Continuò a viaggiare, seguire congressi e a tenere conferenze.

Il 10 febbraio del 1919 Kurt Eisner, il Presidente della Repubblica bavarese, che aveva partecipato al Congresso Internazionale Socialista di Berna, andò a Basilea per tenere una conferenza dal titolo "De societate nova" nella gran sala del Casino Municipale, invitato dall'Associazione studentesca universitaria. Anche Giulio Casalini, deputato del Parlamento italiano, ed amico di Michels fino dal 1900, invitato dalla stessa Associazione, tenne una conferenza in quell'occasione. Dopo la conferenza l'Eisner fu ospite in casa Michels. Roberto Michels, che aveva ricevuto strane telefonate da sconosciuti che chiedevano del Presidente, lo mise in guardia: pochi giorni dopo, il 21 febbraio1919 nelle vie di Monaco Eisner fu ucciso da un tenente della cavalleria bavarese.[446] Questo episodio colpì molto Roberto Michels che ne riferì in un saggio a lui dedicato.

Nel marzo del 1920 Roberto Michels tenne un corso di Economia commerciale nel Nuovo Istituto di Scienze Economiche e Aziendali di Catania. Sempre nello stesso anno il Governo italiano gli conferì la Croce di Cavaliere-Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia "per le sue benemerenze" a favore dell'Italia, ottenute "promuovendo conferenze, organizzando riunioni, pubblicando articoli", dimostrando sempre "la profonda simpatia e il grande amore per l'Italia, sua patria di elezione".[447]

Nel febbraio e nel luglio del 1923 Roberto Michels tenne delle conferenze al Sanatorium Universitaire di Leysin-Village[448] e scrisse sul Livre d'Or del Sanatorium Universitaire la seguente dedica:

Febbraio 1923.

- Non c'è nulla di più bello per un professore che mescolarsi amichevolmente con gli studenti, essere giovane con i giovani.

- Non c'è nulla di più confortante per un uomo che di vedere gli ammalati rinascere lentamente alla vita.

- Non c'è nulla di più sublime per un intellettuale che di vedere un membro della sua classe dedicarsi cuore e anima, senza altro partito preso che quello dell'ottimismo creatore e fecondo, a un'Opera Utile e Generosa.

In ricordo di quattro giornate indimenticabili e con una riconoscenza profonda.

Roberto Michels.[449]

Fevrier 1923.- Il n'y a rien de plus beau pour un professeur que de se mêler amicalement avec des étudiants, d'être jeune avec les jeunes. - Il n'y a rien de plus réconfortant pour un homme que de voir des malades rénaître lentement à la vie. - Il n'y a rien de plus sublime pour un intellectuel que de voir un membre de sa classe se vouer coeur et âme, et sans autre parti pris que celui de l'optimisme créateur et fécond, à une Œuvre Utile et Généreuse. En souvenir de quatre journées inoubliables et avec une reconnaissance profonde. Roberto Michels.

Nello stesso anno compie un viaggio in Cecoslovacchia di cui informa con una breve relazione il R. Console Generale d'Italia a Basilea.[450]

In un pomeriggio del periodo pasquale del 1924 conobbe di persona Mussolini, come egli stesso ricorda nel suo libro "Italien von heute": fu ricevuto nel grande salone di ricevimento di Palazzo Chigi ed ebbe con lui una lunga conversazione; Mussolini "a quel tempo accarezzava il progetto di [sostenere] una tesi di dottorato a Bologna".[451] Il primo contatto con Mussolini era stato epistolare, in occasione dell'invio da parte di Roberto Michels il 23 gennaio 1923 di alcuni suoi articoli pubblicati nel Neue Zürcher Zeitung nel dicembre del 1922.[452] Fu il Marchese Raniero Paulucci de Calboli, senatore del Regno dal 1922 e all'epoca Capo di Gabinetto del Ministero degli Esteri, a presentarlo a Mussolini: egli sapeva infatti quanto Roberto Michels desiderasse ottenere una cattedra in Italia.

Nel maggio del 1926 tenne un corso di Sociologia politica presso l'Università di Roma, per incarico della Facoltà di Scienze politiche.[453]

Nell'estate del 1927 si recò in America a tenere a Chicago un corso estivo di scienze economiche e politiche e a Williamstown nel Massachusetts ed alla fine dello stesso anno presentò al Duce una Relazione sull'America.[454]

La sua attività didattica e di conferenziere fu sempre instancabile. Nel marzo del 1928 si recò al Sanatorio Universitario di Davos per tenere alcune conferenze[455] e vi ritornò nel settembre dello stesso anno in occasione del 1° corso universitario a carattere internazionale istituito in questa città, dove tra gli altri incontrò[456] e conobbe Albert Einstein, che gli diede una propria fotografia con dedica.[457] Di questa esperienza scrisse un breve rendiconto:

Nello scorso mese di marzo-aprile ha avuto luogo a Davos nei Grigioni (Svizzera) il primo corso universitario organizzato, su basi finanziarie locali, da un Comitato particolare diretto dal noto Sportman e medico davosiano dott. F. Müller e dal prof. Gottfried Salomon, dell'Università di Francoforte. Erano invitati circa 100 professori tra i più noti che contino la Germania e la Francia (i professori svizzeri scarseggiavano), e ne sono intervenuti circa 65. Siccome, oltre agli studenti malati residenti a Davos [...] avendo ogni professore il diritto di portarsi dietro, per la durata di un mese, completamente spesati (viaggio e soggiorno), almeno tre discepoli a scelta, ai quali altro non incombeva che l'obbligo morale di assistere ai corsi, così le lezioni potevano svolgersi davanti a un auditorio veramente folto e colto. L'intervento di tante celebrità mondiali, tra le quali nomineremo solo il fisico Albert Einstein, i filosofi H. Piéron, P. Masson-Oursel, A. Piaget, Goblot, A. Liebert, E. Griesebach, J. Davy, C. Driesch, Th. Litt, gli economisti e sociologi Lucien Lévy-Brühl, Fernand Baldensperger, J. Bonn, M. Saitzew, Fr. Lenz, E. von Gottl-Ottlilienfeld, Franz Oppenheimer, G. Bouglé, l'esteta Victor Basch, il giurista A. Mendelssohn-Bartholdy, diede ai corsi universitari di Davos un lustro e una ripercussione grandissimi. L'organizzazione di questi corsi non aveva già soltanto lo scopo di porgere ai poveri studenti di Davos [...] l'occasione di ascoltare delle lezioni scientifiche fatte da maestri di fama mondiale, ma aveva anche un altro motivo, quello cioè di servire la causa del riavvicinamento franco-tedesco. A tale riavvicinamento, questo convegno d'oltre sessanta professori tra i più celebri che la Sorbona, l'Università di Berlino, quelle di Strasburgo, Lione, Monaco, Lipsia, Francoforte, hanno l'onore di annoverare, poteva infatti fornire delle basi solide. E ciò poteva fare (e fece) tanto più accortamente in quanto che dalle lezioni venne esclusa a bella posta ogni e qualsiasi nota politica, o almeno di politica quotidiana che potesse dar adito a discussioni violente, inquinate da odi nazionali. Epperò le lezioni, alle quali assistette pure sempre un numero cospicuo di colleghi, rivestivano un carattere spiccatamente obbiettivo e scientifico. Anzi, uno dei tratti più salienti del consesso consistette nello sforzo, sincero e continuo di quasi tutti gli oratori di tenere gelosamente conto delle opinioni, della parte, diciamo così, avversa. In altri termini, i tedeschi facevano di tutto, onestamente, per ammettere, anzi, per mettere in luce il contributo che nel ramo della scienza da essi rappresentato, avevano dato, e seguitavano a dare, i francesi e viceversa.[458]

A Basilea la famiglia Michels continuò la tradizione dei pomeriggi culturali, con eventuale prosecuzione serale. Fu ospite tra gli altri nel 1927[459] il polacco Ignaz Paderewski[460] di cui Daisy, la figlia minore di Roberto Michels, ricordava ancora lo splendido concerto eseguito al pianoforte, in cui eseguì anche il suo celebre Minuetto.[461] In particolari occasioni gli ospiti che si fermavano a cena o ad un tè ponevano la loro firma su una tovaglia bianca, bordata con un pizzo, messa a disposizione dai coniugi Michels. Questa usanza era già iniziata nei primissimi anni del novecento a Torino e a Cossila San Grato: il 1° settembre del 1902 firmò la tovaglia Julius Creutzburg da Cossila San Grato (Biella), come si legge su di essa, quindi nell'ottobre 1902 Cesare Lombroso, le sue figlie ed il genero Guglielmo Ferrero. Seguirono negli anni altre tovaglie con le firme di Max Weber, Sombart, Giulio Casalini, di pittori, scultori e infiniti altri tra cui i generi Mario Einaudi e Filippo Gallino.[462] Le firme venivano poi ripassate in rosso con il ricamo.[463] Tre sono le tovaglie giunte fino ai nostri giorni.[464] I Michels rimasero a Basilea fino al 1928. Il decreto ministeriale del 29 novembre 1927, registrato alla Corte dei Conti il 2/2/1928, nominò Roberto Michels Ordinario di Economia politica presso l'Università di Perugia, dove prese servizio l'11 aprile 1928.[465] Si iscrisse al Partito fascista il 16 giugno 1928, poco dopo aver preso servizio a Perugia.[466]

In una lettera alla moglie Gisella del 25 marzo 1927 aveva scritto:

Cara Gisella, il sacrificio è fatto: quando Mussolini, bello, colto e gentile come sempre, mi chiese: cosa posso fare per Lei? Gli ho risposto: conservarmi la Sua amicizia, ed ho lasciato Palazzo Chigi a testa alta: non posso né voglio farmi imporre ad una facoltà qualsiasi come uomo politico e fiduciario del Governo. Devono volermi avere liberamente."[467]

Alla partenza da Basilea Roberto Michels ricevette come ricordo un grande piatto di peltro con un drago alato a sbalzo, che tiene tra gli artigli lo stemma di Basilea, e sul bordo la scritta:

A Roberto Michels strenuo difensore d'italianità. La Dante Alighieri e gli amici della Colonia di Basilea 1914-1928.[468]

In un foglio, scritto a mano dalla figlia Daisy Michels, conservato all'ARMFLE ed incompleto si legge:

Figura 22: piatto di peltro.

L'otto marzo 1928 l'Associazione studentesca cattolica Renaissance di Basilea organizzò una serata d'addio in onore del Professore Roberto Michels. Il Presidente della Renaissance, Alfred Stöcklin, tenne un lunghissimo discorso. Ringraziò il babbo di aver tante volte favorito la Renaissance colla sua presenza, avendo anche preso spesso parte alle sedute e alle conferenze da essa organizzate. [...] Disse di scorgere nel Michels un cattolico liberale come essi stessi, che non crede all'idea dell'infallibilità. Poi, passando ad un altro ordine d'idee, prese a dire che la «Renaissance» era nata in Italia, che essi avevano tutti davanti agli occhi la nascita del rinascimento, che essi pure erano favorevoli ad una soluzione che a babbo era stato dato di compiere ma che per loro stessi non poteva rimanere che teoria. Di tutti i professori dell'Università di Basilea babbo fu sempre il più gentile, ecc.[469]

Ovunque fosse, non cessò mai di tenere conferenze e corsi liberi in Italia e all'estero. In un quaderno di appunti scrisse in italiano la seguente riflessione:

Io mi sono lasciato guidare, in tutte le fasi della mia vita, da un sentimento molto elevato della giustizia che si è spesso manifestato nella difesa degli assenti, privati o collettivi. Così mi sono spesso spinto a difendere i francesi in Germania, i tedeschi in Francia, gli inglesi in Italia, gli ebrei coi cristiani, i cattolici coi protestanti, gli analfabeti cogli alfabeti e viceversa, metodo che dà prova di coraggio ma che è certo poco profittevole a chi lo pratica. Infatti, me ne sono provenute infinite noie, malintesi ed apprezzamenti ingiusti sul mio conto.[470]

Nel febbraio del 1933 fu incaricato di tenere alcune conferenze a Berlino, riprendendo così "molti dei contatti interrotti con il mondo accademico, per sollecitarne un atteggiamento benevolo verso la «nuova Italia»".[471] Al rientro presentò al Duce una Relazione su un viaggio in Germania, fino ad ora inedita, riportata nell'appendice di questo testo. Scrive Timm Genett nella sua opera Der Fremde im Kriege:

Sembra che Michels [...] si proponesse nel ruolo di ambasciatore informale del regime, e cercasse di procurare nei circoli accademici e di formazione civica di ogni paese l'accettazione del fascismo.[472]

In una lettera del 20 luglio 2013 diretta a chi scrive così ribadisce Timm Genett:

il documento sulla Germania è la chiara prova per un dato biografico: Michels non solo si poneva come rappresentante intellettuale indipendente della nuova Italia nel mondo (che sulle orme di Di Nucci[473] si può anche chiamare “ambasciatore accademico del fascismo”), ma come consulente informale voleva anche influire sulla politica del regime – traendo dalle sue esperienze all’estero le conseguenze per la politica italiana. Sappiamo per esempio che consigliava all’Italia negli anni Trenta di allearsi con la Francia e non con la Germania nazista.[474] La «relazione al Duce», scritta in occasione del suo viaggio in Germania nel febbraio 1933, rappresenta un altro significativo esempio di consulenza politica informale.[475] Infatti Michels, dopo aver espresso il proprio disprezzo morale sull’antisemitismo nazista, argomenta soprattutto perché non sarebbe nell’interesse dello stato italiano di seguire l'esempio tedesco.

Per quanto riguarda l'antisemitismo o meno di Roberto Michels, scrive Corrado Malandrino:

Chi conosceva Michels sapeva bene che fra tutti i difetti possibili, persino negli anni finali di adesione alla fede fascista e nazionalista, non aveva quello del razzismo. È ben noto il fatto che fino all'ultimo il renano e antiprussiano Michels si dichiarò contro l'antisemitismo e questo fatto fu tra i motivi che determinarono il suo antipangermanismo di sempre, il suo antihitlerismo negli anni Trenta, al punto da indursi a polemizzare garbatamente con il vecchio amico e maestro Sombart. [476]

Nonostante cercasse di essere trasferito a Roma o a Torino, e questo soprattutto nel 1934, Roberto Michels rimase a Perugia fino alla morte, sopravvenuta a Roma nel maggio del 1936. Una forte emorragia al naso lo aveva colto il 13 febbraio dello stesso anno nel corso di una conferenza a Bordeaux in Francia. Riuscirono a tamponare il flusso e riprese la conferenza. Rimasto poi a letto due giorni a Bordeaux, volle proseguire il suo giro di conferenze per cui tenne a Toulouse una seconda conferenza il 17 febbraio, ed una terza il 21 febbraio a Montpellier. Rientrò a Roma il 21 febbraio stesso, come da bollo del passaporto.

Figura 23: ultima immagine pubblica di Roberto Michels, presa il 16 febbraio 1936 a Bordeaux.

Il 1° marzo fu nuovamente colpito da una violenta epistassi, che si riuscì a fermare a stento. Fu ricoverato in clinica per otto giorni. Rientrato a casa,

pur essendo debole e sofferente, volle ancora prendere parte alle sedute della Commissione per le Libere Docenze in Economia politica, corresse ancora le bozze degli ultimi suoi lavori.[477]


Muore il 2 maggio 1936.

Il funerale avvenne in forma solenne, partendo dalla casa di Roma di via Palestro 14[478] il 5 maggio 1936, diretto al cimitero di Campo Verano. Il giornale "La Tribuna" di Roma del 5 maggio così descrive il funerale: 

Il corteo si è mosso alle 10,30 dall'abitazione dell'illustre scomparso in via Palestro 14 e si è diretto alla volta della chiesa del Sacro Cuore in via Marsala dove è stato celebrato un solenne rito funebre.

Figura 24: 5 maggio 1936. Funerali solenni di Roberto Michels. Lato sinistro. Dietro al feretro Filippo Gallino accanto alla moglie Daisy.A lato Hubert Lagardelle (il secondo).

Reggevano i cordoni S.E. Benini, l'on. Maurizio Maraviglia,[479] il gen. Pizzarelli, il prof. Ermini,[480] i proff. Fantini,[481] Leight,[482] Lagardella [sic][483]e Volpe.[484]Seguiva il feretro la vedova con i figli, le rappresentanze dell'Università e del Guf di Perugia con la bandiera dell'Università; il gagliardetto del Gruppo Macao, quello del sindacato professionisti e artisti, rappresentanze dell'Università di Roma, del Ministero dell'Educazione nazionale, professori, allievi ed una folla di conoscenti e ammiratori del compianto maestro. Dopo il rito la salma è stata trasportata al Verano dove verrà tumulata.

Figura 25: lato destro. Funerali solenni di Roberto Michels. Dietro al feretro la moglie Gisella tra i figli Mario e Daisy.

Il figlio Mario fece il calco del viso del padre e forgiò un medaglione in bronzo con la scritta: "Con amore tuo figlio Mario 1936". Il medaglione che si trova sulla tomba a Campo Verano, Pincetto vecchio, riquadro n. 30, fu posto sulla tomba il 5 maggio 1937, alla presenza di alcune autorità, di colleghi universitari e di ex allievi.

A circondare il medaglione, queste parole:

Figura 26: medaglione in bronzo, forgiato da Mario Michels, ora sulla tomba del padre.

ROBERTO MICHELS

FIGLIO DI COLONIA SUL RENO        VISSE NELL'AMORE DI ROMA

LE ITALICHE VIRTÙ

ADDITANDO AL MONDO FECE SUA LA PATRIA ITALIANA

Accanto a Roberto Michels riposano la moglie Gisella, morta il 9 novembre 1954 ad Alassio, e il figlio Mario, morto a Torino il 27 aprile 1940.

Chi visiti la tomba di Michels [...] al campo Verano qui a Roma, non solo apprende da un'iscrizione la sua vocazione di presentare l'Italia al mondo in una luce positiva, ma vi si legge anche che «fece sua la patria italiana». Con questo epitaffio il patriottismo di Michels assume una nota del tutto particolare: colui che avrebbe messo la sua vita al servizio della causa italiana, non era un italiano di nascita, ma come nativo tedesco optò per l'Italia solo in anni più maturi. Ancora più marcato: quello che altri hanno nel sangue, fu per lui il frutto di una decisione consapevole.[485]

La Città di Roma ha dedicato di recente a Roberto Michels una via, in zona Collatina, non lontano dal Campo Verano.

Luigi Einaudi, amico e consuocero, poco dopo la morte di Roberto Michels tracciò di lui un ritratto molto personale e poco citato, in cui mise in risalto i caratteri umani più che scientifici, e di cui si riporta il brano finale:

In anni recenti e da ultimo, quasi presago della sorte che il 2 maggio 1936 gli chiudeva il cammino della vita iniziato il 9 gennaio 1876, aveva riandato la storia della sua famiglia, ricollegando la vita dell'avo renano Peter Michels e del cugino materno ispano-fiammingo Don Juan van Halen agli avvenimenti del tempo in cui vissero. A scrivere di storia lo spingeva la simpatia verso gli uomini dei cui fatti egli narrava le vicende o le cui teorie voleva ricostruire. I moltissimi amici, che egli aveva in Italia e fuori, se li era meritati per la cordiale attitudine anzi il vivo desiderio di vederli in quello che essi avevano di buono, di intelligente, di attraente. Aveva bisogno di credere buoni gli uomini e si doleva quando gli ricordavo che sant'Agostino denunciava la crudeltà ferina dei bambini appena nati. Alla fredda logica anteponeva il calore dell'intuizione. Le letture e le conversazioni gli si presentavano alla mente non come idee astratte, le quali dovessero essere incatenate rigorosamente le une alle altre; ma come stati d'animo di persone vive, di uomini politici, di studiosi, di letterati, di artisti, di tribuni, di organizzatori, nel cui segreto egli desiderava penetrare; e delle cui azioni voleva rendersi conto, non per giudicare e mandare, come taluno di noi è tentato di fare, ma per comprendere e, comprendendo, compatire o lodare. Il suo campo preferito erano le no man's lands, i terreni di nessuno, nel luogo dei grandi nodi stradali, dove le scienze, le idee, i partiti ed i popoli si incontrano, si mescolano e si arricchiscono l'un l'altro. Forse le sue origini renane lo inclinarono a comprendere la tragedia delle popolazioni di confine e ad idealizzare nell'Italia la missione mediatrice fra popoli diversi e creatrice di una più alta umanità. Perciò egli preferì la sociologia, che in fondo è storia concreta, alla economia, invincibilmente astratta; ed i libri suoi restano contributo duraturo alla costruzione della teoria dei partiti e della classi sociali.[486]

1.4.1 Gisella Michels-Lindner, qualche ulteriore notizia.

Dopo il matrimonio negli anni 1900-1906 Gisella accompagnò Roberto Michels nelle sue avventure in Italia, Germania, Inghilterra, ove divenne amica di Beatrice Webb, moglie di Sidney, fondatore della Fabian Society. Nel 1904 partecipò , col marito, all'VIII congresso del Partito socialista italiano a Bologna come corrispondente del giornale Frankfurter Volkstimme. Nel 1911 Gisella fece parte del Comitato Pro Voto, l'associazione che organizzò il primo Congresso Pro suffragio femminile tenutosi a Torino in occasione dei festeggiamenti per il cinquantesimo dell'Unità d'Italia. Scrive Emma Schiavon in un suo saggio:[487]

Nella commissione organizzativa del Congresso entrava per la prima volta anche la tedesca socialista, femminista e studiosa della cooperazione Gisella Lindner Michels, moglie del noto sociologo ed economista Roberto Michels. Il suo apporto fu importante sia per la sua competenza di studiosa, sia per le relazioni che teneva con alcune importanti figure del socialismo italiano, sia perché il suo archivio e quello del marito furono da lei riordinati e sono oggi consultabili presso la Fondazione Einaudi.[488] [...] Emilia Mariani[489] cercò di coinvolgerla con il marito nell'organizzazione delle conferenze del Pro Voto. [...]. Il rapporto tra le due si intensificò al momento del congresso Pro suffragio del 1911, quando finalmente gli inviti di Mariani raggiunsero il loro obiettivo: Gisella si iscrisse nel Comitato promotore ed entrò nell'organizzazione dell'impresa. La sua collaborazione fu preziosa, perché Gisella mise al servizio della causa le numerose aderenze e conoscenze che la sua posizione e quella del marito le procuravano. Fu lei a sollecitare la partecipazione di tre degli invitati più noti: la redattrice della «Nuova antologia» Nora Gatti,[490] il controverso ma all'epoca famosissimo ginecologo e psichiatra Luigi Maria Rossi, e Anna Kuliscioff, che però, viste le premesse, declinò.[491]

La nascita nel1906 dell'ultima figlia Daisy le generò problemi di salute, accentuati da una caduta, che poi si aggravarono negli anni, in seguito ad errati interventi chirurgici e non poté più seguire il marito nei viaggi se non saltuariamente. Non cessò mai tuttavia di occuparsi e collaborare all'attività del marito e di curare i rapporti epistolari con studiosi e "persone illustri". Su di un quaderno di appunti dell'epoca di guerra, Roberto Michels scrisse in italiano:

Persone illustri che vollero tanto bene alla Gisella: Bebel,[492] Lombroso, Mosca, Gide,[493] Vaillant.[494], [495]

Il rapporto tra Roberto e Gisella fu sempre di estrema collaborazione: spiriti liberi, sempre aperti alle diverse culture, spiritualmente e intellettualmente legati, si appoggiarono sempre mutuamente. Il 16 maggio 1934, anniversario del loro matrimonio, Roberto Michels dedicò alla moglie la seguente poesia:

A Gisella

La vita con le sue traversie gravi

E con la doppia nostra conversione

Staccandoci, ahimè, dai nostri avi,

Le perdite di più di un milione

Di splendide speranze d'ogni sorta,

Spessissimo subite a ciel sereno,

L'immane cumulo di cose morte,

Il sacco vuoto col cervello pieno,

Giammai non han fiaccato la tua fibra,

Né esaurito il tuo affetto,

E mai stancato il tuo cuore che vibra

Indomito, e ben protetto,

Ed infiniti anni son passati

Dacché le nostre vite furono unite;

Ci siamo senza tregua ognor amati,

Con un amore forte sì ma mite.

Ora, coi commossi miei pensieri

Sfilando a ritroso il cammino

Lunghissimo, come se fosse ieri,

Ti vedo a Lipsia o Torino.

E posso dire in coscienza mia,

Se il buon Dio mi lasciasse fare

Un'altra gioventù, con allegria

Andrei di nuovo teco all'altare

Gisella Michels-Lindner, collaboratrice scientifica attenta ed indispensabile del marito, fu lei stessa autrice di ricerche originali sulla disoccupazione, sul movimento cooperativo e municipalista tedesco e italiano. Si ricordano di lei i seguenti scritti: il testo Geschichte der moderne Gemeindebetriebe in Italien (Verlag von Duncker & Humblot. Leipzig, 1909); Das Problem der Arbeitslosigkeit und ihre Bekämpfung durch die deutschen freien Gewerkschaften, scritto insieme al marito, (Tübingen 1910); L'esercizio diretto dei pubblici servizi da parte dei comuni tedeschi, (Rivista mensile “Il comune moderno”, anno I, 1911,Tipografia E. Rigola Biella); Die italienische Mutterschaftsversicherung und ihre Bedeutung (Tübingen 1914).

Scrive di Gisella Michels Corrado Malandrino, presentando l'archivio di Torino:[496]

Nel pubblicare l'inventario dell'archivio «Roberto Michels» della Fondazione Einaudi, il pensiero va a colei che provvide alla prima raccolta e all'iniziale ordinamento delle carte michelsiane: Gisella Michels Lindner, di Roberto moglie amata, inseparabile compagna nelle peregrinazioni ideali e pratiche della vita, madre dei suoi cinque figli. Del marito ella fu anche la fidata collaboratrice nell'attività pubblicistica ed epistolare, attivista sindacale e del movimento delle donne socialiste di Marburgo e Torino, e infine - tratto non meno qualificante di una personalità completa e autonoma - ricercatrice rigorosa della storia e dei problemi delle aziende municipalizzate, della cooperazione e della disoccupazione operaia in Italia e in Germania. Le lettere e i materiali scientifici di Gisella Michels Lindner trovano la loro sede naturale nell'archivio «Michels». 

Stimolata probabilmente dal figlio di stilare alcuni pensieri su Gisella, Anna Michels Schnitzler così scrisse:

Non è facile fare una descrizione corretta del carattere di una persona quando c'è un rapporto di parentela, dato che per il troppo amore lo sguardo non è del tutto chiaro, cosicché o i lati positivi appaiono in colori troppo chiari o, facilmente, i negativi in colori troppo scuri![497]

Dal 1938 all'anno della sua morte, 1954, Gisella, abbandonata la casa di Roma era ritornata in Piemonte, a Dogliani, nel cuneese, al "Tecc Prott", casa che il consuocero Luigi Einaudi aveva fatto riattare per lei. Durante la seconda guerra mondiale dal 1943 al 1944, la casa fu requisita da soldati tedeschi. Gisella fu costretta a trasferirsi nella vicina tenuta Abbene, appartenuta un tempo allo zio materno del senatore Luigi Einaudi, Francesco Fracchia, e riacquistata dallo stesso Luigi nel 1923. Nel precipitoso trasloco fu smarrita la collezione di francobolli rari e preziosi, l'unica collezione ancora in possesso di Gisella Michels.


1.4.2  Famiglia Lindner

Si conosce molto poco della famiglia Lindner. Il padre di Gisella, Theodor Lindner, di religione evangelica, nacque nel 1843 a Breslau in Slesia, oggi Wroklaw in Polonia. Orfano di madre all'età di nove anni e a quindici del padre Ferdinand, fabbricante di calze e consigliere comunale a Breslau, dovette lasciare nel 1858 il ginnasio di questa città per raggiungere il fratello maggiore Gustav Ferdinand Lindner che si trovava a Züllinchau nel nord est del Brandeburgo. Gustav Ferdinand, nato nel 1833 anch'egli a Breslau, insegnava in questa città dal 1856. Si era laureato in Filosofia all'Università Viadrina di Breslau l'anno precedente con una tesi scritta in latino "De M. Porcio Latrone Commentatio".[498] Più tardi divenne Direttore del Ginnasio di Hirschberg in Slesia, oggi Jelenia Góra in Polonia. Di lui non si hanno ulteriori notizie.

Figura 27: Theodor Lindner 1909.

A Züllinchau Theodor Lindner frequentò il Pädagogium, e dopo la maturità, presa nel 1861, studiò Storia, Filologia antica, e Sanscrito all'Università di Breslau e Germanistica e Storia a Berlino, ove si laureò nel 1865 con una tesi in latino sul Concilio di Mantova del 1064. Si abilitò nel 1868 a Breslau ed in quello stesso anno si sposò con Agnes Kügler (1843-1926), anche lei evangelica. A Breslau l'anno successivo nacque la prima figlia Hildegard Lindner. Durante la guerra franco-prussiana del 1870/71 Theodor Lindner prese parte come caporale e poi come vice Sergente Maggiore all'assedio di Parigi. Venticinque anni dopo, in occasione della ricorrenza della guerra, scrisse "Der Krieg gegen Frankreich und die Einigung Deutschland. Zur 25 jährigen Wiederkehr der Gedenktage von 1870/71".[499] Nel 1874 fu nominato Professore Straordinario all' Università di Breslau. Nel 1876 fu chiamato come ordinario  all'Accademia di Münster e in questa città nacque nel 1878 Gisella. A partire dal 1888 ricoprì infine la cattedra di Storia Medioevale e Moderna all'Università di Halle.

Fu insignito della nomina di Geheimer Rath, (Consigliere Intimo). In seguito al libro "Die Veme",[500] da lui scritto nel 1888, ricevette la Laurea Honoris Causa dalla Facoltà di Giurisprudenza di Halle. Morì in questa città nel 1919. Theodor Lindner è rinomato soprattutto come autore dell' importante "Weltgeschichte seit der Völkerwanderung"[501] in 9 volumi, che uscì fino al 1916. Il decimo volume, in realtà il volume numero 1, "L' Antichità", uscì postumo a cura della vedova Agnes Lindner Kügler e del collega giurista e storico ed amico Albert Werminghoff.[502]

In un articolo della Bedeuntede Slesier si legge:

[Theodor] Lindner fu ritenuto un docente carismatico ed originale, egli iniziava i suoi corsi universitari con la frase «Non credete mai a una qualsiasi autorità scientifica». Diede prova di umorismo in una riunione studentesca in occasione delle Giornate della Storia del 1900 alla Burse zur Tulpe[503]con il suo discorso in cui illustrava il significato della birra per il popolo tedesco. E' morto Lindner, lui che dalla fine della guerra si lamentava di «stanchezza mentale» dovuta alla miserabile situazione del nostro popolo, morì per una polmonite, fu cioè vittima dell' epidemia di influenza del '19. Al suo funerale parlarono allievi e colleghi e per suo espresso desiderio nessun religioso.[504]

Theodor e Agnes Kügler sono sepolti nel cimitero di Halle in una tomba non più visibile.[505]

Hildegard Lindner, la prima figlia, nata nel 1869, frequentò dal 1899 la facoltà di medicina a Halle e a Heidelberg. Nel 1901 sostenne ad Halle il tentamen physicum.[506] Nel 1904 diede l'Esame di stato, sempre ad Halle, per poter esercitare. Fece la volontaria per 2 mesi nell'Istituto di patologia del Consigliere intimo Dr. Eberth, tre mesi nella Clinica per donne del Dr. Bumm. Fu la prima donna medico ad esercitare a Danzica dal 1911 al 1937.[507] Nel 1911 sposò Carl Catoir, anch'egli medico a Danzica, caduto sul fronte russo il 27 settembre 1915 all'età di quarant'anni, mentre prestava servizio come medico di campo e medico di battaglione nel 48° Reggimento di Fanteria della Milizia Nazionale.[508] Andata in pensione, dopo il 1937 Hildegard si trasferì definitivamente a Gdynia, dove risiedeva all' Hotel Słupski, di cui era diventata proprietaria.[509] Non si ebbero più notizie di lei dopo il 1945. Voci in famiglia, non documentate, parlavano di un vagone piombato con cui fu trasportata in Polonia.

Figura 28: Theodor Lindner, la figlia Hildegard e il marito Carl Catoir.

1.4.3     Agnes Lindner-Kügler e la Fondazione Sack.

La madre di Gisella, Agnes Kügler (1843-1926), era pronipote diretta da parte di madre di Johann Adolph Sack (1726-1800), uno degli undici fratelli del fondatore della Sack'sche Familienstiftung. L'origine di questa Fondazione risale a Simon Heinrich Sack (1723-1791). Simon Heinrich Sack, laureato in legge all'Università di Francoforte sull'Oder a soli 19 anni aveva trovato impiego presso gli uffici governativi di Glogau.[510] Ottenuta a 22 anni l'abilitazione come avvocato, nel 1750 fu nominato alto magistrato di Corte a Glogau.[511] Per la sua integrità morale e lealtà verso il re fu un importante riferimento per la nobiltà della Slesia nel corso della guerra dei sette anni. Durante il suo servizio accumulò un ingente patrimonio. Non avendo discendenti diretti, decise di lasciare i suoi beni, tramite una fondazione, alla numerosa discendenza dei fratelli, ma la morte lo colse prima di riuscire a realizzarla. I fratelli realizzarono questa volontà dopo la sua morte. Questa Fondazione è la più antica ed unica nel suo genere per una famiglia non nobiliare. Essa fu concepita con il duplice scopo di sostenere ogni giovane discendente con borse di studio, se maschio e dote, se femmina, indipendentemente dal cognome Sack e dal sesso, e di mantenere i legami tra di loro,[512] in modo da conservare l'unità famigliare, intesa come bene fondamentale. La Sack'sche Familienstiftung esiste ancora dopo duecento anni, e la sua azione continua nello spirito di Simons Heinrich Sack; essa riunisce a tutt'oggi circa 6.000 discendenti viventi.[513]

La famiglia Sack risale al medioevo, ed è originaria della Slesia. Essa vantava sin dagli inizi tra i suoi membri un gran numero di magistrati, di alti funzionari dello stato e di membri del clero, tra cui il cugino di Simon Heinrich, August Friedrich Wilhelm Sack (1703-1786), noto teologo e filosofo, chiamato alla corte del re di Prussia Federico II come predicatore.

1.4.1.2 Tavola III  Famiglia Sack

1.5             I figli di Roberto e Gisella Michels

Roberto e Gisella Michels ebbero cinque figli, di cui due, Italia, nata nel 1900 e Nerino, nato nel 1903, non superarono l'anno. I tre figli superstiti vissero gran parte dell'infanzia e la primissima adolescenza a Torino, frequentandone l'ambiente colto di inizio secolo, giocando fra l'altro con i nipoti di Lombroso ed i figli di Einaudi, partecipando alla vita culturale della città. L'ambiente torinese incise su di loro molto più di quello di Basilea, città nella quale i Michels non si sentirono mai pienamente accettati.[514] Anche nei mesi estivi, quando, dal 1914 al 1928, la famiglia Michels soggiornava ad Antagnod, il capoluogo della Valle D'Ayas, e dove presero la cittadinanza nel 1921, o a Gressoney Saint Jean nell'omonima valle, i ragazzi Michels frequentarono i rampolli della Torino colta, quali Marcello e Marziano Bernardi,[515] Pier Giorgio Frassati,[516] oltre ai Migliorini,[517] con cui compivano lunghe e anche complesse escursioni in montagna e di cui si conservano innumerevoli fotografie.[518]

1.5.1    Mario Michels

Mario Michels, il secondogenito, così scrive nel curriculum vitae in coda alla tesi di laurea, con dignità di stampa del 2 marzo 1933:[519] 

Nato il 3 dicembre 1901 a Marburgo a. d. Lahn, cittadino italiano di Antagnod d'Ayas, Valle d'Aosta [...], dopo aver concluso la scuola elementare a Torino, ho frequentato i seguenti licei: nel 1911 il Massimo d'Azeglio di Torino, nel 1913 il Principe di Napoli a Aosta, 1914 il ginnasio di Basilea e 1916 il ginnasio-liceo cantonale di Lugano, dove presi la maturità nell'autunno del 1920. Successivamente studiai per un anno come ingegnere chimico industriale al Politecnico di Torino. [...]. Dal 1922 ho frequentato l'Università di Basilea come studente di Filosofia II. [...]. Motivi economici mi spinsero alla ricerca di un lavoro, così dal 1924 potei seguire i corsi solo saltuariamente. Dapprima mi dedicai autonomamente alla chimica della fotografia; il procedimento da me sviluppato di stampa fotografica su tessuti fu premiato nel 1927 dalla Société Industrielle di Mulhouse con medaglia. [....]. Dal 1926 al 1927 lavorai sulla cellulosa acetilica (processo di acetilazione, smalti e vernici, materiali plastiche e pellicole), inoltre mi occupai di solventi e ammorbidenti per la ditta "Lonza A.G." di Basilea. In questo periodo diedi l'esame[520] di chimica inorganica. Negli anni 1927-1928 continuai gli studi (di chimica organica pratica) e lavorai come collaboratore per la ditta di seta artificiale "Rhodiaseta" con lavori sulla saponificazione della fibra di cellulosa acetilica, studi sull'assorbimento da parte degli aldeidi, soprattutto di idrati di cloralio e derivati della cellulosa. Dall'inizio del 1929 fino all'inverno del 1932 fui dirigente del reparto di chimica della ditta di seta artificiale "Soieries de Strasbourg". un'attività che più avanti mi portò a proseguire nel lavoro di ricerca sperimentale (service de recherches).

Nell'estate del 1932 fui inviato in Russia per avviare la ditta di seta artificiale "Pjatilietca" di Leningrado. Tornato dalla Russia conclusi lo studio iniziato sotto la guida del signor Professore P. Ruggli[521] sulla bromizzazione dell' «1-diazo-2-oxy-naphtalin-4-Sulfonsäure».

Dopo la laurea Mario Michels aprì uno studio chimico a Basilea e contemporaneamente continuò a lavorare a Mulhouse nel centro di ricerca e progettazione. Nel 1935 Mario Michels, presentato dal cognato Filippo Gallino al sen. Luigi Burgo,[522] fu da questi nominato Direttore del Laboratorio chimico sperimentale della Cartiera Burgo di Torino. Morì di peritonite a Torino il 27 aprile 1940, non avendo ancora compiuto trentanove anni. Lasciò una figlia, Ines, nata a Torino il 10 novembre 1926, il cui padrino di battesimo fu Giulio Casalini, e madrina la prima moglie di Casalini, Ines Casalini-Ghesio Volpengo. Giulio Casalini fu anche testimone di nozze di Ines, avvenute a Basilea nel 1948, con Roland Gsell (1926-2008), nonché padrino di battesimo del figlio primogenito, Mario Gsell, nato a Basilea nel 1949. La famiglia Gsell ha sempre vissuto a Basilea, dove è nata anche la secondogenita Vera Pessi-Gsell.

La moglie di Mario Michels, Margherita Kirchhofer (1898-1992), di professione pianista, ospitò a Basilea Luigi Einaudi nel periodo del suo esilio, dal settembre1943 al dicembre 1944.

1.5.2    Manon Michels

Manon Michels (Marburgo 17/8/1904 - San Geminiano 27/10/1990). Frequentò le scuole elementari a Torino al Maria Laetizia e le scuole superiori a Basilea. Studiò pittura prima all'Accademia Albertina a Torino, proseguendo gli studi d'arte a Basilea, a Parigi e li terminò a Roma. Nel 1931 trascorse 5 mesi in Polonia, tra Cracovia, Varsavia, Vilnius e Gdinia, specializzandosi in paesaggi, oltre che nei ritratti cui si era dedicata in precedenza. Al rientro in Italia, nel marzo del 1932, espose a Roma, sotto il patrocinio dell'Istituto italo-polacco, 42 quadri e 35 disegni di impressioni di viaggio dedicati alla Polonia. Nel 1933 li presentò a Torino nella sala della Pro Cultura Femminile. In quello stesso anno, ad aprile, sposò Mario Einaudi (Dogliani 8 settembre 1904 - Dogliani 15 maggio 1994), figlio primogenito del futuro presidente della Repubblica italiana Luigi Einaudi.[523] Laureatosi nel 1927 a Torino in Giurisprudenza con Gioele Solari,[524] Mario Einaudi perfezionò i suoi studi a Londra e a Harvard. Conseguita la libera docenza nel 1931, l'anno seguente fu incaricato di storia delle dottrine politiche a Messina. Per non prestare giuramento di fedeltà al regime fascista, abbandonò la carriera accademica in Italia ed emigrò con la moglie Manon negli Stati Uniti nel settembre 1933. Insegnò per cinque anni a Harvard, poi alla Fordham University a New York e dal 1945 alla Cornell University di Ithaca, dove divenne preside del Department of Government e fondatore del Center for International Studies, che oggi porta il suo nome. Mario e Manon Einaudi ebbero tre figli, Luigi Roberto (1936), Roberto (1938) e Marco (1939).

Manon Michels fin da giovanissima accompagnava il padre nei suoi viaggi, facendogli da segretaria e diventando un'ottima collaboratrice. A parziale ricordo di quegli anni scrisse un saggio[525] su Vilfredo Pareto[526] che imparò a conoscere già dall'età di nove anni, quando per la prima volta nell'ottobre del 1913 Roberto Michels suonò al portone di Villa Angora a Céligny sul lago Lemano, la villa in cui Pareto si era rifugiato con Madame Régis e due dozzine di gatti d'angora.

Non sono molti i documenti che ci restituiscono con immediata concretezza i tratti, i luoghi, le giornate del Pareto nelle vesti di «solitario di Céligny». [....]. All'epoca aveva nove anni, e nel decennio successivo ritornò più volte [a Celigny] a trascorrere periodi sempre più lunghi, le vacanze pasquali e interi mesi di quelle estive, [....]. Ebbe perciò la possibilità di penetrare i confini di quell'intimità familiare che solo a rari amici era dato varcare eccezionalmente. Di qui il pregio delle notazioni dell'adolescente, rese fra l'altro con un particolare gusto espressivo nella descrizione di persone, situazioni, paesaggi, qualità che fa intravvedere la sua passione per la pittura.[527]

Dal testo di Manon Michels si viene a conoscenza che anche Roberto Michels, non solo la moglie Gisella, sapeva suonare il pianoforte:

[...] mentre mio padre suonava un pot-pourri di melodie diverse per accompagnarmi.[528]

Nel 1964 gli eredi di Luigi Einaudi crearono a Torino la Fondazione Luigi Einaudi, con lo scopo di conservare, incrementare e aprire agli studiosi di tutto il mondo gli strumenti di lavoro e la biblioteca del padre Luigi. Mario Einaudi rientrò in Italia per organizzarla e ne fu il Direttore per venti anni, fino al 1985. Sotto la sua direzione, la biblioteca, formata inizialmente da settantamila volumi, triplicò, arricchendo anche le pubblicazioni periodiche e dotandosi di un archivio politico-economico che abbraccia l'intero novecento. Accanto[529] all'Archivio storico Einaudi fu creato nei primi anni ottanta del novecento anche il Fondo Roberto Michels, che contiene, oltre ai testi e ai saggi del sociologo, le lettere e i documenti che la moglie Gisella Michels Lindner raccolse e ordinò con cura.

1.5.3  Daisy Michels

Daisy Michels (Marburgo 25/2/1906 - Torino 9/4/1993), ultimogenita di Roberto e Gisella Michels, iniziò le elementari a Torino, per poi proseguire gli studi di interpretariato a Basilea. Dal 1926 al 1928 insegnò Lingua Italiana nella scuola filologica e commerciale, la Sprach-und Handelschule im Zerkindenhof a Basilea, impiego che dovette lasciare quando i suoi si trasferirono a Roma. Dal novembre 1928 al 1930 fu assunta come redattrice presso l'Institut International de Cinématographie Educatif della Société des Nations a Ginevra e poi a Roma nella sede di via Spallanzani dal 1930 al '32, quando si dimise in vista del matrimonio. A Roma conobbe nel 1930 Filippo Gallino (Forlì 5/7/1905 - Torino 5/4/1957), all'epoca segretario particolare del Sottosegretario di Stato per le Poste e le Telecomunicazioni Ferdinando Pierazzi.[530] Filippo Gallino, di antica famiglia piemontese di Canale d'Alba in provincia di Cuneo, era figlio del giudice e consigliere di Corte d'Appello Giovanni Gallino, e di Marie Foltz, d'origine alsaziana, il cui padre era caduto nella guerra franco-tedesca del 1870, combattendo dalla parte dei francesi. Allievo di Gaetano Mosca, Gioele Solari e Francesco Ruffini,[531] Filippo si era laureato a Torino in Giurisprudenza nel 1927, in Scienze politiche nel 1928; iscritto all'albo dei giornalisti, fin dal 1924 collaborava fra l'altro con il quotidiano torinese “Il Piemonte”. Invitato insieme all' on. Pierazzoli ad una delle riunioni che tradizionalmente si tenevano a casa Michels, vi conobbe la figlia Daisy. Nell'informare i propri genitori in una lettera del 18 maggio, scrisse:

Sono tedeschi naturalizzati italiani da prima della guerra. [....]. Conoscono il piemontese meglio dell'italiano.

Si fidanzò ufficialmente con Daisy il 21 agosto 1931 a San Vito di Cadore, dove i Michels stavano passando i mesi estivi. Nello stesso anno aveva abbandonato la carriera diplomatica intrapresa nel 1929 e era entrato nello studio legale romano della Cartiera di Verzuolo Ing. L. Burgo & C, fondata nel 1905 da Luigi Burgo. Il 27 febbraio del 1933 Daisy sposò a Roma Filippo Gallino; testimone delle nozze fu il Marchese Raniero Paulucci de Calboli. Nel dicembre del 1933 nacque a Roma il primogenito Giovanni, il cui padrino di battesimo fu il figlio di Gaetano Mosca, Bernardo,[532] compagno di studi universitari di Filippo. Trasferitisi a Torino, Filippo Gallino continuò a lavorare come Dirigente per la Burgo. Con la stessa carica e come socio di minoranza passò successivamente all'Insit, un'azienda basata sulla lavorazione del sughero, che Luigi Burgo aveva rilevato nel 1948 a Montà d'Alba, in provincia di Cuneo. A Torino nel 1938 nacquero i gemelli Anna e Roberto, nel 1944 a San Mauro torinese, sulla collina di Superga, dove i Gallino si erano stabiliti dal 1939, nacque l'ultimogenita Maria Costanza. Dopo la morte del marito, avvenuta nel 1957, per lunghi anni Daisy insegnò privatamente tedesco, francese e inglese, lingue che aveva imparato a padroneggiare fin dall'infanzia, da quando in alternanza con la sorella fungeva da segretaria e scrivana al padre. Per molti anni insegnò tedesco al Circolo Filologico di Torino.


PARTE SECONDA

Le parti che seguono, spiccatamente di carattere genealogico, risulteranno alquanto pesanti per il lettore. Tuttavia si è voluto procedere in questo modo in omaggio al lavoro di ricerca compiuto da Roberto e Gisella Michels sui propri antenati, sfruttando elenchi da loro compilati, libri specifici sulle famiglie in loro possesso, foglietti volanti scritti di pugno da Roberto Michels.

2.1        Famiglia van Halen di Maastricht

famiglia d'origine della nonna paterna di Roberto Michels, Constance van Halen (1810-1881), moglie di Peter Michels.

Scrive Roberto Michels nel saggio sul nonno Peter a proposito della moglie di lui Constance:

apparteneva a una famiglia singolare per più di un aspetto. I van Halen provengono da un'antica stirpe nobile di Weert nel Limburg. Nel 1667 Johann van Halen, morto nel 1696, si sposò con Helena Holtmans, figlia del sindaco della città. Nella chiesa di Weert vi sono ancora[533] una finestra con lo stemma araldico, un altare come offerta, una pietra mortuaria ed altro della famiglia. Un ramo della famiglia si trasferì alla metà del 18° secolo in Spagna e lì raggiunse alti onori.[534] 

Alla metà del 18° secolo, dunque all'epoca austriaca, viveva a Brüssel un membro del consiglio di Brabant, Jacques Bernard van Halen.[535] All'inizio del 19° secolo un suo figlio Jean François van Halen,[536] avvocato e notaio a Maastricht,[537] viveva stabilmente nell'Hotel du Levrier. Il padrone di questo hotel era Jean Henri Neven,[538] proprietario di un birrificio e hotelier, di vecchia e stimata famiglia, con natura artistica, ma non portato per gli affari. Quando morì, lasciò l'hotel, che era il migliore e il più grande del luogo e che aveva ospitato molti principi, in non buone condizioni. La sua vedova era una francese, nata Simon. Maria Marguerite Simon, figlia di Jaques Simon e Anne Josèphe Delnoix, era nata a Parigi nel 1772 sotto Luigi XV. Era di sangue borghese e di origine ugonotta[539] (il che spiega la presenza di sicure qualità spirituali), ma passata al Cattolicesimo era diventata una convertita molto solerte. Dopo la morte di suo marito Madame Maria Marguerite aveva dovuto faticare veramente con i suoi nove figli. Ma poiché era una donna oltremodo dinamica ed esperta, le era riuscito di risollevare l'impresa. [Jean François] van Halen si innamorò pian piano, per la stima in questa donna abile e la sposò, nonostante gli ostacoli [incontrati] per via. Gli riuscì persino di ottenere dal Governo che fosse concesso alla moglie (lei morì a Maastricht il 25 marzo 1849) di assumersi l'incarico di dirigere l'hotel. Da questo matrimonio nacquero altri tre figli, una dei quali oltremodo scrupolosa distribuì la propria educazione equamente tra l'arte e la scienza.[540] La maggiore di questi figli era Constanze, più tardi Constanze Michels, gli altri due erano François e Joseph Adolph.[541]

Sulla nonna Constance, Roberto Michels nel saggio su Don Juan van Halen aggiunge:

Constance était une femme extraordinaire. Elle était une digne demoiselle van Halen. Sa vie, a-t-on dit, à juste titre, vaut une étude particulière, surtout pour l'analyse historique de la vie rhénane entre 1829 et 1881, année de sa mort. [542]

Joseph Adolph van Halen (1815-1888), o anche Ludovicus Josephus Adolphus van Halen, come viene chiamato nei Paesi Bassi il fratello di Constance, rimasto a Maastricht dove era nato, sposò Helena Antoinetta Rientjens (1808-1884). Dal matrimonio nacquero

-        Constanze Josephine van Halen, nata intorno al 1841, sposò Joseph Lodewijk Haex (1832-1906) sempre di Maastricht Da questo matrimonio nacquero

-        Albert Clemens Haex, nato nel 1879, archivista ed avvocato di Maastricht, cui si deve la tavola genealogica dei van Halen che Roberto Michels inserì nel suo testo su don Juan van Halen.

-        Maria Sophie Louise Haex, sorella di Albert, nata nel 1880, sposò nel 1905 Max Gerhard Michels,[543] nipote di Peter.[544]

-        Maria Clementina van Halen (~1841-1921), altra figlia di Joseph Adolph, sposò Petrus Bauduin (1836-1910), sindaco di Maastricht dal 1900 al 1910; dal matrimonio nacquero nove figlI, tra i quali l'avvocato e procuratore di Maastricht Paul Marie Frans Bauduin (1878-1935), che nel 1910 scrisse a Roberto Michels una lettera, dove chiariva la propria parentela e quella di Marietta Haex con il fratello di Constance Michels van Halen.[545]

Del secondo fratello di Constance di cui parla Roberto Michels nel saggio su van Halen, François, non si hanno informazioni.

Infine, una zia di Constance, Maria Joséphine van Halen, sorella del padre, sposò François Charette Duval (1807-1895) di Bruxelles, pittore ufficiale della Société Royale d'Horticulture, nonché co-fondatore nel 1855 della Société Belge des Aquarellistes. Le sue opere di trovano al museo di Anversa.

La famiglia van Halen ha origini lontane. Scrive Roberto Michels:

Nel quattordicesimo secolo apparve un Simon van Halen il cui vero nome sembra fosse Mirabello, italiano. Van Halen riuscì a sposare una sorella naturale del Conte delle Fiandre ed ad acquistare più Signorie. All'epoca di Jacques van Artevelde,[546] divenne Ruwart[547] delle Fiandre.[548]

Pare infatti che la famiglia van Halen abbia avuto origine da Jean de Mirabello (~1280-1333), detto van Haelen,[549] originario di Mirabello, nel Monferrato, un comune in Provincia di Alessandria, che nel 1300 giunse nel Contado delle Fiandre, stabilendosi a Malines; qui sposò una certa Dame van Halen, commerciò con il Brabante Settentrionale e nel 1309 trasformò il nome in Jean de Haelen, o van Halen. Dal matrimonio nacque Jean de Mirabello van Halen che entrò al servizio del Duca di Brabante e acquisì con il matrimonio la signoria di Perwez. Suo figlio naturale, Simon van Halen, ricco banchiere di Gand, nel 1338 fu nominato Reggente delle Fiandre, dopo la fuga del conte Luigi I di Nevers. Morì assassinato nel 1346, lasciando un figlio di cui si occupò suo fratello, Frank van Halen, morto nel 1375, il quale fu al servizio di Edoardo III d'Inghilterra e fu nominato Cavaliere dell'Ordine della Giarrettiera.[550] Dalla famiglia van Halen discende anche

2.1 Tavola IV

2.1.1        Don Juan van Halen

2.1.1 Tavola V 

Don Juan van Halen[551] (1788-1864) ufficiale spagnolo che ebbe un ruolo preminente nella rivoluzione belga del 1825 contro gli olandesi. A lui Roberto Michels dedicò un lungo saggio. Constance Michels e don Juan erano cugini di terzo grado, avendo in comune i bisnonni Henricus van Halen e Anna Cathérine Frenken, vissuti a cavallo tra il sei e il settecento.

Dal loro matrimonio nacquero Jean Antoine van Halen, figlio primogenito, e Jacques Bernard van Halen (1708-1779), terzogenito, da cui discesero rispettivamente il ramo spagnolo e il ramo di Maastricht. Di Jacques Bernard già si è scritto in 2.1.

Jean Antoine van Halen, il fratello di Jacques Bernard, emigrò a Cadice in Spagna intorno al 1740, dove sposò Brigida Murphy.[552] Dal matrimonio nacque Don Antonio van Halen nel 1760, il padre di Don Juan van Halen y Sarti (1788-1864) e di Don Antonio van Halen y Sarti, Conte di Peracamps (1792-1858).[553]

Don Antonio padre aveva abbracciato la carriera militare e al momento della nascita di Don Juan era Luogotenente di Fregata. Divenne più tardi Ufficiale dell'Armata Reale ed infine Capo di Divisione e Segretario di Carlo IV di Borbone di Spagna. Aveva sposato una nobile di Cartagena de Levante, nella provincia di Murcia, Doña Francisca Sarti-Yrisarri, il cui padre era Don Manuel Sarti, Commissario di Provincia di Marina e la cui madre Isabel apparteneva alla nobile famiglia di Castañeda. Così Roberto Michels:

L'origine etnica, o meglio nazionale, di Don Juan van Halen è dunque alquanto complicata. I van Halen sono d'origine fiamminga, sebbene per la maggior parte di lingua francese. Don Juan è nato in Spagna, da padre spagnolo, castigliano, come lui stesso dice,[554] o catalano, come suppongono altri, o addirittura italiano, come lascia intendere Pio Baroja. Certo il nome Sarti non è spagnolo, [...].Tuttavia il nome Sarti è molto frequente in Spagna, il che non esclude una discendenza da emigrati italiani dei secoli scorsi. Nei nostri documenti noi troviamo qualche volta insieme[555] al nome di Sarti quello di Yrisarri, che è basco. La nonna paterna era irlandese.[556]

A questo punto Roberto Michels fa la seguente riflessione:

Dal punto di vista sentimentale la questione della nazionalità non si pone per Don Juan van Halen. Egli non è che spagnolo, non rinnega mai la sua patria, in nessuna circostanza. Il suo internazionalismo non è che un habitus mentalis acquisito, seppure profondo, e cede il passo tutte le volte che urta con sentimenti innati. Tutta la sua vita ne fornisce le prove.[557]

Ancora dal saggio su Peter:

Don Juan, Grande de España, era un ufficiale spagnolo, dapprima sotto Giuseppe Bonaparte di cui diventò ufficiale di ordinanza, poi nell'esercito dei patrioti spagnoli; alcune fortezze francesi al di là del Llobregat furono fatte cadere per mezzo di suoi artifici (1814). Dopo la restaurazione dei Borboni fu coinvolto nell'ultimo processo dell'Inquisizione che ebbe luogo in Spagna, fuggì dopo una lunga prigionia, prestò servizio di guerra in Russia (1820) combattendo sul campo contro i Persiani. Don Juan rappresenta una particolare sintesi tra un eroe, un avventuriero e un filosofo. Egli ha lasciato tra l'altro due validi volumi[558] di memorie ricchi di riflessioni.[559]

Figura 29: Don Juan van Halen.

Su questi volumi di memoria aggiunge nel saggio su Don Juan:

i due volumi furono redatti e pubblicati nel bel mezzo della sua carriera (nel 1827 quando aveva 37 anni) e contengono le sue diatribe con i josefinos e gli assolutisti, l'affare di Llobegrat (1814), il suo urto con l'Inquisizione (1815), la tortura e la fuga, realizzata con l'aiuto di una giovane donna, Ramona, impiegata nelle Prigioni di Stato, il suo esilio e le campagne al servizio dello Zar nel Caucaso, agli ordini del celebre generale Yermolow, come Colonnello di Cavalleria (1820).[560]

Tornando al testo Peter Michels:

[...] Don Juan nei suoi ricordi del 1824 si dichiarava di origine belga (d'une famille d'origine belge). Quando Constance sposò Peter nel 1829, i Belgi e gli Olandesi eran notoriamente costretti a convivere nel Regno Olandese, che fu di breve durata, all'interno del quale si andavano acuendo sempre più i contrasti. Un anno più tardi scoppiò in Belgio la rivoluzione che doveva portarlo al distacco dall'Olanda. Don Juan van Halen è persino visto come il liberatore del Belgio dal giogo olandese. Espulso dalla Spagna, dopo essere rientrato dalla Russia, dove aveva prestato servizio come generale sotto Jermoloff,[561] viveva da privato cittadino a Bruxelles quando scoppiò nel 1830 la rivoluzione di luglio.[562]

La Spagna ha dedicato a Don Juan van Halen una via a San Fernando presso Cadice, Torrelodones e Madrid. A Bruxelles in Place de la Dependance esiste un monumento che raffigura don Juan van Halen con la sciabola, ma il monumento non porta il suo nome.

Nel saggio su van Halen si legge questa riflessione:

Ogni vita umana di qualche rilievo giunge ad un punto culminante. Il punto culminante della vita di Don Juan van Halen consiste incontestabilmente nel ruolo eminente ch'egli ha avuto nella rivoluzione belga. Prima e dopo, van Halen ha guerreggiato per più anni in Spagna, dove ha conquistato titoli e gloria. Ma le guerre civili della Spagna di quei tempi, ingarbugliate, confuse e per così dire cabalistiche, guerre nelle quali le idee sparivano dietro gli uomini con le loro passioni e le loro ambizioni (sebbene questi uomini fossero stati spesso rimarchevoli di disinteresse) non ci lasciano che la tristezza degli sforzi inutili compiuti in favore di cause mal precisate. In Belgio, al contrario, l'azione di van Halen emerge; essa tocca uno dei crocevia della storia europea; essa si annovera tra i grandi avvenimenti del XIX secolo.[563]

Sempre in questo saggio si legge che Charles Rogier, giovane avvocato e professore, l'amico che l'aveva aiutato a redigere le sue memorie a Liége[564] nel 1827, uomo di primo piano dell'insurrezione belga, membro del Governo Provvisorio, in una breve e decisiva seduta del Comitato di Difesa fece nominare Don Juan «Comandante in capo delle forze attive del Belgio», e lui accettò con queste parole:

[...] Accetto con l'orgoglio di un ammiratore delle vittorie di un popolo contro gli incendiari e i devastatori, accetto fiero oggi del cognome belga, unito a quello di uno spagnolo libero, un incarico dal quale sono lontano di essere degno.

Bruxelles, 25 settembre. Dedizione e fratellanza sincera, Juan van Halen.[565]

Nella famiglia Michels aleggiava viceversa questa versione, come riporta Roberto Michels nel Peter:

Richiesto dagli insorti di prendere il comando, dopo aver proclamato al popolo di [voler] rimediare, in quanto patriota spagnolo di origine belga, all'ingiustizia che la Spagna di Filippo II aveva inferto un tempo agli Olandesi, ridando al Belgio da allora in poi la libertà, assunse il comando supremo contro gli Olandesi durante le quattro giornate di gran lunga vittoriose di Bruxelles,[566] [...]. Don Juan rimase ancora per alcuni anni a Bruxelles, ma fu richiamato in Spagna nel 1836 dove assunse il comando di una divisione con la quale sconfisse i Carlisti a Navarra. Nel 1840 fu nominato Capitano Generale della Catalonia, e come tale due anni più tardi sottomise con un bombardamento la ribelle Barcellona. Come sostenitore di Espartero dovette tuttavia per la terza volta fuggire all'estero, finché per la terza volta non gli fu permesso di rientrare in patria nel 1854. Egli perciò morì in Spagna in grande onore.[567]

Qualche pagina dopo Roberto Michels scrive ancora:

Don Juan non si dimenticò dei suoi parenti anche nel suo periodo migliore. Quando egli fu richiamato nel 1854 in Spagna, e ricoprì alti gradi militari, rese noto presso alcuni cugini del ramo di Maastricht il favore della sua regina Cristina [ricevuto] sotto forma di una qualche nuova onorificenza spagnola. Inoltre si ricordò anche dei parenti di Colonia. Paul Kaufmann riferisce[568] che in casa della famiglia di Peter Michels pendeva una siderografia colorata, sulla quale era rappresentato Don Juan Conte de Paracamps[569] nella splendida uniforme di ordinanza, abbellita di onorificenze. Quando più tardi gli fu conferita la collana del primo ordine cavalleresco, ne spedì a Colonia una riproduzione, con la preghiera di fissarla al quadro come completamento delle onorificenze.[570]

Don Antonio van Halen y Sarti, fratello di Don Juan, seguì anch'egli la carriera militare. Generale, liberale come il fratello, combatté contro Napoleone e poi contro don Carlos nella guerra civile per la successione al trono di Spagna, vincendo al comando dell'esercito realista l'esercito carlista guidato da Segarra nella battaglia di Peracamps in Cataluña. Per questo motivo il 22 febbraio 1841 fu nominato Conde de Peracamps. Seguace del Generale Espartero, reggente del Regno, lo seguì in esilio nel 1843, per poi rientrare in Spagna nel 1847. Fu nominato infine presidente del Supremo Tribunale di Guerra e di Marina, carica che ricoprì fino alla morte avvenuta nel 1858. L'attuale Conte de Peracamps, Enrique Melián y Ugarte ha come trisnonna la secondogenita di Don Antonio van Halen y Sarti, Francisca van Halen y Lasqueti. La genealogia dei Conti di Peracamps, fino a Leopoldo Melián y Zobel, padre di Enrique, è riportata nella lettera del 4 marzo 1936, che Antonio Montenegro y Yrisarri scrisse a Roberto Michels. [571]

2.1.2        Famiglia Neven e Neven DuMont

Tavola VI        Famiglia Neven e Neven DuMont

Jean Henri Neven (1760-1805), primo marito di Maria Margaretha Simons, madre di Constance Michels van Halen, apparteneva ad una famiglia originaria di Maastricht, ivi risiedente fin dal 14° secolo.

Nel 1790 sposò Maria Margaretha Simons (1772-1849), e nello stesso anno aprì in città un proprio birrificio con hotel annesso nella casa chiamata "de Hazewind",[572] o "casa del Levriero", che divenne presto uno dei locali più grandi e distinti del luogo. Dal matrimonio nacquero ben nove figli dai quali discesero molti rami di Neven in Olanda, Belgio e Germania.

Figura 30: Maria Margaretha Simons. Sposò J.H. Neven, successivamente J.F. van Halen. Ritratto del 1814.

Da Mathieu Neven (1796-1878), uno dei nove figli di Jean Henri e Maria Margaretha, discende il ramo di Colonia e da suo figlio August Libert il ramo dei Neven DuMont, sempre di Colonia. Maria Margaretha, rimasta vedova, si risposò con Jean François van Halen. Mathieu Neven era quindi fratellastro di Constance van Halen (1810-1881), la moglie di Peter.

Mathieu Neven, trasferitosi da Maastricht a Colonia negli anni 20 dell'ottocento, vi aprì un negozio di colori e prodotti di miniera all'ingrosso, il Math. Neven. Nel 1827 sposò Maria Elisabeth Michels (1806-1868), detta Lisette, sorella di Peter Michels (1801-1870).

Figura 31: Mathieu Neven, fratellastro di Constanze Michels van Halen. Album di Gisella Michels.

Dalla coppia nacquero tra gli altri:

-        Josephine, detta Fina, Neven Baronessa von Niesewand è la "cugina a metà" di Roberto Michels e, come lui scrisse, fonte di informazioni per il Peter Michels.

August Libert Neven (1832-1896) sposò nel 1856 Christine Maria DuMont (1836-1903), figlia dell'editore Joseph DuMont. August Libert, che si occupava inizialmente dell'azienda fondata dal nonno, la Math. Neven, alla morte del suocero nel 1861 divenne socio insieme al fratello della moglie, Ludwig DuMont, della Casa Editrice e Tipografia M. DuMont & Schauberg, che editava anche il giornale "Die Kölnische Zeitung" fin dal 1802. Alla morte prematura del cognato nel 1880, August Libert subentrò come unico editore e nel 1882 gli fu concesso di chiamarsi Neven DuMont, poiché l'ultima discendente ed erede rimasta di Joseph DuMont era la figlia Maria Christina.

Figura 32: August Libert Neven.

Maria Cristina, fin dall'infanzia amica della nipote di Peter Michels, Elise, di cui fu testimone di nozze con Leopold Kaufmann, come ricorda il loro figlio Paul Kaufmann,il quale aggiunge che "due generazioni dopo suo nipote [di Neven] offrì la mano per la vita alla minore delle mie figlie".[573] 

August Libert e Christine ebbero cinque figli:

-        Joseph Neven DuMont (1857-1915) sposò Anna Henriette Mahler (1862-1925), da cui ebbe August Philipp (1887-1965) che sposò nel 1919 Paula Kaufmann (1891-1976), pronipote di Peter Michels, figlia di Paul Kaufmann.[574]

-        Alfred (1868-1940) sposò Alice Minderop (1877-1964), sorella di Doris Minderop (1887-1953), moglie di Otto Schnitzler (1882-1963), cugino primo di Roberto Michels. Alice era anche sorella di Hugo Minderop (1878-1918), marito di un'altra cugina prima di Roberto Michels, Helene Michels (1880-1953), figlia dello zio Ernst.

Joseph e Alfred diressero insieme la M. DuMont & Schauberg.

-        Jean Marie Karl (1863-1926) ereditò l'azienda del nonno, la Math. Neven.

-        Eduard Maria (1859-1924) seguì la carriera militare.

-        August Ludwig (1866-1909) si dedicò alla pittura. Dopo aver studiato all'Accademia di Belle Arti di Düsseldorf, si stabilì come pittore a Londra. Sposò Maria von Guilleaume (1871-1944), cognata di Clara Michels.

Quando per un incidente il primogenito di August Libert, Joseph, morì all'improvviso nel 1915, Alfred, che si trovava al fronte fu richiamato a Colonia per dirigere la Casa editrice insieme al nipote August Philipp Neven DuMont figlio di Joseph.

Durante il regime nazista Kurt Neven DuMont (1902-1967), il figlio di Alfred, ed il cugino August Philipp riuscirono a resistere ai tentativi di sostituzione o acquisizione della Casa Editrice da parte di editori del regime e a mantenere l'indipendenza della loro azienda e dei giornali da loro editi nei limiti concessi dalla censura. Tuttavia il 9.4.1945 la sede provvisoria a Lüdenscheid dovette chiudere la pubblicazione, che riaprì solo il 29.10.1949 con il nuovo quotidiano dal titolo "Kölner Stadt-Anzeiger", successivamente sottotitolato "Kölnische Zeitung" a partire dal 1962. Il giornale esiste tuttora. Kurt Neven DuMont sposò Gabrielle von Lenbach nata nel 1899, figlia del pittore Franz von Lenbach (1836-1904) di Monaco. Franz von Lenbach aveva dipinto il ritratto di Maria Herbertz Schmidt, una delle sorelle della bisnonna di Roberto Michels, Clara Schnitzler-Schmidt.

2.2        Famiglia Simons di Colonia: famiglia d'origine della bisnonna paterna di Roberto Michels

Tavola VII

La famiglia Simons di Colonia non era imparentata in alcun modo con i Simons di Maastricht. Anna Marie Simons era la moglie di Mathias Michels, bisnonno di Roberto Michels.

Il 14 gennaio 1934 Roberto Michels ricevette dall'oculista dr. Hermann Simons di Colonia una lettera,[575] in cui si diceva:

Volentieri soddisfo il Suo desiderio e le invio in allegato l'albero genealogico e la tavola dei diretti antenati di sua bisnonna Anna Maria Simons ed alcuni estratti dai libri di Chiesa. E' cosa nota che il nostro trisnonno comune era orafo, così come è nota la sua abitazione, e quella della vedova.[576] Ma purtroppo non so nulla della professione degli antenati precedenti. Posseggo del mio bisnonno Friedrich Laurenz Simons un quadro dal quale traspare la grande somiglianza con sua sorella Anna Marie.

Sulla tavola genealogica suddetta è scritto "Stammtafel der Kölner Familie Simons, statu 1.10.1933. Dr. Hermann Simons fecit".[577] Il 29 gennaio 1935 Arthur von Nell (1857-1939) scriveva ad Anna Michels da Godesberg:

Innanzi tutto voglio rispondere alle Sue domande circa la parentela. La mia defunta moglie Signora Bernarda von Breuning era figlia di Fanny Simons-von Breuning, suo padre era Arnold Simons di Honnef che aveva sposato Bernardine Momm da Neuss. Costui era figlio di Friedrich Laurenz, la cui sorella Anna Maria aveva sposato Mathias Michels.[578]

L'orafo Constantin Simons, nato a Colonia nel 1723 e ivi morto nel 1794, ebbe sette figli tra i quali Anna Marie (1769-1851) e Friedrich Laurenz (1764-1834), anch'egli orafo. Il figlio di quest'ultimo, Arnold (1802-1870), proprietario della tenuta nobiliare Haus Vogelsang a Neuss aveva sposato Bernardine Momm da Neuss (1806-1889) da cui ebbe, tra gli altri, due figlie, Klara e Fanny:

-        Klara Simons (1826-1908), sposatasi con Hermann Joseph von Eichendorff (1815-1900), figlio del poeta, scrittore e drammaturgo Joseph von Eichendorff[579] molte delle cui liriche sono state musicate da Schubert, Schumann, Mendelssohn - Bartoldy, Ugo Wolf ed altri ancora.

-        Fanny Simons (1828-1870/1902?) che sposò Carl Philipp von Breuning (1808-1886), fratello di Stephan e di Eleonora von Breuning che tanta parte ebbero nella vita di Beethoven.

Scrive inoltre Arthur von Nell ad Anna Michels Schnitzler, la quale evidentemente gli aveva anche chiesto se conoscesse suo zio Wolfgang Müller aus Königswinter:

Conosco molto bene Wolfgang Müller di Königswinter attraverso il suo racconto: «Furioso, dalla giovinezza di Beethoven», nel quale descrive la presentazione [di B.] da parte di Wegeler alla famiglia von Breuning, la scoperta del talento di Beethoven da parte della Consigliera di Corte von Breuning durante le lezioni alla figlia Eleonora.

Beethoven infatti in gioventù aveva frequentato assiduamente a Bonn la famiglia von Breuning e dato lezioni di pianoforte ai figli Lenz (prematuramente scomparso), Stephan ed Eleonora, che era di pochi mesi più giovane di lui:

Forse tra i due si sviluppò un sentimento molto profondo. Eleonora sposò più tardi il dottor Franz Wegeler, alsaziano, nato a Bonn nel 1765, che fu uno dei migliori amici di Beethoven. Fino alla fine non cessò di regnare tra loro una tranquilla amicizia come attestano le lettere rispettose e cordiali di Wegeler e di Eleonora.[580] 

Wegeler verso la fine dei suoi giorni aveva consegnato a Wolfgang Müller i suoi diari, poiché, come si sottolinea nell'introduzione all'edizione inglese del 1864, "una naturale riluttanza gli aveva impedito di pubblicare egli stesso i dettagli della sua intimità giovanile con Beethoven". Anche il fratello di Eleonora, Stephan von Breuning, nato qualche anno dopo di lei, strinse con Beethoven un'amicizia che durò tutta la vita, lo sostenne, lo accompagnò sul letto di morte, e ne curò l'esecuzione testamentaria. Morì pochi mesi dopo Beethoven, nel 1827, "essendosi ammalato per l'agitazione dovuta a questa incombenza."[581] 

Da Fanny Simons e Carl Philipp von Breuning nacque Bernarda (1862-1933), la moglie di Arthur von Nell. Arthur von Nell apparteneva ad una nobile famiglia oriunda di Treviri ed era padrone della tenuta nobiliare di St. Mathias, un grande complesso abbaziale dei monaci benedettini che nel 1802 fu secolarizzato dai Francesi.

Figura 33: Bernarda von Nell Breuning.

Figura 34: Arthur von Nell.

Il nonno di Arthur von Nell, il commerciante Christoff Philipp Nell, ne aveva comprato il chiostro ed alcuni edifici contigui poi adibiti ad abitazione o ad uso agricolo. Il figlio di Arthur, Oswald von Nell-Breuning, nato a Treviri nel 1890 e morto nel 1991 a 101 anni, fu un famoso teologo cattolico, gesuita e sociologo che tra l'altro aiutò Papa Pio XI nella redazione dell'enciclica sociale del 1931 "Quadragesimo anno". Scrisse infatti Arthur von Nell nella lettera ad Anna Michels- Schnitzler:

La prego di salutarmi suo figlio, il Professore, anche se non lo conosco. Forse lui conosce mio figlio il Prof. Dr. Oswald von Nell-Breuning, Augustastraße 35, Prof. di Scienze morali e sociali nella Scuola superiore teologica dei Gesuiti a Francoforte sul Meno, del quale sono stati anche spesso pubblicati molti saggi su «Voci del tempo».

Il doppio cognome Nell - Breuning fu assunto da Oswald in seguito alla morte dell'unico fratello della madre Bernarda, morto senza figli. Oswald lo trasmise poi al nipote Christoph von Nell-Breuning,[582] figlio di suo fratello Carl Philipp.

Hermann Simons (1804-1873), altro figlio di Friedrich Laurenz, il fratello di Anna Maria, sposò Elisabeth Bürgers (1812-1881), sorella di quell'Ignaz Bürgers di Colonia, cui Roberto Michels fa riferimento nei suoi appunti-memoria su Berlino. Dal matrimonio nacque Franziska Simons (1839-1915), la futura suocera di Martha von Kesseler Michels, figlia di Ernst, cugina prima di Roberto Michels.


PARTE TERZA

3.        Gli zii paterni di Roberto Michels: I figli di Peter Michels

Nella lettera alla moglie Constance Michels van Halen, numerata da Roberto Michels con il numero 11,[583] e da lui riportata nel saggio sul nonno, traspare l'entusiasmo e l'affetto del giovane Peter per i figli:

Come sei da invidiare: subito ti sorride con gioia la piccola Anna, subito ti incanta il piccolo Julius con le sue domande ingenue, poi si stringe a te la piccola, graziosa bambolina, la mia piccola Paolina, poi tu abbracci il buon semplicione Gustav; Elisabettina, Marie, tutti senza dubbio gareggiano per renderti piacevoli le ore e rimpiazzare il padre.

Continua poi dicendo:

Peter Michels era un renano di vecchio stampo. Egli aveva sentimenti così renani e così cattolici che per un certo tempo volle che fossero esclusi dalla schiera dei pretendenti alla mano delle figlie, i protestanti, i prussiani e persino gli aristocratici cattolici renani nel caso fossero ufficiali prussiani. Sul primo punto rimase fermo, sul secondo solo per metà. Tutte le sue cinque figlie sposarono certamente renani di buona e antica famiglia cattolica, ma due di essi erano ufficiali prussiani e uno era diventato Presidente di Distretto. Dei quattro figli maschi, tre si sposarono con ragazze di buona famiglia cattolica renana (due durante le vita di Peter, uno dopo la sua morte). Un quarto figlio (dopo la morte di Peter) si imparentò con una famiglia patrizia protestante di Colonia. Nella seconda generazione si giunse poi, nella composizione della buona società di Colonia, alla fusione immancabile con i protestanti di Colonia.[584]

Peter e Constance Michels ebbero nove figli. Tra la prima, (Anna) Marie, e l'ultima, Greta, intercorrono ventidue anni. Greta nacque nello stesso anno, il 1852, in cui (Anna) Marie si sposava.

 Tavola VIII

Ernst Michels, il settimo figlio di Peter, scrisse su fogli dattiloscritti e che suo figlio Ernst mise a disposizione del cugino Roberto, come si legge nella prefazione del Peter Michels, brevi note informative sui propri fratelli, note che qui introdurranno ciascuno di loro. Mancano tuttavia i dati relativi a Julius, Anna e Greta.[585]

3.1 (Anna) Marie Michels

Anna Marie Michels (1830-1878), primogenita di Peter Michels.

il 10 febbraio 1852 sposò l'avvocato di Bonn Julius Mayer. Morì dopo una lunga malattia agli occhi il 21 novembre 1878 a Bonn. Era bella d'aspetto, di grandi doti intellettuali, piena di vita e socievole per natura. Julius Mayer, Consigliere di Giustizia, morì a Godesberg il 30 ottobre 1902. Era nato il 26 gennaio 1824. Era un uomo per bene, molto buono, ma poco energico e debole.[586]

Il padre di Julius Mayer, Franz Joseph Mayer (1787-1865), era un noto professore di anatomia e fisiologia dell'Università di Bonn. Racconta Paul Kaufmann che una sua zia

abitava proprio di fronte all'ingresso dell'Università, in casa del professore di anatomia Mayer, il così detto Knochenmayer (il Mayer delle ossa). Egli proveniva da una famiglia di orafi dello Schwäbisch Gmünd,[587] era il maestro del fisiologo Johannes Müller[588] e indicava come suo antenato il sindaco di Basilea, noto dal capolavoro di Holbein. [...] La zia raccontava che la moglie di Mayer discendeva da un ramo secondario della famiglia reale scozzese.[589] 

Il capolavoro cui si riferisce il racconto è il Darmstädter Madonna, detta anche "Madonna des Bürgermeister Jakob Meyer zum Hasen" di Hans Holbein il giovane.

Dall'albero genealogico che il nipote di Julius e Marie Mayer, il medico Max Kaufmann, inviò a Roberto Michels nel 1934 risulta infatti che il nonno di Caroline Warren-Fitzroy (1796-1889), moglie del prof. Carl Mayer (1787-1865), era Charles Fitzroy, 1° barone di Southampton.

Prosegue Paul Kaufmann:

Nella casa dei Mayer ospitale ed animata da graziose cuginette ho passato molte ore felici delle quali ho graditi ricordi. Il giardino della casa collocato sulle rovine dell'antico consolidamento della città era una gradevole piazza per i giochi dei bambini. Nei passaggi e nelle carceri sotterranee cercavamo tesori sepolti e incantevoli principesse. La zia, una intelligente e bella signora che più tardi ha sopportato con eroismo una dolorosa malattia durata anni, era una zelante collezionista. Possedeva infatti una ricca raccolta di fotografie di uomini e donne famose, ben ordinata secondo i campi del sapere. A ciascuna foto era acclusa una breve descrizione della vita della persona rappresentata. Una raccolta per noi bimbi stimolante e istruttiva. Suo marito, che era volubile nelle sue passioni, ma di buon cuore, si distingueva per una memoria eccezionale e per un gran talento per le lingue.[590]

Figura 35: Marie Mayer Michels. Album di Gisella Michels.

I Mayer ebbero otto figli, cinque femmine e tre maschi.

Tavola IX

Tra questi:

-        Carola (1854-1920) sposò il barone Erich von Steinäcker, di antica famiglia nobile, nobilitata nel 1637 a Vienna dall'imperatore Ferdinando III per i meriti conseguiti da tre fratelli Steinäcker durante la guerra dei trent'anni e dal loro padre nella battaglia contro i Turchi in Ungheria.

-        Emilie, nata nel 1856, era la madre del medico di Bismark, Max Kaufmann, nato nel 1879, che ebbe con Roberto Michels una fitta corrispondenza di carattere essenzialmente genealogico, cui spesso si fa riferimento in questo testo.

3.2         Elise Michels

Elisabeth, nota come Elise, Michels (1833-1900), secondogenita di Peter Michels,

più tardi signora Kaufmann, nata il 6 settembre 1833, sposatasi il 13 settembre 1855 con Leopod Kaufmann, morì il 30 luglio del 1900. Suo marito fu sindaco[591] di Bonn per 24 anni. Suo figlio Franz ha scritto e pubblicato una biografia del padre che contiene molti ricordi del passato che hanno interesse per chi è interessato a quel tempo ed ai suoi avvenimenti. Leopold era un uomo eccellente e degno di affetto, ricco solamente di buone qualità di carattere. Era molto musicale, cantava molto bene (tenore), parlava molto bene e così avveniva che nelle feste di famiglia a tavola fosse soprattutto lui a parlare.[592]

Figura 36:Elise Kaufmann Michels. Album di Gisella Michels.

Leopold (1821-1925) aveva infatti ricevuto un'accurata formazione musicale. Egli aveva preso lezioni di canto da Johanna Kinkel.[593]

Indimenticabili per me le ore in cui il Padre ci svelava la bellezza dei Lieder di Schubert e di Schumann e con la nonna Michels[594] cantava i duetti di Mendelssohn o a piena voce i Lieder della sua maestra Johanna Kinkel, pieni di intimo sentimento, soprattutto quelli musicati sulle poesie di suo marito.

Figura 37: Leopold Kaufmann.

A volte ci stupiva quando si travestiva da cacciatore con uno schioppo in mano per recitare l'aria per lui particolarmente impegnativa di Max dal "Franco cacciatore". In un concerto, che negli anni sessanta fu organizzato dagli amanti dell'arte a Bonn a favore dei poveri della Prussia dell'est, ho ascoltato da mio Padre la meravigliosa aria di Fernando dal finale del Fidelio.[595]

Elise e Leopold ebbero dieci figli.

Tavola X

Tra essi :

-        Paul Kaufmann (1856-1945),[596] il primogenito, grande amico e corrispondente di Roberto Michels. Giurista e dal 1906 al 1923 Presidente dell'Ufficio Superiore delle Assicurazioni a Berlino. In pensione si occupò d'arte e di ricerche sulla storia della città e delle famiglie illustri di Bonn. Tra l'altro nel 1919 scrisse le proprie memorie di gioventù in Aus rheinischen Jugendtage, fonte di informazioni sulla famiglia per la stesura di questo testo. Ebbe quattro figlie, tra cui

-        Paula (1891-1976) che sposò l'editore August Neven Du Mont (1887-1965).[597]

-        Maria, nata nel 1885, che in seconde nozze sposò il maestro di cappella e compositore Hans Wedig di Bonn, che musicò nel 1937 per coro maschile e organo la più antica preghiera scritta in antico tedesco, risalente a circa il 790. Questa preghiera, il Wessobrunner Gebet, preghiera di Wessobrunn, detto anche Wessobrunner Schöpfungsgedicht o poema della creazione di Wessobrunn, comparve nella diocesi di Absburgo verso l'814 ed è ora conservata nella biblioteca di Stato della Baviera a Monaco. Il chiostro di Wessobrunn si trova nel distretto di Weilheim-Schongau in Alta Baviera.

-        Constanze Kaufmann (1857-1953) sposò Ludwig Edler von Pastor, barone di Camperfeld (1854-1928). Diplomatico tedesco, naturalizzato austriaco, Ludwig von Pastor fu ambasciatore d'Austria presso la Santa Sede. Storico dei Papi, scrisse la famosa Geschichte der Päpste seit dem Ausgang des Mittelalters (Storia dei Papi dalla fine dell'età medioevale), che uscì in sedici volumi dal 1886 all'ultimo postumo nel 1933.[598] Di Ludwig von Pastor si trova in Vaticano un busto dello scultore G. Ambrosi del 1927.[599] In un foglio dattiloscritto Roberto Michels appunta:

Il 1° dicembre 1932 fu inaugurato al Vaticano lo stipo contenente le opere e i ricordi di Ludwig von Pastor. Il Papa,[600] alla fine del suo discorso, assai commovente, promise alla famiglia del defunto: "Sie können mich um alles bitten, was Sie wollen, und wie Sie es wollen, Ihre Wünsche sollen erfüllt werden".[601] Chiese a Roberto Michels cosa facesse e dove stesse, chiamandolo «figliuolo mio», e dicendo bene di Perugia.[602]

Constanze fu insignita dell'ordine papale "Pro Ecclesia et Pontifice et Benemerenti".[603]

I von Pastor ebbero cinque figli, tra cui

-        Maria-Pia, nota come Mia, nata nel 1892 a Innsbruck e ivi sposatasi con Erich Edler von Posch (1886-1965) di nobile famiglia austriaca con possedimenti minerari. Mia von Posch ebbe un unico figlio Erich (Ludwig) Edler von Posch, nato nel 1917 a Innsbruck, il cui nome si trasformò in Posch-Pastor l'8 luglio 1937 e successivamente in Eric de Posch-Pastor, la cui storia è singolare:

Tenente nell'armata austriaca, nel 1938 fu uno dei pochi a combattere con il proprio reggimento contro le truppe tedesche che erano entrate in Vienna per annettere l'Austria alla Germania. Fatto prigioniero fu mandato a Dachau, uno dei primi campi di concentramento ove furono internati nel '38 gli oppositori arrestati nei territori annessi, come l'Austria. Riuscì a tornare libero accettando di diventare un soldato di seconda classe e come tale fu mandato a combattere sul fronte russo, dove fu ferito. Nel 1940 fu inviato in Francia come ufficiale di sicurezza per sorvegliare la produzione di armi a Niort. Fu arrestato nuovamente poiché aveva cercato di evitare la deportazione di un'ebrea francese; rimase in prigione una quindicina di giorni. In quel periodo venne a contatto con un gruppo francese di opposizione, il Goelette, diretto da un certo Renaudot di Parigi. Entrò nel gruppo sotto lo pseudonimo di CLAYREC-RJ4570, ed usò il nome Etienne Paul Pruvost, che aveva le stesse iniziali del suo vero nome EPP. Per il Goelette fu una grande fortuna dal momento che egli era al centro di un gruppo di cattolici austriaci che lavoravano per la burocrazia e per l'amministrazione militare tedesca in Francia e in Italia e che già collaboravano con la Resistenza. Tra l'altro convinse suo cugino Guillaume, che lavorava al quartiere generale del servizio Armi e Munizioni della Wehrmacht all'hotel Astoria a Parigi, a rubare dal proprio ufficio le informazioni tecniche sulle rampe di lancio dei missili V-1. Dopo la guerra fu decorato con la Medaille de la Résistance e fu visto a Parigi nell'uniforme di un ufficiale della US-Armée.[604] Nel 1945 sposò Silvia Rodrigues de Rivas (1909-2001), figlia dell'ambasciatore colombiano Joachím Rodrigues de Silva, IV Conte de Castilleja de Guzman, da cui ebbe due figlie Silvia e Barbara de Posch-Pastor, nate prima del 1952.[605] Per Silvia Rodrigues de Silva, Eric era il terzo marito. Il primo era Henri de Castellane, un aristocratico francese morto nel 1937, duca di Valensay ed il secondo Boson de Talleyrand-Périgord (1867-1952), duca di Sagan, da cui divorziò nel 1943. Dopo Eric Silvia sposò nel 1963 un quarto Kilian Hennessy, del Cognac Hennessy. La fine di Eric è avvolta nel mistero: si dice sia morto nel 1962, ma per l'anno 1974-75 compare il suo nome come membro dell'Associazione Archeologica di Berlino (Archäologische Gesellschaft zu Berlin).[606]

-        Eduard Kaufmann (1860-1931), Professore di Anatomia Patologica all'Università di Basilea e poi di Gottinga. Si sposò con Bella Lenders, morta nel 1869, da cui ebbe l'unica figlia Isabella Kaufmann (1892-1931).

-        Franz Kaufmann (1862-1920) Prevosto del Capitolo di Aquisgrana, autore della biografia del padre Leopold.

-        Karl Leopold Kaufmann (1863-1944) fu Presidente del Circondario di Malmédy in Belgio dal 1900 al 1907, poi Presidente del Circondario di Euskirchen dal 1907 al 1929. Presidente dell'Eifelverein dal 1904 al 1938, a lui è dedicato il percorso di 199 km. che da Brühl, poco sotto Colonia, va a Treviri, il "Karl-Kaufmann-Weg". Rientrato a Bonn dopo il pensionamento il 28 dicembre del 1944 vi rimase ucciso sotto il bombardamento. Nel 2011 il nipote Jürgen Kaufmann[607] regalò all'ufficio del Circondario di Euskirchen il ritratto del nonno eseguito nel 1910 dal pittore Richard Vogts.[608] Karl Leopold sposò nel 1894 Susanne Rautenstrauch (1869-1910),[609] da cui ebbe tre figli.

3.3        Gustav Michels

Gustav Michels (1836-1909) fu il terzogenito di Peter Michels e primo figlio maschio.

Il figlio maggiore di Peter Michels, Gustav, già da lungo tempo attivo nel negozio, dopo la morte del padre prese il suo posto; egli rappresentava l'azienda, che portò avanti secondo lo spirito del padre. Fu una zelante, abile e efficace guida fino a quando nel 1891 non si ritirò per dedicarsi completamente alle molte cariche onorifiche e di fiducia che ricoprì sia nella vita commerciale che nella pubblica: queste consistevano nei posti di Consigliere Municipale, Presidente della Camera di Commercio, Presidente del Consiglio di Vigilanza  della Fondazione Bancaria A. Schaaffhausen,[610] nella nomina di Consigliere Intimo di Commercio, e soprattutto nella nomina a membro della Camera dei Pari.[611] Gustav Michels era nato il 21 luglio 1836, si era sposato il 17 agosto del 1858. Morì il 24 luglio 1909, lasciando tre figlie, Constanze von Schallehn, Clara von Guilleaume e Greta nubile. Sua moglie Emma Hartung di Aquisgrana (la cui madre era nata Nellessen)[612] nacque il 9 aprile 1840 e morì il 10 novembre 1916 nel convento di Remagen, dove si era ritirata alcuni anni prima, dopo aver lasciato il governo della casa (14/18). Era una bella donna, specialmente quando era vestita in abito da ballo di gran gala, estremamente piena di vita, ma irrequieta. La coppia aveva una casa molto ospitale.[613]

Figura 38: Gustav Michels. Dipinto di Sophie Koner, circa 1900. Kölnisches Stadtmuseum, Köln.

Gustav fu cofondatore nel 1875 della Rhenania-Versicherung AG, una delle prime Assicurazioni che si occupavano della responsabilità civile dovuta agli incidenti in base a una legge emanata dal Reich; era membro del Consiglio Comunale di Colonia dal 1875, dal 1888 deputato liberale al Parlamento Provinciale della Renania. Partecipò anche alla Commissione per la Navigazione sul Reno. A Gustav Michels è stata intitolata a Colonia una sala congressi nello ZAK Zoll- und Aussenwirtschafts- Kolleg, sulla parete della quale c'è un quadro con il suo ritratto. Un altro suo ritratto eseguito nel 1868 da Wilhelm Leibl (1844-1900) è stato venduto all'asta nel 2011 ed è rientrato a Colonia. Un ulteriore ritratto, dipinto da Sophie Koner[614] nel 1900, si trova al Kölnisches Stadtmuseum.

Gustav ebbe cinque figli:

Tavola XI

-        Constanze Michels, detta Tanna, (1859-1943), primogenita di Gustav, sposò il Tenente Generale prussiano Hermann von Schallehn di Berlino (1852-1919). Il loro unico figlio maschio morì in guerra.

-        Paul Michels (1861-1898) si unì in matrimonio con Maria vom Rath, appartenente ad una ricca famiglia di imprenditori di Colonia, con cui si legarono anche gli Schnitzler.[615] Il loro figlio Alexander Michels (1891-1968), Ufficiale di Marina fu nominato alla fine della 2° guerra mondiale Viceammiraglio.

-        Leopold (1868-1904) si dedicò alla carriera militare e divenne Colonnello. Sposò Olga Brand, nata nel 1880 a Brno in Moravia, di antica famiglia ebrea, che nel 1530 da Praga si era spostata a Francoforte sul Meno, poi nuovamente nell'Impero Austro-Ungarico.[616] La zia materna di Olga Brand, Ludmilla Flesch von Brunninger, nota come Luma (1856-1934/5) era pittrice a Vienna; suo zio Hans Flesch Edler von Brunningen era scrittore a Vienna e collaborava alla rivista Simplicissimus di Albert Langen. Dal matrimonio nacquero due figlie.

-        Clara Michels (1869-1930), quarta figlia di Gustav Michels, sposò Max von Guilleaume (1866-1932) comproprietario della fabbrica di cordami e cavi Feiten & Guilleaume di Colonia, appartenente alla più ricca famiglia di imprenditori di Colonia dell'epoca. Max, i fratelli Arnold e Theodor furono elevati al ceto nobiliare nel 1904 con il diritto di portare il "von"; Theodor nel 1914 divenne anche barone.[617] Il padre di Max, (Franz) Carl Guilleaume (1834-1887), la cui statua, ad opera dello scultore Georg Ahrens, si trova sulla torre del Municipio di Colonia, aveva sposato Antoinette Gründgens (1837-1892), zia paterna dell'attore, regista e direttore di teatro Gustav Gründgens (1899-1963) all'epoca molto famoso, primo marito di Erika Mann (1905-1969), figlia di Thomas Mann, che sposò nel 1926, e da cui divorziò nel 1929. Max von Guilleaume era un appassionato cacciatore e a tale scopo, oltre che come residenza estiva, aveva comprato la tenuta Haus Calmuth a Remagen, fin dal 12° secolo appartenuta alla Prevostura benedettina di Sant'Apollinare, poi secolarizzata dai Francesi nel 1802, e passata per diverse mani. Egli fece modernizzare la casa e trasformarla in una villa di campagna di rappresentanza, il cosiddetto Schloss Calmuth. Nel 1934 lo Schloss fu venduto dagli eredi alla Reichsjugendführung, i cui membri la usarono anche per la gioventù hitleriana. Nel 1947 divenne sede della Film-Union; Nel 2008 il "re del solare" di Bonn Frank Asbeck, appassionato cacciatore, acquistò lo Schloss Calmuth per uso privato. Clara e Max von Guilleaume ebbero tre figli, tra i quali Paul von Guilleaume (1893-1970) che nel 1937 e nel 1938 partecipò alle 24 ore di Le Mans, arrivando rispettivamente nono e settimo.

-        Greta:  di questa figlia non si hanno notizie.

3.4 Pauline Michels

Pauline Michels (1839-1906), quarta figlia di Peter Michels

nata il 10 luglio 1839, il 28 gennaio 1860 sposata von Sandt, morì il 13 dicembre 1906 a Bonn. Pauline era una signora intelligente e vivace, con un grande carattere aperto, un'eccellente moglie e madre. Suo marito Carl von Sandt, nato il 13 aprile 1826 fu per molti anni Presidente del Circondario di Bonn e morì come Consigliere Intimo del Governo il 10 febbraio 1890. Fu Presidente del Circondario dal 1854 al 1888. Gli successe il figlio Max per lo stesso incarico.[618]

La coppia ebbe otto figli.

 Vedi tavola XII

Tra di essi

Figura 39: Pauline von Sandt Michels. Album di Gisella Michels.

-        Max von Sandt  (1861-1918), giurista di formazione, Presidente del Circondario di Bonn. Dal febbraio 1903 al dicembre dello stesso anno fu Presidente dell'associazione Beethoven-Haus di Bonn istituita legalmente nel 1896 per preservare la casa di nascita di Beethoven e adibirla a memoriale e museo. Dal 1907 fino al 1914 Max von Sandt fu Presidente del Distretto governativo di Aquisgrana, dall'agosto del '14 al luglio del '17 fu a capo dell'Amministrazione Civile del Belgio, dal '17 al '18 a quella di Varsavia. Non si è sposato.

-        Mariette von Sandt (1865- 1945) sposò Carl Crome (1859-1931), Professore a Berlino. Dal matrimonio nacquero quattro figli, tra cui Otto Crome, nato intorno al 1889. Consigliere di Governo a Berlino, poi Consigliere di Governo dell'Alta e Media Franconia a Norimberga, Otto Crome fu assiduo corrispondente epistolare di Roberto Michels, con cui scambiò anche informazioni genealogiche, e dopo la morte di quest'ultimo mantenne stretti contatti con la moglie Gisella. Dopo la seconda guerra mondiale fu per Gisella una fonte preziosa di informazione circa la sorte dei parenti Michels di Germania;[619] fu in amicizia con Daisy Gallino Michels e la sua famiglia, che visitò spesso nella casa di Superga, presso Torino, insieme alla seconda moglie, Maria Rehm, nata intorno al 1893. Non ebbe figli.

-        Constanze von Sandt, nata intorno al 1868, sposò il Barone Edwin von Sacken di Vienna, Consigliere di Corte e Capitano di Cavalleria fuori servizio. I von Sacken provenivano da un'antica famiglia nobile della Curlandia, ora parte della Lettonia, che a metà del 17° secolo si trasferirono in Austria. Dal matrimonio nacquero quattro figli, tra cui Benedikt e Leonie che si imparentarono con nobili famiglie viennesi, anche di sangue reale.

-        Otto von Sandt (1869-1930) sposò la cugina Emma Michels (1876-1932), figlia di Richard Michels. I figli Carl, Hans e Paul vivevano a Monaco. Carl in particolare fu molto amico di Roberto Michels.[620]

3.5        Anna Michels

Anna Michels (~1840-1936), quinta figlia di Peter Michels, nacque a Colonia intorno al 1840, mori nel 1936. Si sposò con Georg Schütz Barone von Leerodt, nato nel 1840, Maggiore e Ciambellano del Re, proprietario del Castello di Leerodt, immerso in una grande tenuta, ereditata da una zia nel 1882 nel territorio di Geilenkirchen, nella Renania del Nord-Vestfalia. In questo castello più volte Roberto Michels fu ospite della zia Anna. Su una pagina bianca del libro del Nottbrock in suo possesso Roberto Michels appuntò:

Peter Michels per lunghi anni non ha voluto accettare il matrimonio di sua figlia Anna, perché il genero, Barone von Schütz zu Leerodt, sebbene di antica nobiltà e renano, era un ufficiale prussiano.[621]

La famiglia von Schütz era di antica nobiltà, già nel 1539 faceva parte della nobiltà cavalleresca del Regno di Toledo. Nel 1885 i von Schütz furono nominati a Berlino Baroni prussiani Schütz von Leerodt. Il castello fu completamente distrutto durante la seconda guerra mondiale. La coppia ebbe quattro figli.

Tavola XIII

Tra di essi:

-        Johannes Barone Schütz von Leerodt (1872-1953), Presidente del Circondario di Saarlouis, poi a servizio dello Stato come Direttore del Tribunale superiore amministrativo di Münster, Consigliere intimo nel Ministero prussiano degli Interni.

-        Constanze (1870-1948) sposò Adrian Barone von Wrede-Melschede (1862-1935),  Presidente del Circondario di Geilenkirchen dal 1891 al 1919.

3.6        Julius Michels

Julius Michels (1842-1931), sesto figlio di Peter Michels, sposò Anna Schnitzler. Julius e Anna furono i genitori di Roberto Michels.

Di lui e dei suoi figli si parlò a lungo nella parte prima.

Tavola II

3.7        Ernst Michels

Ernst Michels (1844-1918) fu il settimo figlio di Peter Michels.

Nelle sue brevi memorie così ricorda:

Molto presto mi convinsi che volevo sposarmi giovane e già allora guardavo intorno tra le ragazze di città e mi interessavo sulle prime di una o dell'altra graziosa o divertente ragazza, ma senza per questo prendere in considerazione ulteriori passi. Potevo già avere ventidue anni quando la mia simpatia si rivolse verso quella che più tardi diventò mia moglie, ma che non mi agevolava l'avvicinamento a causa della sua grande riservatezza. Ero sicuro che la mia scelta, quando l'avessi loro rivelata, sarebbe stata gradita ai miei genitori.

Figura 40: Ernst Michels. Album di Gisella Michels

Con la massima frequenza possibile vidi la signorina Lina a teatro nella Schmiergasse, come si chiamava a Colonia la Komödienstrasse, dove i Mülhens erano abbonati a un palco con entrata esterna,[622] mentre la famiglia Michels era abbonata a una loggia prossima al palcoscenico.[623] I miei sguardi erano allora diretti con molta assiduità verso l'alto. Dopo la rappresentazione o il concerto - io ero diventato molto amante della musica - cercavo di essere accettato prestandomi in guardaroba o accompagnando a casa le signore Mülhens. Ci incontravamo anche ai balli, tuttavia a quel tempo i ricevimenti non erano così frequenti come dopo il 1870.

Figura 41: Lina Muehlens, moglie di Ernst.

La signorina Lina non mi chiedeva chiarimenti, ma quando io fui sicuro che non avrei ricevuto alcun rifiuto e dopo che mi fui accertato del consenso dei miei genitori, mi decisi a scrivere a papà Mülhens per chiedergli un colloquio... I miei passi si diressero in attesa della risposta verso la casa gotica nella Glockengasse n° 4711, (antica numerazione delle case[624]) di fronte alla posta dei cavalli, come indica l'antica etichetta verde-oro sulle bottiglie dell'acqua di Colonia.[625] Fui ricevuto nel bureau privato, esposi la mia richiesta e ricevetti alcuni giorni dopo il permesso di dichiararmi alla signorina. Lina aveva vent'anni all'epoca ed io ventiquattro. La dichiarazione fu breve e concisa ed altrettanto felice; come io fui accettato dalla famiglia Mülhens, così lei fu accolta nella casa dei miei genitori, dove ci recammo poco dopo. Le famiglie non si frequentavano, ma in quanto veraci coloniesi sapevano l'una dell'altra.[626] Il figlio di Ernst Joseph Hubert Michels (nato a Colonia il 27 ottobre 1844) si chiama Ernst Peter Joseph Hubert Michels, ed è nato a Colonia nella Rechtschule 22 l'8 aprile 1886. Egli ha frequentato la scuola e non ancora diciottenne ha sostenuto l'esame di maturità. Suo padre realizzò allora il piano covato a lungo e lo mandò a Oxford, nel Trinity College, purtroppo con bassi risultati, sicché il padre lo fece ritornare dietro pressante richiesta dopo solo mezz'anno.[627]

Dopo il ritiro dei fratelli Gustav e Julius dal negozio, Ernst Michels ne rimase l'unico proprietario e ne curò gli affari fino alla morte. A lui successe il figlio che portava il suo stesso nome, Ernst.[628] Ernst Michels e Lina Mülhens ebbero otto figli.

Tavola XIV

Tra di essi:

-        Martha Michels nata nel 1871. Sposò l'ufficiale Otto von Kesseler di antica famiglia nobile, nato nel 1866. Capitano di Cavalleria, fu uno dei tredici figli di Eugen von Kesseler (1832-1885) e Franziska Simons[629] (1839-1919).

Martha ebbe in dono dal cugino Robert Michels lo spartito contenente l'aria di Martha di Friedrich von Flotow[630] tratta dall'omonima opera.

Il padre, Eugen von Kesseler, giurista, nel 1857 occupò il posto di Assessore nel Tribunale provinciale di Colonia, presso il quale fu poi nominato Consigliere nel 1870. Nel 1860 chiese un anno di congedo per servire nell'esercito papale come tenente. Per le sue prestazioni nella battaglia di Castelfidardo contro l'esercito del Regno di Sardegna fu insignito dell'ordine di San Gregorio. Fece parte della Camera dei Deputati per il Collegio elettorale Bonn-Rheinbach, fu cofondatore del Partito Zentrum e dal 1871 al 1884 fu deputato del Reichstag. Possedeva tenute nobiliari a Monheim sul Reno, Daberg e Kollenbach. A Monheim fece costruire dall'architetto August Lange la casa estiva "Marienburg" in stile neogotico, immersa in un enorme parco, oggi in possesso della città. Nel parco è stata posta la tomba e una lapide a ricordo.

-        Ada Michels sposò il pittore Ernst Reinhard Zimmermann (1881-1939) appartenente a una rinomata famiglia di pittori: infatti il nonno Reinhard Sebastian (1815-1893) fu pittore alla Corte Bavarese e nominato Cavaliere del Zähringer Löwenorden, ordine istituito da Karl Ludwig Friedrich di Baviera nel 1812, in ricordo dei Duca vom Zähringen da cui discendeva il Granducato; erano pittori il padre Ernst Karl Georg (1852-1901) e suo fratello Alfred (1854-1910).

-        Helene Michels (1880-1953) sposò Hugo Minderop (1878-1918), la cui sorella Doris  aveva sposato Otto Schnitzler, nipote di Anna Michels. Uno dei loro figli, Cornelius Minderop, nato nel 1906, si trasferì a Sant'Angelo d'Ischia dove sposò Brigida Iacono e lì morì nel 1954. Ad Ischia Cornelius Minderop è noto come il Barone pittore.

-        Ernst Michels, nato nel 1886, sposò Annamarie Zwirner. Successe al padre nella conduzione dell'impresa di Peter Michels.

-        Lisbeth Michels (1887-1964) sposò Hans-Wilhelm Rautenstrauch (1878-1951), cugino primo da parte di madre,[631] viticoltore e padrone della tenuta Kartäuserhof.

3.8        Richard  Michels

Richard  Michels (1848-1917) ultimo figlio maschio di Peter,

nato il 23 luglio 1848, morì a Neuss il 18 marzo 1917. Dopo un breve tentativo di apprendistato commerciale, dopo il servizio militare di un anno, abbracciò la carriera militare presso gli Ussari di Bonn e prestò servizio a lungo nel Reggimento degli Ussari di Paderborn, finché non si congedò come Maggiore. Era un uomo buono di cuore, giustamente dotato, ma purtroppo non sapeva fermarsi a casa. Dopo il congedo visse a Berlino. Sua moglie Anna Fay, nata il 10 gennaio 1854, morta a Neuss il 25 agosto 1915, era una donna bella e appariscente, moglie e madre esemplare.[632]

Figura 42: Richard Michels. Album di Gisella Michels.

Dal matrimonio nacquero tre figli.

Tavola XV

-        Emma Michels, sposò il cugino primo  Otto von Sandt, figlio di Pauline. Ebbero tre figli maschi.

-        Ada Michels (1877-1946), si sposò ben quattro volte. Il primo marito fu  Ludwig Edler von Poschinger (1870-1958) di antica famiglia nobile della Bavaria, accolta  nel 1810  nella Classe dei Cavalieri del Regno di Baviera e nel 1901  immatricolata nella Classe dei Baroni. Ludwig von Poschinger fu Colonnello fuori servizio e Commendatore del Johanniterorden, l'Ordine di San Giovanni o Baliaggio del Brandeburgo dell'Ordine dei Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, ramo protestante dei Cavalieri Ospitalieri tedeschi, fondato secondo la tradizione a Gerusalemme nel 1099 e corrispondente al cattolico Ordine cavalleresco di Malta. Il fratello di Ludwig, Richard von Poschinger (1873-1942), sposò la nipote di August Camphausen, Gerda Camphausen (1881-1973), cugina prima di Emmy Schnitzler Camphausen e di Fanny von Schnitzler Joest.[633] Zio di Ludwig fu lo scrittore e biografo di Bismarck Heinrich von Poschinger . Da Ludwig von Poschinger Ada ebbe due figlie. Risposatasi altre tre volte, ebbe altre due figlie dal terzo marito, il banchiere di Duisburg Albert Wichterich.

-        Max Michels, nato nel 1880, nel 1905  sposò Mariette Haex-van Halen, il cui nonno materno era il fratello di Constance Michels van Halen, Ludovikus Josephus.[634] Ebbero una figlia, Loulou, che lavorava alla Staatsoper di Berlino.[635]

3.9        Greta Michels

Greta Michels (1852-1924) fu l'ultima figlia di Peter.

Sposò il Maggiore Wilhelm Barone von Hövel (1845-1908). La famiglia viveva in un castello tardo barocco a Burg Eicks presso Mechernich, nel distretto di Euskirchen nella Renania, Nord-Vestfalia. Il castello, tuttora in possesso degli eredi, fu regalato al Barone dalla zia materna Franziska Syberg, ultima discendente dei von Syberg che erano stati padroni del castello fin dal 1600.

Dal matrimonio nacquero tre figlie. Tavola XVI

Constanze von Hövel, nata nel 1874, sposò il barone Ernst von Locquenghien (1866-1904). Rimasta vedova sposò il 10 ottobre 1910 Joseph von Humbracht, diplomatico, di antica famiglia patrizia, cittadini di Francoforte fin dal 1366. Dal primo marito nacquero due figlie, che assunsero poi il cognome von Loncquenghien-Humbracht:

Figura 43: Greta Michels con il marito Wilhelm von Hövel. Album di Gisella Michels.

-        Therese Constanze von Locquenghien-Humbracht, nata nel 1901, sposò il conte Karl Kuno von Westphalen zu Fürstenberg, da cui ebbe quattro figli.

-        Margret von Locquenghien-Humbracht (1903-1992) sposò il generale Werner von Gallwitz (1893-1944), caduto nei pressi di Sebastopoli in Crimea.

-        Maria von Hövel (1875-1932), secondogenita di Greta, si sposò con il Barone Gisbert Geyr zu Schweppenburg (1866-1932), da cui ebbe sei figli, uno dei quali, Theodor (1901-1945), sposò una discendente della famiglia Deichmann, Martha, nata nel 1899.

-        Elisabeth von Hövel, nata nel 1880, terza figlia di Greta, sposò il Maggiore conte Ferdinand Wolff-Metternich zur Gracht, nato nel 1878.


PARTE QUARTA

4.        Famiglia Schnitzler

Roberto Michels e la moglie Gisella, coadiuvati in parte dal figlio Mario, ricostruirono la genealogia della famiglia materna di Roberto; Gisella in particolare seguì anche le giovani generazioni, elaborando schemi nei quali comparivano zii, cugini, nipoti. Da questi dati si è partiti per ricostruire la storia della famiglia Schnitzler, oltre che dal testo di Nottbrock sulla famiglia Schnitzler.

4.1        Gli Schnitzler di Gräfrath

Tavola XVII

La famiglia Schnitzler risiedeva all'inizio del 17° secolo a Gräfrath, oggi un quartiere di Solingen. I primi signori di Gräfrath furono i Conti (Grafen) von Berg, diventati Duchi a partire dal 1380. Il nome del borgo, che compare per la prima volta nel 1135, pare derivi da Grafenrode, Grafen-rode, o anche Grevenroide, cioè «territorio dissodato del Conte». Il nome stesso della regione, das Bergisches Land, in cui si trova Solingen, deriva dai Conti di Berg.

Tra il 1185 e il 1187 la Duchessa Elisabeth von Berg, Badessa a Villich presso Bonn, aveva fatto costruire a Gräfrath il convento agostiniano di Santa Maria, dove nel 1309 furono trasportate le reliquie di Santa Caterina di Alessandria d'Egitto, e che per questo motivo diventò il centro del culto a lei dedicato. Il convento ottenne nel 1436 dal duca Adolf von Berg il privilegio della "produzione e commercio del vino". Questo privilegio durò molto a lungo, nonostante le proteste e i processi intentati contro la Badessa dai commercianti del paese, tra cui alcuni Schnitzler, e fu interrotto solo all'epoca della dominazione francese. Gräfrath, che aveva ottenuto nel 1402 dal duca Guglielmo I di Jülich-Berg il «certificato di libertà» (die Freiheitsurkunde), veniva chiamata "die Freiheit Gräfrath". Nel 1807, sotto Napoleone, fu dichiarata Municipio, Bürgermeisterei e solo nel 1865 otterrà il titolo di città. Nel 1929 divenne un quartiere di Solingen.

Nel 1472 il duca Guglielmo II di Berg concesse agli artigiani di Solingen che forgiavano, affilavano, brunivano lame e spade, le cosiddette "armi bianche", artigiani il cui lavoro era all'epoca organizzato in confraternite, il diritto di riunirsi in una corporazione, la "Schwertschmiedezunft". Tale concessione consentì loro il "privilegio" del monopolio dell'esercizio di questa arte: solo i figli maschi legittimi dei maestri potevano appartenere alla corporazione per diritto di nascita e praticare la professione. Inoltre l'accettazione nella corporazione avveniva per tutti i membri sotto il vincolo di giuramento di non "emigrare". Alla corporazione era riservata non solo la produzione, ma anche la vendita delle armi bianche. Nel 1571 il privilegio fu esteso ai fabbricanti di coltelli e nel 1794 anche ai produttori di forbici.

Dalla sua fondazione la città di Gräfrath subì molti incendi, in particolare, quello del 1686, distrusse oltre al 70% delle case, la Chiesa ed i libri con i dati anagrafici dei cittadini; per cui la presenza degli Schnitzler in questa città à attestata per la prima volta nella persona di Peter Schnitzler, morto nel 1703 all'età di 95 anni.

Gli Schnitzler erano commercianti, ma privi del "privilegio" ducale: non potevano quindi né forgiare nè commerciare spade, lame o coltelli, ma a loro era concesso esclusivamente il commercio degli altri manufatti in ferro battuto, provenienti dall'artigianato locale, oggetti che essi vendevano ovunque, frequentando le fiere di Francoforte, di Strasburgo, Norimberga, Lipsia, d'Olanda e di altri paesi europei. Il "privilegio" corporativo decadde solo nel 1809, sotto Napoleone. Come si vedrà tra breve solo il pronipote di Peter, Philipp Jakob Schnitzler riuscì ad aggirare questo divieto ed a entrare nella corporazione.

Gli Schnitzler erano di religione evangelica, poiché Gräfrath era ed è un'enclave protestante nella cattolica Renania.

        Peter Schnitzler (1608-1703), il primo dunque della famiglia di cui si ha notizia sicura, fu il primo Sindaco di Gräfrath dopo la guerra dei trent'anni. Si sposò due volte. Dalla seconda moglie, Mechel Rück von der Höhe, morta nel 1706, ebbe sei figli, tra cui

        (Johann) Peter Schnitzler (1669-1735), commerciante, consigliere e scabino. Come sindaco di Gräfrath fece portare l'acqua corrente in paese e costruire nella piazza del mercato una fontana, che esiste tuttora.[636] Si sposò anche lui due volte ed ebbe ben quattordici figli, di cui sopravvissero sei, ma solo tre oltre i trenta anni: Johann Caspar Schnitzler (1698-1789), figlio della prima moglie Agnes Sillenberg (~1677-1717) e della seconda moglie Katherine Meyss auf der Teschen, morta nel 1738, i figli Wilhelm Konrad Schnitzler (1730-1801) e Johann Adolph Schnitzler.

        Johann Adolph Schnitzler (1719-1764) sposò a diciotto anni Ermgard Broucker (1715-1747). Dal matrimonio nacque (Johann) Wilhelm Schnitzler (1740-1789), che aprì a Gräfrath un negozio di cotone e seta trasformatosi in seguito nell'impresa commerciale in compartecipazione Kompagniegeschäft Schlickum & J.W. Schnitzler che si occupò di esportazione soprattutto verso la Francia. Nel 1755 in seconde nozze Johann Adolph sposò Anna Katharina Pieper (1731-1767). Da questo matrimonio nacquero tre figli, di cui solo due raggiunsero l'età matura: Philipp Jakob e Wilhelmine. Johann Adolph Schnitzler fu commerciante e sindaco di Gräfrath dal 1749, ma morì a soli quarantacinque anni. Suo figlio

Philipp Jakob Schnitzler (1759-1811) aveva solo cinque anni alla morte del padre e la sorella due, anche la madre morì due anni dopo il marito. Due zii materni, Anna Christina Pieper (1737-1818), sorella nubile della madre, e il cognato Wilhelm Bernhard Samuel Kirschbaum (1736-1803), vedovo di un'altra sorella della madre, Maria Margaretha Pieper (1741-1771), si occuparono dei due orfani e della loro educazione.

Lo zio Kirschbaum era commerciante e in virtù della propria nascita possedeva il "privilegio" di fabbricare lame ed altri oggetti in acciaio.

        Philipp Jakob Schnitzler entrò nel 1783, come terzo compartecipe dell'impresa del fratellastro Wilhelm, ma la morte precoce di quest'ultimo portò allo scioglimento dell'impresa nel 1792. Nel 1784 Philipp Jakob Schnitzler sposò Wilhelmine Katherine Eickhorn (1763-1843), figlia di Anna Maria Bick (1729-1789)[637] e del mercante di lame e Sindaco di Solingen, Johann Wilhelm Eickhorn (1702-1772), che la madre aveva sposato in seconde nozze. Al tempo in cui si celebravano le nozze di Philipp Jakob, la suocera di Philipp Jakob, Anna Maria Bick, era sposata con Peter Berg (1733-1787),[638] anch'egli Sindaco di Solingen ed anch'egli mercante di lame. Per merito di questo matrimonio Philipp Jakob entrò in stretto rapporto di parentela con i fabbricanti e commercianti di lame di Solingen e divenne anch'egli un commerciante "privilegiato". Tre anni dopo il matrimonio si associò con lo zio Wilhelm Bernhard Samuel Kirschbaum e con lui fondò la Ditta Schnitzler & Kirschbaum: la famiglia Schnitzler entrò così di diritto nella corporazione dei fabbricanti e venditori di lame. Il figlio del fratellastro J. Wilhelm, (Karl Johann) Abraham Schnitzler (1769-1824), entrò anche lui nella ditta dello zio, la Schnitzler & Kirschbaum, occupandosi dell'esportazione delle merci prodotte. Nel 1805 dopo aver portato a termine buoni affari con Lisbona, mentre in nave faceva rotta verso Oporto, Abraham fu rapito da corsari marocchini, con "patente di corsa" inglese. Venuto a conoscenza del fatto, Philipp Jakob, suo zio, si rivolse ad un lonitano parente acquisito della moglie, il maresciallo napoleonico Soult, visto che il Governo marocchino era alleato della Francia. Abraham fu liberato circa un anno dopo il suo rapimento.

La sorella di Philipp Jakob, Wilhelmine (1762-1819), sposò un suo doppiamente cugino primo Johann Jakob Pieper (1769-1830), figlio del fratello di sua madre, Johann Wilhelm Pieper (1727-1802), e di Anna Gertrud Schnitzler (1741-1813), figlia del fratellastro di suo padre, Johann Kaspar Schnitzler.

Da Philipp Jakob e Wilhelmine Eickhorn nacquero undici figli, di cui solo nove raggiunsero l'età matura, tra cui i cinque maschi:

Karl Eduard Schnitzler (1792-1864), si trasferì a Colonia, dando origine al ramo di Colonia della famiglia Schnitzler.[639]

Karl August Schnitzler (1794-1861), non si sposò, viaggiò molto sia per lavoro che per diporto. Insieme al fratello Karl Albert si occupò della ditta, come si vedrà in seguito.

Karl Albert Schnitzler (1798-1852), dal quale discese il ramo degli Schnitzler di Solingen, si sposò con la figlia del socio della ditta J.A. Kirschbaum, (Amalie) Emilie Kirschbaum (1811-1857), da cui ebbe quattro figli, tra cui Albert Schnitzler (1838-1906) che fu anch'egli, come lo zio Karl August, Presidente della Camera di commercio di Solingen dal 1879 al 1905.

Karl Edmund Schnitzler (1800-1848) si dedicò all'industria della carta; si stabilì a Solingen, sposò Elise Tüschen, ma non ebbe figli.

Karl Julius Schnitzler (1806-1884) fondò una fabbrica tessile vicino al fiume Wupper a Opladen, di cui divenne cittadino onorario nel 1872. Dopo che Opladen fu incorporata nella città di Leverkusen,[640] fu nominato cittadino onorario di Leverkusen. A Opladen ricoprì diverse cariche pubbliche. Nel 1872 si ritirò dalla fabbrica e si trasferì a Düsseldorf. Sposò Fanny Erckens (1812-1856). Da lui discese il ramo degli Schnitzler di Düsseldorf, ramo che tuttavia si estinse per via maschile.

Alla morte di Philipp Jakob Schnitzler nel 1811, la moglie Wilhelmine Schnitzler Eickhorn si trovò a capo di una grande famiglia, quattro figlie femmine e cinque maschi, il più grande dei quali, Karl Eduard, aveva diciannove anni ed il più piccolo cinque. I tre figli maggiori, Karl Eduard, Karl August, Karl Albert, dopo aver frequentato la scuola commerciale di Solingen, e seguito un praticantato in patria e all'estero, entrarono uno dopo l'altro come impiegati, e poi come soci, nella ditta del padre. Inizialmente la ditta fu nelle mani del maggiore dei fratelli, Karl Eduard Schnitzler, e del socio Johann Abraham Kirschbaum (1781-1845).[641] Nel 1816 entrò in ditta come apprendista K. August e nel 1823 ne divenne socio. Successivamente vi entrò anche K. Albert come socio. La guida degli affari subì nel 1822 un grande cambiamento, quando il maggiore K. Eduard sposò la figlia del banchiere Stein di Colonia e si trasferì in questa città. I due fratelli rimasti si suddivisero gli incarichi: Karl August si dedicò all'esportazione, viaggiando in tutta Europa, mentre Karl Albert si occupò degli affari interni della ditta. Nel 1835 la Schnitzler & Kirschbaum si divise in due: la Kirschbaum & Comp. e la Aug. &. Alb. Schnitzler con sede a Solingen. Karl August continuò a viaggiare ed a occuparsi dell'esportazione e dopo la morte di Karl Albert, fuse di nuovo la ditta con quella di Kirschbaum, si ritirò dagli affari e continuò a viaggiare per diletto, visitando anche le Americhe. Fu Presidente della Camera di commercio di Solingen nel periodo 1841-45 e 1850-51. Nel 1842 fu nominato dal Re Consigliere di commercio del Regno.

Due delle quattro figlie di Philipp Jakob Schnitzler entrarono a far parte della famiglia Langen:[642] infatti

-        Julia Henriette Schnitzler (1796-1852) sposò il banchiere Wilhelm von Recklinghausen (1793-1838), due dei loro figli si legarono con i Weyersberg, un'antica famiglia appartenente fin dal 1560 alla corporazione delle armi bianche di Solingen. Il terzo figlio Lorenz August von Recklinghausen (1828-1882) sposò Clara Langen (1831-1909) figlia del consigliere di commercio Johann Jakob Langen.[643]

-        Laura Sophia Schnitzler (1802-1876), sorella di Julia Henriette, ebbe una figlia, Ida Göters (1837-1884), che sposò il fratello di Clara Langen, Friedrich Albert Langen (1838-1884). Dal matrimonio nacque Albert Langen (1869-1909), famoso editore di autori tedeschi, francesi e scandinavi ed il fondatore del settimanale satirico «Simplicissimus» Albert sposò la figlia del poeta Bjørnstjerne Bjørnson.

4.1.1        Louise Berg e il maresciallo Soult

Roberto Michels in Francia contemporanea, e nel saggio su Peter ricorda la storia del Maresciallo Soult, e ne sottolinea la" parentela" con gli Schnitzler. L'avo Philipp Jakob Schnitzler ed i suoi discendenti si consideravano infatti legati da parentela con i Berg e fieri del legame stabilitosi con il maresciallo Soult di Napoleone. Soult aveva sposato Louise Berg, nipote[644] del marito di Anna Maria Bick, Peter Berg e di sua sorella Marie Louise Katharina Berg (1739-1815), vedova di Johann Abraham Knecht (1741-1797).

Cfr. Tavola XVIII a: Anna Maria Bick e Philipp Jakob Schnitzler e Tavola XVIII b: Anna Maria Bick e il maresciallo Soult.

Racconta il Nottbrock che il maresciallo Soult incontrò la sua futura moglie nella casa «Auf der Treppe, auf'm Ohlig» che la sorella Marie Louise di Peter Berg possedeva a Solingen.

Figura 44: il Maresciallo Soult e famiglia. Foto dal Nottbrock.

Alla fine del diciottesimo secolo furoreggiava qua e là sul Reno la guerra della Repubblica francese contro la Germania. Quando all'inizio del settembre 1795 una parte delle armate del [generale francese] Jourdan calpestarono in più punti le terre del Reno e respinsero le armate imperiali oltre Mettmann verso Elberfeld,[645] le regioni del Berg furono molto coinvolte. Uno degli episodi più importanti della nostra storia accadde in questo periodo. Nikolas Jean de Dieu Soult, che nel 1794 era stato nominato Generale di Brigata, entrò con le proprie truppe a Solingen e pose il suo quartiere nella casa "auf der Treppe" del fabbricante di lame Johann Abraham Knecht sull'Ohlig (l'odierna Kölnerstrasse). Qui il giovane generale fece conoscenza della bella ed amabile nipote del suo padrone di casa, Johanna Louise Elisabeth Berg, e ne seguì il matrimonio il 27 aprile 1796 a Solingen. Attraverso questa unione il commerciante Philipp Jakob Schnitzler strinse relazione di parentela con Soult, [che considerò] come cugino.[646]

In realtà non sussistevano vincoli reali di parentela tra i due, né tra le loro mogli, in quanto la suocera di Philipp Jakob Schnitzler non aveva avuto figli dal terzo marito Peter Berg. Ancora il Nottbrock:

La casa "auf der Treppe" fu fatta costruire nel 1764 dalla vedova di Johann Knecht, nata Helene Katharina Ovenius; passò al figlio Johann Abraham Knecht (zio della sposa di Soult). Dopo la morte della moglie [Maria Luise Katharina Berg], [la casa] passò al genero Peter Weyersberg. Questa famiglia ne fu proprietaria fino al 1881. Nel 1900 la casa fu abbattuta e al suo posto sorse una nuova costruzione. Questa casa di patrizi del Bergisches Land non aveva nulla di particolare se non che essa ospitò persone illustri: Soult festeggiò in questa casa il suo matrimonio, fu offerto il the il 31 ottobre 1813 al "sempre allegro" fuggiasco Re Jérôme (Hieronymus) di Vestfalia e il 10 febbraio 1814 fu offerto al Principe ereditario Karl Johann di Svezia, il noto generale francese Bernadotte, che divenne dal 1818 Re Carlo XIV. [647]

Roberto Michels in Francia contemporanea[648] descrive in questo modo l'episodio e la personalità di Louise Berg:

Ai tempi di Napoleone matrimonii fra generali francesi e fanciulle renane avvenivano di frequente. L'esempio ne venne dato da uno dei migliori e più celebri ufficiali di Napoleone, il maresciallo Soult, che sposò Louise Berg; era questa una signorina di ottima famiglia; Napoleone la teneva in istima particolare. Ed era davvero una donna di fegato. In un'occasione speciale, quando cioè Napoleone aveva manifestato l'intenzione di metter il Soult a capo dell'esercito francese in Ispagna per tener testa agli Spagnuoli ed agli Inglesi (compito che sorrideva poco alla moglie, timibonda per la salute del marito), la maréchalle Louise osò comparire dinnanzi all'imperatore (come racconta Napoleone stesso) «avec l'attitude hostile et le verbe haut».[649] Nel noto quadro di David,[650] rappresentante l'incoronazione di Napoleone I (le Sacre de Napoléon), diventata duchessa di Dalmazia,[651] la Soult compare seduta alla sinistra dell'Imperatrice madre.[652]

In una nota al testo Roberto Michels aggiunge:

È noto che Enrico Heine scrisse, nel 1819, una romanza sui Granatieri, che fu messa in musica da Max Kreuzer e dedicata al Maresciallo Soult. [653]

Si tratta della romanza "I due Granatieri", che fu musicata anche da Schumann.

Continua il Nottbrock:

[La città di] Solingen doveva essere grata a questo legame, dal momento che Soult fu ben disposto nei suoi confronti e alleggerì in modo significativo il peso della guerra. Noto come il più grande tattico tra i generali di Napoleone, egli combatté nel giro di ventidue anni sul Meno, sul Reno, sul Danubio, in Svizzera, in Italia (presso Genova fu ferito e fatto prigioniero), in Prussia, in Spagna ed in ultimo il 22 aprile 1814 a Tolosa contro Wellington. Quando nel 1805 Karl Johann Abraham Schnitzler (morto nel 1856),[654] attivo a Lisbona come rappresentante dell' impresa Schnitzler & Kirschbaum, fu tradotto dai Corsari nelle prigioni del Pascià di Tripoli, il socio Philipp Jakob Schnitzler si recò tra gli altri anche da sua cugina, la marescialla Soult, che con il suo sposo molto incise sulla liberazione del parente che languiva da circa ventidue mesi in prigionia. Notevole è il fatto che nel 1831 i fabbricanti di armi Schimmelbusch & Joest,[655] Schnitzler & Kirschbaum, Fratelli Weyersberg, attraverso l'intercessione del Ministro della Guerra Soult, Duca di Dalmazia, ricevettero dal Governo Francese un'importante commessa che richiese il lavoro di gran parte della popolazione. Più volte la moglie di Soult, con i figli, onorò la città paterna con la sua presenza, fino a quando il 12 marzo del 1852 la morte non la riunì al marito, defunto già dal 26 novembre del 1851. Che il loro rapporto fosse molto stretto lo si deduce bene dalle parole di Napoleone [dette] a Sant'Elena «Soult è molto ambizioso, ma la moglie lo supera».[656]

Roberto Michels scrive di Soult anche nel saggio su Peter Michels, dove, oltre a rifarsi al testo del Nottbrock, scandisce le tappe della carriera del maresciallo:

Nel 1796 a Solingen la signorina Louise Berg, nipote[657] del sindaco Philipp Jakob Schnitzler, sposò il ventitreenne Generale Soult, che fu nominato Generale di Brigata nel 1794, ed era in procinto di compiere una delle più brillanti carriere dell'impero: nel 1799 Divisionär, nel 1804 Maresciallo dell'Impero, nel 1807 Duca di Dalmazia, negli anni 1814, 1833-34, 1840-47 Ministro della Guerra, nel 1839-40 Presidente dei Ministri (président du Cabinet), nel 1839 Ministro degli Esteri e Maresciallo Generale di Francia.[658]

Dopo la rivoluzione del 1830, il Maresciallo Soult fu incaricato dal re Luigi Filippo di riorganizzare l'esercito e una delle riforme da lui proposte e realizzata nel 1831 fu la creazione della Legione Straniera, che però non poteva essere utilizzata sul territorio metropolitano.

4.2        Gli Schnitzler di Colonia

Karl Eduard Schnitzler (1792-1864), progenitore dei rami di Colonia, è il bisnonno materno di Roberto Michels.

Nato a Gräfrath, dopo aver frequentato la Vollmann'sche Schule[659] a Solingen, entrò come apprendista nella ditta del padre Philipp Jakob. Morto il padre nel 1811, a soli diciannove anni il primogenito Karl Eduard si trovò a dover sostenere la madre ed i fratelli minori. L'anno successivo, in vista della progettata campagna di Russia, corse il pericolo di esser precettato: tutti i giovani abili alla leva per legge dovevano infatti essere disponibili al reclutamento, che sarebbe avvenuto per sorteggio.

Per evitare il servizio di leva obbligatorio, in caso di sorteggio sfavorevole, la madre si servì dell'espediente, concesso dal Governo francese, di sostituire al figlio un giovane disponibile a farlo, previo pagamento. Il giovane sostituto non fu estratto ma intascò 175 talleri reali[660] pattuiti.

Nel 1816 entrò nell'impresa paterna anche il fratello ventiduenne Karl August. Il terzogenito Karl Albert nel frattempo stava compiendo l'apprendistato presso la ditta J. H. Stein di Colonia, ditta con cui già la Schnitzler & Kirschbaum era in affari da molti anni. Karl Eduard ebbe modo di fare apprezzare le proprie doti commerciali dal capo della ditta Stein, Johann Heinrich Stein (1773-1820), e di frequentarne la famiglia. Si innamorò così della figlia maggiore, Wilhelmine Stein (1800-1869), che sposò il 13 ottobre 1821 e condusse con sé a Gräfrath. J.H. Stein morì nel 1820, poco dopo Karl Eduard accettò la proposta della vedova Stein, Katharina Maria Peill (1778-1854), di diventare socio della ditta J.H. Stein, poiché gli eredi maschi diretti di J.H. Stein erano minorenni: Johann Heinrich Stein (1803-1862), aveva solo 17 anni, ed il secondo, Karl Martin Stein (1806- 1868), solo 14 anni.

Figura 45: Wilhelmine Schnitzler Stein.

(Entrambi più tardi entreranno come soci, rispettivamente nel 1828 e nel 1834). Karl Eduard poteva lasciare l'azienda della propria famiglia in mano ai fratelli Kal August e Karl Albert, dal momento che ormai quest'ultimo aveva raggiunto una sufficiente abilità nel condurre gli affari ed era entrato nell'impresa.

Nel 1822, pochi mesi dunque dopo la nascita della primogenita, Emilie Schnitzler (1822-1877), Karl Eduard si trasferì con la famiglia a Colonia nella bella casa di Marzellenstrasse 12[661] e divenne comproprietario dell'impresa commerciale J.H. Stein, che all'epoca si occupava di commissioni e spedizioni di beni commerciali, oltre che di commercio di vino. Insieme alla suocera, Karl Eduard trasformò la ditta poco tempo dopo in una delle banche più importanti di Colonia. Racconta il pronipote Karl-Eduard von Schnitzler:

Così [Karl Eduard Schnitzler] si trasformò da Commerciante all'Ingrosso a Consigliere intimo di commercio[662] e gli Schnitzler da gente di commercio a banchieri, da cittadini provinciali di Gräfrath ad alti borghesi. Dunque la moglie del [mio] bisnonno Karl Eduard aveva sposato nel 1821 questo Schnitzler, perché la famiglia dei banchieri Stein, in mancanza di eredi maschi, si sentiva minacciata di estinzione.[663] D'allora in poi per statuto sarebbero stati dirigenti a pari merito della Banca J.H. Stein sempre uno Stein ed uno Schnitzler. «Un felice legame» seppero dire i biografi di entrambe le Case; felice ancora più «per movimento e commercio, denaro, concessione e gestione di crediti nella Renania».[664]

Per venticinque anni Karl Eduard Schnitzler fu Consigliere comunale; fu inoltre membro del Comitato amministrativo di diverse Compagnie ferroviarie ed assicurative. Nel 1834 fu nominato Consigliere reale di commercio. Il 18 gennaio 1838 il Re di Prussia Federico Guglielmo gli conferì per i suoi servizi l'Ordine dell'Aquila Rossa di IV classe. Dal 1837 al 1839 fu Presidente della Camera di commercio di Colonia, nel 1855 fu nominato Consigliere intimo di commercio, nel 1860 fu insignito dell'Ordine prussiano dell'Aquila Rossa di III classe con il Fiocco.[665] Karl Eduard Schnitzler possedeva a Mehlem,[666] di fronte a Drachensfeld,[667] una villa per le vacanze, Haus Drachenstein, dove trascorreva i mesi estivi e dove riceveva, così come nella casa di città, artisti come il Direttore dei lavori del Duomo di Colonia, il Dombaumeister Ernst Zwirner[668] ed uomini politici come i Camphausen,[669] von Wittgenstein[670] e i suoi cognati: il Consigliere di Corte d'Appello Ignaz Bürgers,[671] e l'Assessore Jung.[672]

Scrive Victor Schnitzler, che all'epoca aveva solo sette anni:

Mi ricordo bene anche di una vacanza estiva [trascorsa] da mia nonna Schnitzler nella Villa, Haus Drachenstein, costruita in semplice stile svizzero, che dopo la morte di mia nonna nel 1869 fu venduta con nostro grande dispiacere, ma che più tardi tornò nelle nostre mani.[673]

La Villa[674] fu infatti venduta a Jules Armand Grisar (1830-1889), console belga e commerciante a Valparaiso in Cile,[675] il quale, ritiratosi dagli affari, si stabilì stabilmente dal 1871 a Mehlem nella Villa Drachenstein, dove morì. Continua così Victor:

Nel 1893 i miei suoceri ricomprarono dagli eredi Grisar Villa Drachenstein, perciò l'antica casa di campagna dei miei nonni, che il loro successore Grisar aveva ingrandito ed abbellito in modo significativo, tornò nuovamente in possesso della nostra famiglia.[676]

La Villa, costruita nel 1840, fu ricomprata dallo suocero di Viktor, Otto Andreae (1833-1910), Consigliere intimo di commercio. Da allora «Haus Drachenstein» si chiamò Villa Schnitzler, ed è ora semplicemente Mainzer-Strasse n.210. Nel 1920 Victor Schnitzler donò al comune di Mehlem il grande parco prospiciente la casa e che si allunga fino al Reno. La villa divenne poi casa di riposo per anziani ed ora è suddivisa in appartamenti privati.

Karl Eduard e Wilhelmine Schnitzler furono sepolti a Melaten, il cimitero monumentale di Colonia, nella tomba di famiglia degli Schnitzler. L'antica tomba di famiglia di cui si ha una riproduzione sul libro di Nottbrock, fu distrutta nel 1944-1945 dalle bombe. Al suo posto oggi ci sono due grandi lastre di granito orizzontali in mezzo ad aiuole fiorite con i nomi incisi. (Flur HWG).

I due rami Schnitzler di Colonia

Da Karl Eduard Schnitzler discendono i due rami di Colonia:

-         i von Schnitzler, discendenti dal primogenito Eduard (1823-1900), nobilitati nel 1913 grazie ai servigi resi dal figlio di quest'ultimo, il diplomatico Julius Eduard Schnitzler, viceconsole a Shanghai nel periodo della rivolta dei Boxer;

-        gli Schnitzler, discendenti dal figlio minore, Robert Schnitzler (1825-1897), nonno materno di Roberto Michels.

Non verrà rispettato qui l'ordine cronologico nei confronti dei tre fratelli Schnitzler, per non interrompere il filo che unisce Roberto Michels ai propri avi.

4.3        Ramo Schnitzler

Da Robert Schnitzler (1825-1897), padre di Anna Michels Schnitzler (1854-1941), discende il ramo Schnitzler di Colonia.

Robert Schnitzler (1825-1897), terzo figlio di Karl Eduard, seguì gli studi giuridici nelle Università di Berlino, Heidelberg e Bonn. Divenne Procuratore di Stato, di ruolo dal 1860 nel Tribunale Provinciale di Colonia, e dal 1869 Consigliere dello stesso Tribunale. Per il suo impegno civile durante la guerra franco prussiana del 1870-71, l'Imperatore gli conferì nel 1872 l'Ordine della Corona di IV classe e la medaglia-ricordo della guerra per i non combattenti. Nello stesso anno fu nominato Consigliere del governo e Viceprefetto a Colonia e nell'anno successivo membro della Camera Disciplinare del Regno. Fu Consigliere della Camera dei conti. Ammalatosi gravemente di pleurite e polmonite, si ritirò dal servizio statale nel 1884, all'età di cinquantanove anni, con la qualifica di Consigliere intimo di governo.

Figura 46: Robert Schnitzler. Ritratto di Norbert Schroedl, marito della cugina Else Müller.

Nel 1890 l'Imperatore gli concesse l'Ordine dell'Aquila di III classe con il fiocco in occasione dell'inaugurazione del nuovo edificio scolastico del Conservatorio di Musica nella Wolfsstrasse. Egli era stato nel 1850 infatti uno dei fondatori di questa istituzione e dal 1870 ne era il Presidente. Dallo stesso anno divenne Presidente della Società dei Concerti di Colonia, concerti che avevano luogo nella sala del Gürzenich e la cui fama aveva raggiunto anche l'estero. Il Gürzenich, fondato nel 1400 come sala per le feste dalla famiglia patrizia von Gürzenich, dopo esser stato un grande magazzino divenne sala da concerti. La Konzert-Gesellschaft, fondata nel 1827, organizzava i «concerti d'inverno», poi confluiti nei «concerti del Gürzenich» nel 1857. Nel 1887 in questa sala fu eseguita la prima del concerto per violino e violoncello di Brahms.

Gli interessi di Robert Schnitzler tuttavia non erano rivolti solo alla musica, per quanto questa fosse la sua passione principale, ma anche alla letteratura e alla scienza: fondò infatti con alcuni amici un circolo per le conferenze scientifiche, che non ebbe però grande fortuna. Fu particolarmente amico con il fisico Hermann von Helmholtz,[677] da lui ospitato ripetutamente nella casa di Bahnhofstrasse in occasione delle sue frequenti conferenze a Colonia. Narra il Nottbrock:

Stimolato dall'attiva vita intellettuale allora dominante a Colonia fondò con i suoi amici, il Consigliere della Corte d'Appello Joseph Ignaz Bürgers,[678] il Dr. med. Joseph Anton Claessen, il pensionato Georg Jung,[679] il Consigliere intimo di Governo Christian Matzerath,[680] il Prof. Dr. phil. Gustav Pfarrius,[681] il Dr. med. Wolfgang Müller von Königswinter,[682] ed il direttore di musica della città Ferdinand v. Hiller[683] quello che viene chiamato circolo letterario, i cui membri in un preciso giorno della settimana si incontravano ora presso l'uno ora presso l'altro per declamare le opere delle proprie muse. A questo periodo risale la maggior parte della sua produzione poetica, tra l'altro un grande romanzo, più novelle, commedie, drammi storici e poesie. All'incalzare dei suoi amici, come anche più tardi dei suoi figli, affinché almeno alcuni di questi lavori fossero pubblicati, egli si oppose, poiché questi erano scritti per i suoi amici, e poi non aveva nessuna voglia di arrabbiarsi per le critiche.[684]

Di queste opere letterarie non si ha traccia: solo alcune poesie sono giunte fino a noi e vengono riportate in appendice.

Robert Schnitzler aveva sposato Clara Schmidt aus Nachrodt (1830-1907),[685] con precedenti ugonotte da parte della nonna paterna, Dorothea Ravené (1776-1828).[686]

Si legge sul Nottbrock:

Trovò nella sua giovane sposa un'anima altrettanto sensibile, che seguì con fervida intelligenza le sue inclinazioni, il che fu alla base di rapporti famigliari oltremodo felici fino alla morte. Dai primi giorni di matrimonio la loro casa fu frequentata da eminenti uomini d'arte e di scienza, né mancò che diventasse ritrovo per l'intero mondo musicale.[687]

Clara era figlia di Eduard Schmidt aus Nachrodt, amico stretto del di Robert Schnitzler, il Consigliere segreto di Commercio Karl Eduard Schnitzler.

Figura 47: Clara Schnitzler Schmidt. Ritratto ad olio del 1860 circa. Museum für Angewandte Kunst. Köln.

Narra Il Nottbrock che Eduard Schmidt

aveva realizzato a Nachrodt, da grande industriale lungimirante, [uno stabilimento che per primo utilizzava] fornaci di puddinga, a quel tempo sconosciute in Germania.[688] Inoltre egli per primo elaborò un progetto relativo alla costruzione di una ferrovia in Vestfalia e, convocato due volte dal Re a Berlino, seppe interessarlo talmente che il Principe ereditario il 12 ottobre 1833, in occasione del suo viaggio attraverso la Renania e la Vestfalia, fece colazione da lui.[689]

Clara Schnitzler Schmidt fu cofondatrice del ramo renano dell'Associazione Patriottica delle donne per la cura e l'assistenza dei feriti in guerra,[690] alla cui direzione appartenne fino al 1899. Nel 1872 ottenne la medaglia ricordo di guerra e la croce al merito per signore e signorine.

Victor Schnitzler così ricorda nel suo libro di memorie:

Mio padre, che nella sua giovinezza aveva una bella voce, la perse occasionalmente durante una Festa musicale con Liszt, in cui si strapazzò con giovanile entusiasmo. Egli era un eccellente pianista, Bach costituiva innanzi tutto la sua specialità. Mia madre da giovinetta era esperta in pianoforte e in violino, ma dopo il suo matrimonio aveva abbandonato il violino. Lei aveva colpito al cuore mio padre con i «Konzertstück» di Weber, quando, sedicenne contadinotta, li eseguì durante un ricevimento nella casa di Karl Stein,[691] nel Neumarkt. Fino a vecchiaia inoltrata suscitò in noi figli ammirazione per la sua grande agilità nelle dita ed la sua fine sensibilità musicale. Ci è rimasto un indimenticabile ricordo di come lei accompagnasse al pianoforte Joachim[692] durante le frequenti visite di quest'ultimo. [...]. Indelebile per me è il ricordo di tutte le volte che facevamo musica insieme. Ancora un anno prima della sua morte ho suonato insieme a lei a quattro mani le sinfonie di Brahms e oggi sento ancora il giovanile entusiasmo con cui lei affrontava in un Tempo vivacissimo le ultime frasi delle difficili opere. La musica era dunque il segno caratterizzante[693] la casa dei miei genitori. Ai più bei ricordi della mia fanciullezza appartengono i pomeriggi della domenica in cui mio padre mi portava sotto nella sala da musica e mi suonava a prima vista gli Oratori di maestri importanti, o le ore in cui eseguiva con il mio fratello più grande Robert le sonate per violino di Bach. E se suonava per noi il «clavicembalo ben temperato» di Bach, allora per noi questo rappresentava una festa del tutto particolare.[694]

Quando nel 1866 la famiglia Schnitzler traslocò dalla Trankgasse 39 nella casa di Bahnhofstrasse 4, che Robert si era fatto costruire, il direttore del Conservatorio, Ferdinand Hiller, arrangiò per l'inaugurazione della Sala di Musica una rappresentazione dell'operetta "Ritorno a casa dalla terra straniera"[695] di Felix Mendelssohn-Bartholdy. Fu anche Hiller che convinse Robert Schnitzler a fissare un giorno della settimana, il mercoledì, in cui organizzare nella grande sala di musica pomeriggi musicali, cui era invitata tutta la Colonia elegante, come sottolinea Victor nel suo libro di ricordi. Hiller, che per molti anni impresse la sua impronta alla vita musicale di Colonia, fu fedele frequentatore di casa Schnitzler, ove introdusse i più famosi musicisti dell'epoca, come Robert Schumann e la moglie Clara Wieck,[696] Niels Gade,[697] Hector Berlioz,[698] Henri Vieuxtemps[699] ed altri ancora. La casa era frequentata dai migliori musicisti dell'epoca: Mendelssohn, Max Bruch,[700] che fin dalla gioventù era amico di famiglia, Gounod,[701] Verdi, che soggiornò nella Bahnhofstrasse 4.

Uno dei più famosi eventi musicali di quel tempo fu la presenza del grande maestro italiano Giuseppe Verdi (morto nel 1901) in occasione della Festa delle Musica del 1877, per la quale egli diresse il suo indimenticabile Requiem. Furono invitati Max Bruch, Pablo de Sarasate e Ferdinand Hiller al pranzo organizzato dal Consigliere Intimo [Robert Schnitzler] in onore di Verdi. Con l'amabilità italiana ed il temperamento focoso del Sud il dotato e fortemente motivato Maestro si dichiarò entusiasta della splendida sala del Gürzenich e dell' ottima orchestra, mentre a suo parere il coro mostrava poco temperamento. Rimase inascoltata la richiesta al Ministero della Cultura fatta dal sig. Consigliere intimo Schnitzler, come Presidente del Comitato della Festa della Musica, di investire il Maestro, celebre nel mondo, che aveva intrapreso il suo primo viaggio in Germania, di un Ordine prussiano![702]

Con Brahms Robert Schnitzler sviluppò una profonda amicizia, che di riflesso si trasmise a suo figlio Victor, come si vedrà in seguito. Con Brahms Robert Schnitzler suonava a quattro mani le sue composizioni edite o ancora in nuce, sinfonie comprese. Scrive il Nottbrock:

Brahms si fermava ogni volta per molto tempo a Colonia, e amava [fare] discussioni serie e serene sulla musica, la scienza, la letteratura, la politica fino a notte fonda. Brahms dichiarò ai suoi innumerevoli amici che raramente aveva incontrato qualcuno che possedesse una simile vasta coltura come il Consigliere intimo Sig. Schnitzler.[703]

Anche Anton Rubinstein[704] fu un assiduo frequentatore di casa Schnitzler, ma soggiornò sempre in hotel, dato che era sempre circondato da un nugolo di donne fanatiche d'arte.[705]

Figura 48. Concerto in Bahnhofstrasse 4. casa  di Robert Schnitzler. 1866 circa. Al piano Paula, al violino Robert.In piedi Anna e Karl e la madre Clara. In braccio al padre Robert, Victor.

Richard Strauss[706] ebbe stretti rapporti con Robert Schnitzler e quando si incontrarono per l'ultima volta, nel 1896, in Bahnhofstrasse per un thé ebbero una discussione molto stimolante sulla filosofia di Nietzsche al punto che Strauss arrivò in ritardo alla prova generale del suo «Così parlò Zaratustra».[707] Ricorda ancora Victor Schnitzler:

Quella specie di salotto fiorì in modo particolare finché visse Hiller, poiché egli era un personaggio che aveva relazioni e amicizie con l'ambiente musicale di tutto il mondo. In quei tempi gli artisti già il sabato precedente il concerto della domenica mattina dei matinée di Hiller, venivano a pranzo dai genitori e rimanevano a Colonia fino al mercoledì per prendere il tè in Bahnhofstrasse. Da ciò appare evidente il rapporto amichevole che tutti i grandi e i piccoli Dei avevano con i miei genitori e che trasferivano su noi figli. In questi pomeriggi del mercoledì si dava appuntamento presso di noi l'intera elegante Colonia. Quando non erano disponibili artisti, venivano chiamati i dilettanti. I genitori davano molta importanza a che si esibissero i miei fratelli maggiori. La musica in casa era a quell'epoca assolutamente nel sangue. Vi erano tra noi dei dilettanti che possedevano qualità artistiche. Nomino tra di loro Mella Stein Schnitzler,[708] come stella del canto, purtroppo scomparsa prematuramente, come pianista mia sorella Paula Pfeifer, che si era formata nel nostro conservatorio con Gernsheim[709] e poi con Kwast,[710] ma prima di tutto quella che più tardi diventerà mia cognata, Julie Deichmann, che sotto la guida di Clara Schumann, amica di sua madre, manifestò addirittura uno straordinario talento. Desidero qui ricordare anche i miei due fratelli maggiori che come dilettanti del violino suonavano nei pomeriggi del mercoledì, di cui forse Karl possedeva il tono migliore, ma Robert aveva maggiore musicalità e conoscenza.[711]

Joseph Joachim e la moglie Amalie Schneeweiss, ospiti fissi in Bahnhofstrasse, con la loro presenza allietarono anche i pomeriggi musicali che, seguendo la tradizione del padre, la figlia Anna Michels Schnitzler, madre di Roberto Michels, tenne successivamente Berlino dove i Michels si eran trasferiti da Colonia dopo il 1885 e poi a Villa Anna ad Eisenach.[712] Racconta ancora il Nottbrock:

Quando nel 1884 il direttore di musica della città Hiller si ritirò per vecchiaia, il sig. Consigliere intimo si trovava proprio a Cadenabbia[713]per riaversi dalle conseguenze della sua malattia. Lì si incontrò per caso con Brahms, che soggiornava nell'ineguagliabile Villa Carlotta[714] come ospite del Duca Georg von Sachsen-Meiningen. In una splendida serata [Robert Schnitzler] con sua moglie accettò l'invito del Duca e, mentre fuori cantavano gli usignoli, Brahms suonava accompagnato dal suo illustre ospite su due pianoforti a coda la sua terza sinfonia (in F dur[715] op. 90). Durante questa occasione Brahms per primo richiamò la sua attenzione su Franz Wüllner (morto nel 1902).[716]

Franz Wüllner fu in effetti il successore di Hiller alla direzione del Conservatorio di Colonia e Robert Schnitzler si trovò a dover affrontare le numerose riforme proposte dal nuovo ed energico direttore.

Robert Schnitzler con la moglie Clara passò i mesi estivi degli ultimi dieci anni della sua vita ad Eisenach dalla figlia Anna Michels, dove si trovava spesso con l'amico Heinrich von Treitschke di Berlino.[717] Un colpo apoplettico stroncò la sua vita nel 1897. Nella Kölnische Zeitung del 28 settembre 1897, n° 872, il Conservatorio e la Società di Musica fecero stampare il seguente necrologio:

Egli guidò felicemente entrambi gli Istituti; grazie alla lealtà al dovere, al sostegno consapevolmente mirato, e grazie alla sua natura cortese seppe raccogliere le energie adatte per un lavoro comune al fine di raggiungere con esso grandi cose. Se oggi entrambi gli Enti musicali godono di fama, il merito è essenzialmente legato al Suo nome, al nome di Colui che rimarrà sempre alto nell'onore presso tutti gli associati.[718]

Robert e Clara Schnitzler sono sepolti nella tomba della famiglia Schnitzler al cimitero Melaten di Colonia.

Tavola XIX

Gli zii materni di Roberto Michels: I figli di Robert Scnitzler

I figli di Robert e di Clara Schnitzler furono sei.

4.3.1 Robert Schnitzler

Robert Schnitzler (1852-1919), primogenito, frequentò il Friedrich-Wilhelm Gymnasium di Colonia, dal 1872 al 1875 studiò Giurisprudenza nelle Università di Strasburgo, Lipsia e Berlino. Assolse il servizio militare come volontario presso il 15°reggimento degli Ulani di Strasburgo e fu nominato Ufficiale di riserva nel 1876 presso il 7° reggimento degli Ulani del Reno. Dopo essere stato assessore a Düsseldorf, giudice a Elberfeld, ottenne nel 1893 la nomina a Consigliere del Tribunale di 1° istanza di Colonia e successivamente nel 1894 a Consigliere del Tribunale Supremo. Sposò nel 1880 Julie Deichmann (1861-1926), nata ad Amsterdam da Wilhelm Adolph Deichmann[719] e da Julia vom Rath.[720]

La madre di Julie era grande amica di Clara Schumann,[721] che spesso era sua ospite nella villa estiva a Rolandshöhe, con vista sul Reno e sulle Siebengebirge. Clara Schumann diede lezioni di piano alla figlia Julie, che divenne un'ottima pianista e compose dei Lieder,[722] poi tradotti in italiano da Roberto Michels. Robert Schnitzler Junior nel 1897 si trasferì con la famiglia nella casa da lui fatta costruire in Hardefuststrasse 7.

Robert e Julie Schnitzler ebbero due figli:

-        Otto Schnitzler (1882-1963/4). Nato a Düsseldorf, frequentò il ginnasio Friedrich-Wilhelm a Colonia, e dalla Pasqua del 1901 Giurisprudenza a Strasburgo, Berlino e Bonn. Assolse il servizio militare come volontario negli Ussari e fu nominato ufficiale di riserva. Sposò Doris Minderop (1882-1953).[723] L'unica figlia, Inez (1908-1991), sposò il banchiere Hermann Abs (1901-1994), portavoce del Consiglio di amministrazione[724] della Deutsche Bank, poi Presidente della stessa dal 1957 al 1967. Contribuì alla ricostruzione dell'economia tedesca. Di religione cattolica Hermann Abs fu nominato Cavaliere dell'Ordine equestre del Sacro Sepolcro di Gerusalemme nel 1955 dal cardinale Gran Maestro Canali. Divenne delegato della Santa Sede presso l'Organizzazione internazionale dell'energia atomica. Dal 1968 al '71 appartenne al Comitato centrale dei Cattolici tedeschi, con sede a Bonn, struttura ufficiale che rappresenta i laici in seno alla Chiesa cattolica romana in Germania. La coppia ebbe due figli.

-        Martha Schnitzler, secondogenita di Robert Schnitzler Junior nata a Dŭsseldorf nel 1885, sposò l'assessore Gustav Ratjen, membro del Consiglio di amministrazione della Metallgesellschaft AG di Francoforte e comproprietario della banca Delbrück, una delle più antiche banche tedesche, fondata nel 1712 a Berlino.

4.3.2        Anna Schnitzler

Anna Schnitzler (1854-1941), evangelica, sposò il cattolico Julius Michels. Fu la madre di Roberto Michels. I figli furono battezzati nella fede cattolica. Cfr. 1.3.

4.3.3        Paula Schnitzler

Paula Schnitzler (1855-1949), di un anno più giovane di Anna, era anch' essa un'ottima pianista, "si era formata nel nostro conservatorio con Gernsheim e poi con Kwast”.[725] Di fede evangelica, sposò il cattolico Eugen Pfeifer (1848-1915),[726] fabbricante di zucchero, Presidente dell'Associazione delle raffinerie di zucchero tedesche, oltre che azionario della fabbrica Gas Motor AG di Deutz. Le figlie seguirono la religione evangelica. Per la sua partecipazione alla guerra del 1870-71 Eugen Pfeifer fu insignito della croce di ferro di II classe e della medaglia ricordo di guerra.

Nel 1897-8 Eugen Pfeifer si fece costruire sulla collina tra Bonn e Bad Godesberg una grande villa in stile storicista, Haus Annaberg dove soleva passare i mesi estivi. Dopo la sua morte la villa fu venduta dagli eredi. Ora La villa con il suo parco è adibita a conferenze, seminari, ritiri, ecc. In essa sono state ricavate 35 stanze per gli studenti.

Le sorelle Anna e Paula erano molto legate tra di loro e si frequentavano assiduamente. Si conservano[727] molte fotografie degli anni trenta del novecento in cui furono ritratte insieme dal nipote di Anna, Mario Michels.

Paula e Eugen Pfeifer ebbero 4 figlie, di cui una morì prematuramente:

-        Clara Pfeifer (1877- ~1950) sposò Hermann Wendelstadt[728] (1862-1928), Professore di medicina all'Università di Bonn, sindaco di Godesberg,[729] Hermann aveva ereditato dal padre, il banchiere e Consigliere di commercio Victor Wendelstadt, la Redoute con le sue venticinque giornate di parco. Il complesso della Redoute, è formato da tre costruzioni: la Redoute vera e propria, grande sala da ballo e da concerti, ove Beethoven suonò di fronte a Haydn nel 1792, la villa vicino alla Redoute adibita ad abitazione e la piccola Redoute per il giardiniere. Nel 1856 il banchiere Victor Wendelstadt, che aveva sposato Amelie Deichmann, la comprò dalla suocera Elisabeth Schaaffhausen. La tenuta con la villa fu venduta nel 1920 dal Dr. Hermann alla città di Bonn.

Nel 1908 Hermann aveva fatto costruire su un terreno di 300 giornate sullo Schweinheimer Heide, poi in onore del padre rinominato Viktorshöhe, una villa con annesse tre serre, un pollaio e una rimessa per le automobili.[730] Gli edifici furono anche progettati per essere utilizzati come sede di un istituto di ricerca scientifica privata di Hermann Wendelstadt. L'uso come abitazione cessò nel '22, e divenne sede di una società di amministrazione immobiliare fondata da Hermann, fino al 1928, anno della sua morte.

La coppia ebbe due figli maschi, Eugen (1899-1944) e Wilhelm, che dopo la morte del padre e la vendita della villa a Viktorshöhe, si stabilirono a Brema.

-        Maria Pfeifer (1879-~1960), la secondogenita di Paula, sposò il tenente colonnello nel reggimento degli Ussari "Re Guglielmo" del Reno, il barone Friedrich Schilling von Cannstadt (1869-1962) di antica famiglia nobile risalente al 1200.

-        Anna Pfeifer (1882-1975), terzogenita, sposò Adolph Langen, nato nel 1875, figlio di Eugen Langen, l'imprenditore che insieme a Emil[731] e Valentin Pfeifer, rispettivamente padre e fratellastro di Eugen Pfeifer, fondarono nel 1870 la ditta Pfeifer & Langen di Colonia, una raffineria dello zucchero prodotto dalle barbabietole. La ditta esiste tuttora. Adolph Langen, ingegnere, fabbricante a Krefeld-Bochum si occupò insieme al fratello Arnold del rinnovamento della Gasmotorenfabrik di Deutz, fondata dal padre e da Nikolaus Otto (1832-1891), l'inventore del primo motore a quattro tempi a combustione interna.

4.3.4        Karl Schnitzler

Karl Schnitzler (1857-1907), secondo figlio maschio di Robert e Klara Schnitzler. Frequentò il Friedrich-Wilhelm-Gymnasium e la Realschule a Colonia, dopo di che si dedicò al commercio. Nel 1876 andò a Londra per l'apprendistato commerciale e di lì si imbarcò nel 1878 per Port Elisabeth in Sud Africa per approfondire le sue conoscenze commerciali. Visitò più volte Colonia del Capo, la città libera di Orange, il Transwaal, imparando a conoscere la produzione delle miniere di diamanti e d'oro. A Port Elisabeth fu presto all'apice di ogni organizzazione di carattere musicale. Nella sua casa organizzava serate di musica da camera e spesso come violino solista suonava in pubblici concerti di beneficenza.

Figura 49: Karl Schnitzler.

Nel 1880 e negli anni successivi andò in Australia, nelle isole dell' Arcipelago polinesiano, in Giappone, a San Francisco e a New York. Visitò le miniere d'oro delle varie colonie inglesi. Durante il suo lungo soggiorno nelle colonie inglesi imparò a conoscere lo sviluppo del commercio e dell'industria tedesca.

Karl Schnitzler sposò nel 1885 a Berlino Emmy Camphausen (1863-1915), nipote di Ludolph e Otto Camphausen.[732] Tornò in Sud Africa ed infine nel 1894 dopo un lungo viaggio di alcuni mesi con moglie e figlia attraverso il Madagascar, le Mauritius, La Réunion, partì da Port Elisabeth per Berlino dove divenne proprietario di una fabbrica.[733]

I coniugi Schnitzler ebbero una sola figlia, Charlotte Doris, nata nel 1887 e morta a soli 26 anni. Nel 1916 la collezione di quadri della famiglia fu donata secondo il testamento di Emmy Schnitzler Camphausen al Wallraf-Richartz-Museum di Colonia.[734]

Figura 50: Emmy Schnitzler-Camphausen.

4.3.5  Victor Schnitzler 

Victor Schnitzler (1862-1934) fu il quinto figlio di Robert e Klara Schnitzler.

Così scrisse Victor di se stesso:

Il 19 luglio 1862 nacqui a Nachrodt i. W.[735] nel podere di mia nonna Emma Schmidt, nata Löbbecke. Sembra che l'arrivo del quinto figlio non sia stato accolto con particolare entusiasmo dai miei genitori; infatti mio padre si era recato in quel periodo in Svizzera. In compenso il mio battesimo fu festeggiato in modo particolarmente bello nella romantica Klarashöhe.[736] All'epoca i miei genitori abitavano in Trankgasse[737] e solo nel 1865 si trasferirono nella casa di nuova costruzione in Bahnhofstrasse 4. Della mia prima fanciullezza non c'è nulla da riferire. Io ricordo bene solo un soggiorno estivo a Mehlem[738] dai miei nonni Schnitzler,[739] nella loro villa in stile svizzero, Haus Drachenstein, che alla morte della nonna nel 1869 fu venduta con nostro grande dispiacere, ma che più tardi ritornò nelle nostre mani.[740] I miei primi impegni scolastici li svolsi nella scuola parrocchiale di St. Andrea, che dovetti presto abbandonare, poiché mi ammalai seriamente di scarlattina e difterite e per lunghi anni rimasi un bimbo debole.[741]

Particolarmente dotato per la musica, Victor prese le sue prime lezioni di pianoforte dalla sorella Paula:

Devo aver mostrato all'epoca un grande talento musicale, tanto che i miei genitori accarezzarono seriamente l'idea di destinarmi a una vita d'artista. A questo scopo suonai davanti a un pregiato consesso, di cui facevano parte Ferdinand Hiller e Klara Schumann. Ma il risultato fu che il progetto dei miei genitori non si attuò, in quanto Hiller a buona ragione fece notare che non si poteva sapere se il talento fosse sufficientemente grande per fare di me un artista di primo piano e che sarebbe stato meglio per un figlio di genitori benestanti non intraprendere la carriera piena di spine di un artista, ma piuttosto dedicarsi alla musica nelle ore libere come dilettante appassionato di musica.[742]

Il padre represse perciò con energia il suo talento, e lo lasciò senza lezioni per due anni, obbligandolo così a scegliere un'altra strada. Frequentò il Marzellengymnasium.[743]

Questi anni furono poco piacevoli per me: da una parte a causa di insegnanti che erano vere caricature - le poche eccezioni confermano la regola -; poi perché io in particolare al tempo del Kulturkampf[744] avevo da patire parecchio in quanto [ero] uno dei pochi protestanti dell'Istituto.[745]

Dopo l'esame di maturità nel 1882, Victor si iscrisse a Giurisprudenza all'Università di Bonn:

Il periodo del mio studio a Bonn si svolse sotto il segno della vita di corporazione studentesca. Fedele alla tradizione famigliare divenni [membro] attivo del «Palatia», che all'epoca aveva ancora la sua taverna nel «Giardino dei fanciulli».[746] I miei Conattivi[747] erano quasi senza eccezione persone gentili, ed io del periodo goliardico conservo molti bei ricordi delle felici serate alla taverna e delle escursioni negli splendidi dintorni di Bonn. La vita corporativa all'epoca era in realtà una vita da girovago ben organizzata. Tutte le ore erano occupate, ma solo nell'interesse dei colori violetto-bianco-rosso,[748] al punto che mio padre mi chiese un giorno con una certa ragione se io sapessi che aspetto avesse un giornale o un buon libro. La grande festa per il 45° anno della fondazione [del Palatia], che fu celebrata da noi magnificamente, segnò la fine della mia permanenza a Bonn.[749]

Il «Palatia», tuttora esistente, è un Korps universitario, definito da Roberto Michels nel modo seguente:

I «Korps» (si pronuncia alla francese, come corps) sono associazioni studentesche, che contengono alla rinfusa studenti di tutte le facoltà, purché siano di famiglie ricche e per bene, e si obblighino ad accettare certe leggi di convenzione, come, per es., di bere al comando degli anziani, secondo il capriccio di questi, e di battersi in duello alla sciabola studentesca (rapier) dietro sorteggio coi loro avversari, che per lo più appartengono ad un altro Korps. [750]

Il Korps Palatia fu fondato il 10 agosto 1838. Victor Schnitzler quindi partì da Bonn alla fine del 1883. Gli ultimi tre semestri di Giurisprudenza li seguì all'Università di Berlino.[751] Sostenne quindi l'esame di referendario[752] a Lipsia dove si laureò dottore. Nel 1886 iniziò il praticantato in tribunale.

Nel 1890 superai felicemente l'esame di Assessore, per tredici mesi fui occupato come giudice presso la pretura di Colonia e decisi di diventare procuratore, insieme al mio vecchio amico Scheiff. Questa decisione aveva le sue radici nel desiderio di non essere obbligato ad allontanarmi da Colonia, ma soprattutto dalla casa dei genitori. Una mia permanenza a Colonia come giudice era esclusa, dopo che mio fratello Robert e mio cugino Paul Schnitzler eran entrati di ruolo per questo incarico a Colonia.[753]

Divenne così procuratore.

Nel frattempo si era sposato il 19 luglio 1888 con Ludowika von Borrell du Vernay (1865-1925), detta Wika, adottata con il cognome di Andreae.[754]

Continua Victor:

Poiché la musica era il Leitmotiv della mia vita, mi ero reso conto, dopo aver fatto musica più volte con la mia futura sposa, che lei a questo riguardo mi era di sprone. La mia precedente impressione non mi aveva ingannato, avevo dunque trovato in mia moglie non solo un grande talento musicale, ma anche una calorosa, entusiasta promotrice delle belle arti.[755]

Figura 51: Victor Schnitzler. Album di Gisella Michels.

Figura 52: Ludowika, detta Wika, Schnitzler-Andreae.

Victor aveva conosciuto Wika a Mentone, in Francia, dove egli, ancora studente, era andato con i suoi genitori e la ritrovò poco tempo dopo a Cadenabbia sul Lago Maggiore in Italia, quando furono ospiti degli Andreae.

Victor fu nominato Consigliere intimo di Giustizia. Come liberale fu eletto deputato e poi membro della Camera prussiana dei rappresentanti.[756] Fu Presidente di diverse associazioni culturali di Colonia, ed alla morte del padre nel 1898 entrò a far parte del Consiglio direttivo della Società dei Concerti, di cui fu Presidente dal 1907 al 1931, così come del Conservatorio di Colonia, del Consiglio di amministrazione della Società per azioni del Teatro.

A lui è dedicata una strada a Colonia e una a Bonn-Mehlem. Nel 1925 gli fu conferita la laurea honoris causa in Filosofia dall'Università di Colonia.

La passione per la musica non lo abbandonò mai: nella sua casa in Kaiser-Wilhelm-Ring 19, da lui fatta costruire nel 1889, come già suo padre aveva fatto in Bahnhofstrasse, aveva fatto costruire a pianterreno una grande sala dedicata alla musica in cui teneva e faceva tenere concerti. Anche Victor, come il padre, ospitava nella sua casa i musicisti che venivano a Colonia per suonare al Gürzenich o all'Opera. Il libro da lui scritto, "Ricordi della mia vita", è essenzialmente dedicato alla sua passione per la musica e al suo impegno nella vita musicale e teatrale della città. In esso si sofferma a lungo su J. Brahms, J. Joachim, Richard Strauß, per citare solo i più famosi artisti con cui strinse amicizia. Di Strauß ricorda di averlo conosciuto già nel 1889, quando il padre Robert Schnitzler, in qualità di Presidente della Società dei Concerti, lo aveva invitato alla Festa della Musica e poi lo aveva ricevuto per la prima volta nella sua casa. Personalmente Victor iniziò a frequentarlo e ad ospitarlo in Kaiser-Wilhelm-Ring a partire dal 1902, dopo la morte di Wüllner.

Mia moglie fu la prima nella mia famiglia che si entusiasmò per il giovane e geniale artista.[757]

La figlia maggiore di Victor, Tony, raccolse sul suo libro degli ospiti (1898-1913) le firme dei musicisti che frequentavano la casa del padre; essi sono:

Pablo de Sarasate (22.11.1898), Joseph Joachim (senza data), Max Bruch (14.5.1900, con citazioni musicali dal suo concerto per violino n° 1), Felix Mottl[758] (24.11.1902), Richard Strauss (2.12.1902), Xaver Scharwenka[759] (4.12.1898, con citazioni musicali), Felix Weingartner[760] (2.2.1903, con citazioni musicali), Clothilde Kleeberg-Samuel[761] (Maggio 1904, con citazioni musicali), Gustav Mahler (18 Ottobre 1904, [con citazioni dalla III e dalla V sinfonia]), Edward Elgar[762] (senza data), Jan Kubelik[763] (17.1.1905, con citazioni musicali).

Durante la prima guerra mondiale Wika Schnitzler Andreae, già membro del Comitato direttivo dell'Associazione femminile patriottica, fece parte del Patronato che si occupava del quinto lazzaretto della fortezza[764] e inoltre aprì sotto la sua direzione una Nähstube o stanza da cucito nella propria casa di Kaiser-Wilhelm-Ring 19 in cui radunava le signore e le vedove di guerra. Era affiancata in questa iniziativa da Hortense baronessa von Guilleaume[765] e da Paula Peill.[766] Da parte sua Victor si occupava del vettovagliamento delle truppe in partenza per il fronte e dei feriti di ritorno dal fronte alla stazione di Deutz.[767] La casa di Kaiser-Wilhelm-Ring 19 era la casa dei genitori di Wika. In questa casa traslocò nel 1919 la famiglia Schnitzler dal vicino n° 17/19, dopo la morte degli Andreae. Nel 1928 la casa fu improvvisamente venduta in seguito alla grave crisi finanziaria dell'epoca. Wika e Victor inizialmente affittarono un appartamento per l'inverno, che però dismisero, preferendo soggiornare, quand'erano a Colonia, all'Hotel Excelsior, l'Hotel presso la stazione e il duomo, costruito in parte sul terreno ove sorgeva la casa di Robert Schnitzler in Bahnhofstrasse 4. La maggior parte del tempo tuttavia la trascorrevano nella villa a Mehlem.[768]

Victor morì il 26 luglio 1934 nella villa di Mehlem, fu sepolto nel cimitero Melaten di Colonia nella tomba di famiglia degli suoceri Andreae e sulla lapide la moglie fece scrivere le parole tratte dal Requiem tedesco di Johannes Brahms:

Voi ora siete nella tristezza,

ma - io vi rivedrò![769]

Victor e Wika Schnitzler ebbero tre figlie:

-        Antonie Johanna, nota come Tony, (1889-1968), ottima pianista, suonava con il padre a quattro mani. Ebbe un ruolo importante nelle vita culturale di Colonia. Si sposò due volte, nel 1910 con Julius Carl vom Rath[770] (1879-1957), da cui ebbe quattro figli, uno dei quali Karl vom Rath (1915-1986) fu un famoso storico dell'arte di Francoforte, che si dedicò dal 1950 al 1970 al Dipartimento di Cultura di questa città. Divorziata, sposò nel 1925 il Professore Otto Helmut Förster (1894-1975), direttore del Wallraf-Richartz-Museum di Colonia e dal 1957 Direttore generale dei Musei della Città, da cui ebbe due figli.

-        Olga Johanna Klara (1890-1970), secondogenita di Victor, nota come Olla, ebbe Brahms come padrino di battesimo. Racconta sempre Victor:

Quando Brahms per l'ultima volta prima della sua morte e ancora in gamba venne a Colonia - questo succedeva nel marzo 1890 - durante il nostro ritorno notturno a casa dal Caffè viennese,[771] azzardai la proposta che facesse il padrino di battesimo della nostra seconda bimba, attesa per aprile. Egli accettò con gentilezza e il giorno dopo raccontò ai miei genitori: «Ieri sera sono diventato qualcosa di veramente nuovo che mi dà una grande gioia e per cui io sono entrato in ancor più stretto rapporto con Lei». La cosa dovette avergli fatto veramente piacere se pochi anni più tardi in una lettera a mio padre ove rispondeva negativamente a un invito alla Festa della Musica a Colonia ebbe bisogno dell'appellativo: «Stimatissimo Signor Consigliere Intimo o caro Signor Nonno, il che è ancora più bello». In realtà la bimba, che nacque il 24 aprile 1890, avrebbe dovuto chiamarsi Johanna, ma questo non avvenne per mille motivi. Noi la chiamammo di conseguenza Olga Johanna. Io scrissi a Brahms, quando gli partecipai la nascita della sua figlioccia, solamente della sua figlioccia Johanna, per cui mi spedì la seguente gentile lettera:

Gentilissimo e caro Signor Schnitzler!

Deve esser bello scrivere questo per lettera e gli occhi della felice mamma e della nonna brilleranno tanto da far cadere un riflesso su questo foglio che Le reca i miei auguri di cuore e i saluti. Johanna è un nome meraviglioso e comprendo il Suo desiderio che la Sua Signorina Figlia lo porti. Ma come me [l'avete chiamata]? Come me povero e, come qui si dice, «signore monostrato[772]»!? Si guardi intorno, fino a luglio c'è tempo; se non si dovesse trovare nessuno più meritevole [di me], eserciterò con gioia e orgoglio il mio bell'incarico. Se potessi farlo di persona, ne sarei particolarmente felice. Nel frattempo mi lasci sperare e giungano per oggi a Lei e ai Suoi i saluti cordiali del Suo devotissimo J.B.[773]

Il biografo di Brahms, Max Kalbeck scrive che:

Brahms abitò dall'11 al 15 marzo (per l'ultima volta) presso il Consigliere intimo Schnitzler. Qui fece per la seconda volta la prova del suo Trio e poiché tutto era andato secondo desiderio [...], era di così buon umore che la sera prima di partire suonò da Schnitzler dei bellissimi valzer: solo i vecchi potevano star seduti in silenzio ed ascoltare, i giovani dovevano danzare.[774]

Brahms tuttavia non riuscì a presenziare al battesimo; insieme alla lettera di scuse inviò a Wika un cestino di mughetti.

Alla figlioccia inviò una piccola sveglia di legno, che portava scritto sul piedestallo d'ottone il testo e le note iniziali della sua Ninnananna:[775] «Domani mattina, se Dio vuole, ti sveglierai di nuovo». La piccola Olga Johanna ha smesso presto di portare il suo secondo nome, tuttavia dal punto di vista musicale in ogni momento ha fatto pieno onore al suo padrino, poiché più tardi è diventata la mia migliore partner nel suonare le opere a quattro mani di Brahms.[776]


Olga Schnitzler sposò nel 1912 il cugino di secondo grado[777] barone Herbert von Veltheim (1888-1962), da cui ebbe due figlie, Gisela, nata nel 1913 ed Ellen (1916-1995). Da lui divorziò nel 1924 e sposò il dott. in medicina Paul Rosengart (1896-1962).

Herbert von Veltheim, secondogenito di Franz von Veltheim di Ostrau e di Emma Klara Herbertz, nipote di Clara Schnitzler Schmidt,[778] studiò giurisprudenza, tra l'altro a Oxford. Alla fine degli anni venti fu direttore del teatro di prosa di Monaco e poi di Berlino. Nel 1934 si trovava a Perugia per studiare l'italiano all'Università per Stranieri.[779]

Karl Klaus Walther, che scrisse nel 2005 una biografia del fratello di Herbert, Hans Hasso von Veltheim,[780] di lui dice:

Figura 53: Herbert von Veltheim e la moglie Olga  Schnitzler. Album di Gisella Michels.

In seguito alla crisi economica degli anni trenta si ritirò a Ehrwald nel Tirolo austriaco e nel 1935 entrò nel Ministero dell'Aeronautica del Reich. Nell'ottobre del 1939 divenne tenente e fece parte dopo la fine della campagna di Francia del 1940 della Commissione-armistizio dell'Ispettorato di Controllo dell'Aeronautica. Successivamente fu nominato secondo Addetto Aeronautico a Roma e temporaneamente fu delegato in Nord Africa alla morte di Rommel. Nell'agosto del 1942 ebbe un colloquio privato con Mussolini, di cui non si sa nulla di preciso. Più tardi fu Ufficiale di Collegamento del Plenipotenziario del Reich per l'Italia. Rolf Italiaander, che soggiornò per lungo tempo a Roma durante la guerra e che nel 1943 ottenne un'udienza privata da Mussolini, lo incontrò lì nel giugno '43, poco prima che l'Italia uscisse dall'Asse. [...]. Dopo l'uscita dell'Italia dall'alleanza con la Germania ebbe luogo l'occupazione del territorio da parte delle truppe tedesche, le forze armate italiane furono disarmate e fatte prigioniere nei Balcani e in Francia. Fino ad allora il Governo italiano era stato in grado di opporsi alla pretesa tedesca di internare e deportare gli ebrei. Dopo l'occupazione del territorio [italiano] iniziò la deportazione degli ebrei nei campi di sterminio.[781] Il comandante della città di Roma Reiner Stahel[782] fece rilasciare dal Governatore del Vaticano, Marchese Serafini,[783] un salvacondotto in italiano e in tedesco per i chiostri, gli ordini religiosi ed altre istituzioni ecclesiastiche.[784] Su esso disponeva: «È severamente proibito l'ingresso agli appartenenti alle forze armate tedesche». Veltheim appose la propria firma e il timbro fin'allora utilizzato «Ambasciata tedesca a Roma. L'Attaché dell'Aeronautica».[785] In 550 esemplari il documento di protezione fu distribuito in tutte le strade del territorio e con esso fu salvata la vita ad un numero imprecisato di uomini. Questa azione era coordinata con la Rappresentanza diplomatica tedesca a Roma e presso il Vaticano nel tentare di ritardare l'ordine di Ernst Kaltenbrunner dell'11 ottobre 1943 sull'immediato e definitivo sterminio degli ebrei italiani così a lungo in modo da poter metter in sicurezza gran parte degli ebrei, per lo meno a Roma."[786]

Herbert fu in rapporto con Roberto Michels e la sua famiglia. Su suo interessamento nel 1942 la moglie di Roberto Michels, Gisella Michels Lindner, ottenne un aiuto pecuniario da parte di Mussolini, pari a 25.000 lire:

Il 6 agosto 1942 egli [Herbert von Veltheim] invia a Mussolini (che lo aveva espressamente incaricato in tal senso) un promemoria sulle condizioni della signora Michels. Von Veltheim riferiva che a partire dall'inizio della guerra la signora Michels viveva a Tetto Protto (Dogliani, Cuneo) in un piccolo appartamento preso in affitto, dal momento che le sue condizioni economiche non le avevano permesso di conservare quello di Roma. Soffriva di una malattia renale e occupava il suo tempo nella sistemazione della biblioteca del marito e dei suoi manoscritti postumi.[787]

Il «piccolo appartamento preso in affitto» in realtà era il piano nobile di una casa di campagna, fatta riattare apposta da Luigi Einaudi per Gisella.

L'ultima figlia di Victor e Wika Schnitzler

        Clara, soprannominata Clärchen (1893-1981), sposò Johann David Herstatt (1887-1955). Johann David Herstatt proveniva da un'antica famiglia di banchieri di origine ugonotta che per quattro generazioni avevano guidato la Banca J.D. Herstatt, fondata dall'avo Johann David Herstatt (1740-1809) e dal fratello di questi Jakob. Scomparso prematuramente il padre Friedrich Johann David (1831-1888) di polmonite, Johann David aveva un anno, la banca fu presa in consegna dalla Banca Stein, i cui dirigenti erano legati da parentela con gli Herstatt, e più tardi liquidata. J. David, dopo aver studiato Giurisprudenza con indirizzo assicurativo, si occupò presso l'Allianz Assicurazioni di Colonia.

(Tavola XIX a: Famiglia Herstatt)

L'ultimo figlio di Robert e Clara Schnitzler fu

4.3.6 Leopold Schnitzler, detto Leo.

Nacque nel 1868 a Colonia, frequentò anch'egli il Marzellengymnasium e poi la Realschule di Colonia. Si avviò alla carriera militare, divenne Avantageur nel 2° Reggimento degli Ussari del Reno a Treviri e poi a Strasburgo, ma, in seguito ad una lesione al ginocchio dovuta a una caduta da cavallo durante una manovra, nel 1900 si congedò come Tenente Colonnello. Dopo un anno di tirocinio nell'Amministrazione a Münster, divenne funzionario amministrativo a Letmathe[788] dal 1903 fino al 1922.

Sposò Hedwig Schmidt nata nel 1879 a Sprottau in Slesia, figlia di un Tenente generale. Ebbero un'unica figlia, Ellen, nata nel 1899.

Figura 54: Leopold Schnitzler.

Figura 55: Hedwig Schnitzler Schmidt.

Ramo von Schnitzler

Dal fratello maggiore di Robert Schnitzler, Eduard, discende il ramo dei von Schnitzler.

La famiglia fu nobilitata nel 1913 grazie ai meriti del figlio (Julius) Eduard (1863-1934), diplomatico e viceconsole a Shanghai nel periodo della rivolta dei Boxer ed ebbe perciò il diritto di aggiungere il "von" al proprio cognome. Tale privilegio fu esteso ai fratelli e alle loro famiglie, indipendentemente dal sesso. Suo nipote, Karl-Eduard von Schnitzler, riporta il testo del decreto nel suo libro di memorie:

Noi, Re di Prussia per grazia di Dio, Margravio di Brandeburgo, [...seguono quattordici righe di titoli....], grazie a questo documento investiamo i fratelli dottor in Legge Julius Eduard Richard Schnitzler, Consigliere di commercio e tenente di Cavalleria della Milizia territoriale del 1° contingente[789]a Colonia sul Reno in pensione, Paul Wilhelm Jakob Schnitzler, magistrato in pensione e tenente di Cavalleria della Milizia territoriale del 2° contingente a Colonia sul Reno in pensione e Julius Eduard Schnitzler, Console generale ad Anversa e tenente di Cavalleria della Milizia territoriale a Colonia sul Reno in pensione, oltre ai discendenti ed eredi presenti e futuri della linea maschile di entrambi i sessi, in modo da offrire un ricordo duraturo della Nostra particolare benevolenza e grazia regale, del titolo nobiliare ereditario della Nostra Monarchia e del Nostro paese, così come di tutti i diritti, onori e privilegi, in particolare del diritto di chiamarsi e scrivere "von Schnitzler". Noi ordiniamo e comandiamo che d'ora in poi i suddetti fratelli... e tutti i loro eredi e discendenti legali di linea maschile, d'ambo i sessi, siano nobili nel senso cavalleresco e tutti e ognuno godano e usino liberamente dei diritti cavallereschi, ranghi, onori, titoli e privilegi, senza che qualcuno glielo impedisca. Per certificare ciò, abbiamo sottoscritto di Nostro pugno questo documento e applicato il Nostro più grande sigillo Reale. Così è avvenuto e consegnato a Cadinen[790] il 20 settembre dell'anno millenovecento tredici dopo la nascita del Nostro Signore Cristo e ventesimo del Nostro Governo.

Firmato: Guglielmo Re.[791]

4.4        Eduard Schnitzler

Eduard Schnitzler (1823-1900), capostipite dei von Schnitzler, secondogenito di Karl Eduard, seguì le orme del padre. Dopo aver frequentato la Realschule a Colonia fece il praticantato in commercio ad Amsterdam, Londra, Berlino e Parigi, dove frequentò corsi alla Sorbona e contemporaneamente si interessò di medicina. Entrò nella Banca H.J. Stein nel 1850 e ne divenne socio nel 1851. Dopo la morte del padre nel 1864 entrò al suo posto come membro del Comitato di amministrazione.

Figura 56: Eduard Schnitzler.

Fece parte della Società di Assicurazione contro la grandine,[792] della Società di Assicurazione contro l'incendio,[793] chiamata «Colonia», e della Società ferroviaria Colonia-Minden. Si ritirò dal servizio attivo in banca nel 1875. Al suo posto subentrò il figlio maggiore Richard.

Eduard sposò nel 1854 Maria Emilie vom Rath (1831-1891), di ricca e influente famiglia di industriali dello zucchero, figlia del Consigliere di commercio Johann Jakob vom Rath.[794]

Figura 57: Marie Emilie Schnitzler-vom Rath.


Cugini di secondo grado di Roberto Michels, figli di Eduard Schnitzler.

La coppia ebbe sei figli:

Tavola XX

4.4.1        Richard von Schnitzler

Richard von Schnitzler (1855-1938), primogenito di Eduard.

Studiò Legge nelle Università di Bonn, Berlino e Gottingen. Dopo un praticantato a Berlino e a Londra entrò nella banca del padre, la H.J. Stein, di cui divenne socio nel 1881. La Banca Stein ebbe una parte determinante nel finanziamento dell'industria renana ed investì tra l'altro nel nascente polo chimico, in particolare nella I.G.Farben, tristemente legata al nazismo, fondata nel 1925, dove ebbero posizioni di rilievo anche altri membri della famiglia von Schnitzler. Richard von Schnitzler, con il nipote Georg von Schnitzler, figlio del fratello Paul, collaborò alla fusione della I.G. Farben, di cui divenne membro del Consiglio di amministrazione. Fu nominato Consigliere Intimo di Commercio e Console generale del Regno Svedese.

Figura 58: Richard von Schnitzler. Dipinto di Leo Samberger. 1903. Wallraf-Richartz Museum Köln.

Fu un rinomato collezionista d'arte e mecenate, per lunghi anni fu membro della presidenza dell'Associazione artistica di Colonia,[795] fece parte della presidenza degli Amici del museo Wallraf-Richartz.[796] Come tutti gli appartenenti all'alta borghesia, anche Richard von Schnitzler disponeva di una villa per i mesi estivi a Rolandseck, presso Bonn, in vista del Reno e delle Siebengebirge.[797]

Si sposò due volte:

La prima moglie, Melanie Stein (1858-1884), sua cugina, era figlia del banchiere Karl Martin Stein,[798] fratello della nonna Wilhelmine Schnitzler Stein,[799] e della sua seconda moglie Maria Antonia Jung.[800] Melanie morì in seguito alla nascita della figlia Melanie, detta Mella, nata nel 1883.

Dalla seconda moglie, Ottilie Mumm von Schwarzenstein (1867-1939), discendente dei Farina di Colonia, famosi per l'acqua di Colonia "Johann Maria Farina gegenüber dem Jülichs-Platz"[801] nacquero quattro figli, di cui due maschi morti precocemente e due figlie:

-        (Ottilie Maria) Edith von Schnitzler (1892-1951)[802] nel 1913 sposò il Barone[803] Kurt von Schröder (1889-1966) [804]. Kurt von Schröder, interrotti gli studi di Giurisprudenza a Bonn nel 1909, seguì la carriera di ufficiale fino al 1919 nel reggimento degli Ussari di questa città, e dal 1918 al 1919 servì nello Stato maggiore dell'esercito come capitano. Nel 1921 divenne comproprietario della banca J.H. Stein di Colonia, che sotto la sua influenza divenne presto un centro del separatismo renano. Fu membro del Comitato di amministrazione di diverse imprese. Dal 1928 divenne politicamente attivo e il 4 gennaio 1933 organizzò nella sua villa[805] l'incontro segreto di Hitler con von Papen, incontro che precedette di qualche settimana l'ascesa di Hitler al potere. Dal 1933 fu Presidente dell'Industria renana e della Camera di Commercio di Colonia. Nel 1936 entrò a far parte delle SS e nel '43 ebbe il titolo di Brigadeführer delle SS. Nel 1947 fu giudicato dal tribunale di Bielefeld per delitti contro l'umanità: gli furono comminati solo 3 mesi di carcere. Si ritirò nella tenuta di Hohenstein presso Eckernförde, ereditata dalla madre,[806] dove morì. Edith von Schröder fu una grande promotrice delle belle arti e assunse incarichi di presidenza nelle fondazioni artistiche di Colonia.

-        Erika Fanny von Schnitzler nata nel 1900, sposò il fratello del cognato Kurt, (Johann Heinrich Carl) Herbert Barone von Schröder, nato nel 1894.

4.4.2        Paul von Schnitzler

Paul von Schnitzler (1856-1932), secondogenito di Eduard. Consigliere del Tribunale provinciale[807] e proprietario della tenuta Gut Giesberg a Bad Münstereifel,[808] membro del Consiglio di amministrazione della I.G. Farben, sposò nel 1883 Fanny Emilie Joest (1861-1948), il cui nonno materno, August Camphausen,[809] era il fratello maggiore di Ludolph e di Otto Camphausen.

Figura 59: Paul e Fanny Emilie von Schnitzler.

La coppia ebbe quattro figli:

4.4.2.1        Georg von Schnitzler

Georg von Schnitzler (1884-1962), il primogenito di Paul von Schnitzler, dopo la costituzione del polo chimico I.G. Farben nel 1925, dal Consiglio di amministrazione della Hoechst passò a quello della I.G. Farben, di cui fu "membro del Comitato direttivo e di cui divenne il Capo di tutte le attività commerciali",[810] e pertanto fu strettamente coinvolto con il nuovo stabilimento di Auschwitz. Fu processato e condannato a Norimberga nel 1948 a 5 anni, anche se la pena gli fu condonata nel 1949. Georg si convertì dopo tale esperienza al cattolicesimo nel 1950. Dopo la prigionia divenne presidente della Compagnia tedesco-ispano-americana.[811] Morì a Basilea.

La moglie di Georg, Lilly von Mallinckrodt (1889-1981)[812] discendeva da un'antica famiglia nobiliare della Vestfalia della contea Marche, risalente all'anno 1241 nella figura documentata di un cavaliere di nome Ludwig de Mesekenwerke.[813] 

Amante dell'arte fin dalla giovinezza sostenne e protesse molti artisti, come Le Corbusier, Oskar Kokoschka, Pablo Picasso, e soprattutto il pittore Max Beckmann,[814] che ella conobbe nei primi anni venti a Francoforte, ove abitava.

Divenne sua amica e mecenate e tale lo rimase anche quando l' arte di Beckmann fu nel 1933 dichiarata «degenere», e quando nel 1937 il pittore andò in esilio. Nel 1944 la casa dei von Schnitzler a Francoforte fu distrutta dalle bombe.

Figura 60: ritatto di Lilly von Schnitzler di Max Beckmann. 1929. Da internet.

Nel 1951 la coppia comprò a Murnau sul lago di Staffel in Baviera una tenuta che nel 1952 fu inaugurata presentando la raccolta delle opere di Beckmann. Qui, nella casa denominata Haus Lilamor dal marito, Lilly visse gli ultimi trent'anni della sua vita e qui morì[815] nel 1981. In questa casa ebbe luogo una delle due riunioni per la fondazione della Max-Beckmann-Gesellschaft, cui Lilly teneva molto, ed in questa casa furono ospitati molti borsisti della M-B-Gesellschaft.

Georg e Lilly von Schnitzler ebbero due figlie:

-        Liselotte, detta Lilo, nata nel 1910, sposò un diplomatico tedesco, Herbert Scholz, nato nel 1906, segretario dell'ambasciatore a Washington dal 1939 al 1940 e poi console a Boston durante il nazismo, membro della NSDAP.[816]

-        Gabrielle, la secondogenita, nata nel 1918, sposò il pronipote diretto dell'Imperatore Francesco Giuseppe d'Austria, il conte Franz Joseph Otto Maria Seefried auf Buttenheim (1904-1969).

Cfr. Tavola XX a

4.4.2.1.1        La I. G. Farben

La I.G. Farben (Interessen-Gemeinschaft Farbenindustrie AG), derivata dalla fusione nel 1925 delle società: AGFA, Cassella, BASF, Bayer, Hoechst, Huels, Kalle fu gravemente compromessa con il nazismo. Tra l'altro produsse lo Ziklon, il gas usato ad Auschwitz e sfruttò la mano d'opera coatta nello stabilimento di Auschwitz., dove era stato costruito nel 1941 un impianto per la produzione del petrolio sintetico e la gomma, la cosiddetta Buna. Ebbe così inizio l'attività delle SS e dei campi di lavoro di Monowitz, anche se, come racconta Primo Levi:

Dalla fabbrica di Buna, attorno a cui per quattro anni i tedeschi si adoperarono, e in cui noi soffrimmo e morimmo innumerevoli, non uscì mai un chilogrammo di gomma sintetica.[817]

Oltre agli internati dei campi di concentramento, la fabbrica sfruttava lavoratori che venivano reclutati forzatamente nelle nazioni come la Francia e l'Italia, come vien ricordato dal pronipote di Eduard, Hans Deichmann nel suo libro di memorie.[818] Nel 1944 questa fabbrica faceva uso di 83.000 lavoratori coatti.

La I.G. Farben aveva fatto costruire a Francoforte sul Meno un enorme complesso, lo I.G. Farben Haus, come quartiere generale del gruppo industriale, sede tra l'altro del Consiglio di amministrazione. Ora il complesso è sede dal 2001 di uno dei quattro campus che costituiscono l'Università di Francoforte.

I 24 consiglieri della I.G. Farben, tra cui Georg von Schnitzler, furono posti sotto processo dal tribunale di Norimberga. Nel 1951 la I.G. Farben fu divisa nelle sue componenti originarie. Le quattro società maggiori, la Agfa, la Basf e la Bayer comprarono le minori. La Hoechst si fuse con la francese Rhône-Poulenc, dando origine all'odierna Sanofi-Aventis di Strasburgo.

4.4.2.2        Ada von Schnitzler

Ada von Schnitzler (1889-1975), terzogenita di Paul von Schnitzler, sposò nel 1905 Carl Theodor Deichmann (1866-1931), nipote di Wilhelm Ludwig Deichmann[819] e di Elisabeth Schaaffhausen. Carl Theodor era comproprietario della banca Deichmann & Co fondata dal nonno nel 1858 insieme ad Adolph vom Rath.[820] Nel 1931 la banca fallì per insolvenza in seguito alla crisi mondiale, e Carl Theodor perdette tutti i suoi beni. Dovette vendere la casa di campagna, Haus Hombusch, nell'Eifel, la casa di Colonia in Georgsplatz 16, che aveva ereditato da un bisnonno. Morì nel 1931, tre giorni dopo il matrimonio di sua figlia Freya. Nel 1932 tutti i suoi beni furono messi all'asta. La moglie Ada, per qualche tempo dopo la morte del marito, visse a Parigi, quindi si ritirò in una casa ereditata a Bad Godesberg. Passò molto tempo anche a casa della figlia Freya in Sud Africa e negli Stati Uniti.[821] Carl Theodor Deichmann era di fede monarchica e tale rimase anche durante il periodo della Repubblica di Weimar. Ada, viceversa, era una convinta repubblicana e aveva educato i figli in questo senso. Con Ada Roberto Michels ela sua famiglia mantennero stretti rapporti.

«Lei era molto indipendente, e ci ha reso indipendenti», diceva Freya ripensando alla sua infanzia.[822]

Dal matrimonio nacquero tre figli:

-        Carl Deichmann (1905-1985), durante la seconda guerra mondiale risiedeva a Berna in Svizzera con la famiglia; esperto in diritto internazionale, lavorava nella divisione legale del Gruppo degli esteri della OKW (Oberkommando der Wehrmacht, cioè Comando supremo delle forze armate). Emigrò nel 1945 in America dove fece parte del Council for a democratic Germany, un comitato fondato nel 1944 dal teologo protestante tedesco Paul Tillich[823] in esilio. Carl Deichmann morì ed è sepolto a Norwich nel Vermont, accanto alla sorella Freya.

-        Hans Deichmann (1907-2004) secondogenito di Ada si laureò in Giurisprudenza presso l'Università di Bonn nel 1931. Lo zio Georg von Schnitzler lo fece entrare nella I.G. Farben. Nel luglio del 1934 sposò a Parigi, dove era stato inviato dalla I.G. Farben, Senta Fayan Vlielander Hein, da cui ebbe una figlia e due figli. Dal 1937 fu responsabile del settore Italia per la IG Farben di Francoforte, in particolare, così ricorda suo figlio

fu incaricato dalla I.G. Farben e dal plenipotenziario per l'industria chimica prof. Krauch[824] di gestire i rapporti contrattuali con una serie di imprese dell'italiana Federazione Fascista Imprenditori Edili per la collaborazione alla costruzione del mega impianto di Auschwitz. [...]. Le visite «professionali» ad Auschwitz - furono in tutto nove, prima della fine della guerra, senza poter mai vedere da vicino il vero e proprio campo di concentramento - lo convinsero a diventare un «traditore».[825]

Fece al Nazismo opposizione passiva, riuscendo ad impedire dopo il 1943 molti reclutamenti forzati di operai italiani edili per la costruzione della filiale della IG Farben ad Auschwitz-Monowitz. Collaborò con i partigiani italiani rischiando più volte la vita per le sue azioni di sabotaggio contro i tedeschi.[826] Dopo il 1948 si stabilì in Italia, dove morì nel 2004.

-        Freya Deichmann (1911-2010), l'ultima figlia di Ada, sposò nel 1931 il conte Helmuth James von Moltke (1907-1944), proveniente da un'antica famiglia nobiliare del Mecklemburg, documentata fin dal 1220. Alla famiglia von Moltke appartenevano molti ufficiali tra cui il capo di Stato Maggiore Generale Helmuth Johannes Ludwig von Moltke (1848-1916) e il Feldmaresciallo Helmuth Karl Bernhard von Moltke (1800-1891), che ottenne il 28 ottobre 1870 il titolo ereditario di Conte prussiano per sé ed i propri discendenti, fratello del bisnonno di Helmuth James. Helmuth James ereditò dal Feldmaresciallo il podere di Kreisau in Slesia, che egli aveva comprato nel 1867 grazie ad una donazione ricevuta dall'imperatore Guglielmo I. Lì Helmuth James si stabilì con la moglie Freya e lì vissero con i due figli Helmuth Caspar, nato a Bonn nel 1937, e Konrad, nato nel 1941 a Kreisau.

Dopo la laurea in Giurisprudenza, Helmuth James von Moltke rinunciò alla carriera di giudice, per non entrare nel partito nazista. Lavorò come avvocato di diritto internazionale e rappresentò le vittime del regime nazista; nel 1940 fondò il gruppo di resistenza Kreisauer Kreis o circolo di Kreisau, a cui partecipavano funzionari, ufficiali, sindacalisti, ecclesiastici cattolici e protestanti, uomini politici conservatori. Era un circolo di discussione non violenta e di riflessione, creato allo scopo di preparare una Germania post nazista democratica, umanista, sociale ed europea. Era in contatto con altri gruppi della resistenza tedesca. Helmuth James von Moltke fu arrestato all'inizio del 1944 e il gruppo si sciolse; alcuni membri aderirono al gruppo di Claus Schenk, conte di Stauffenberg.[827] In seguito all'attentato a Hitler del 20 luglio 1944, Helmuth James von Moltke fu condannato a morte l'11 gennaio 1945 e dodici giorni dopo impiccato a Ploetzensee. Freya, all'arrivo dell'armata rossa, dovette fuggire con i figli da Kreisau, si rifugiò dapprima a Bad Godesberg dalla madre, poi in Sud Africa dai suoceri fino al 1960 e infine in America nel Vermont, dove raggiunse a Norwich Eugen Rosenstock-Huessy, storico del diritto, teologo, sociologo e linguista, un tempo professore di Helmut James all'Università di Breslavia, che nel 1933 aveva abbandonato la Germania, rifugiandosi in America. Lì insegnò all'Università di Harvard e poi di Dartmouth. Freya, che si era laureata nel 1935 in Giurisprudenza all'Università Federico-Guglielmo di Berlino, dedicò l'utima parte della sua vita alla pubblicazione di diversi libri sull'opposizione antinazista tedesca, e sull'opera del marito. Dopo l'unificazione riuscì a trasformare, tramite la Fondazione Freya von Moltke, la casa di Kreisau in un centro culturale per giovani per la distensione tra Germania e Polonia e per la promozione dell'integrazione Europea.

4.4.2.3        Werner von Schnitzler

Werner von Schnitzler, nato nel 1888, terzo figlio di Paul von Schnitzler, banchiere e comproprietario della Banca Stein, sposò nel 1921 Nora Elise von Goerschen (1902-2001) di antica famiglia nobile della Germania centrale, con origini risalenti al 12° secolo.[828] Di Nora von Schnitzler esiste un busto dello scultore Arno Breker[829] del 1933. Dopo un fallimento finanziario la famiglia visse in Italia, Francia e Olanda, Portogallo, da cui rientrò in Germania dopo la morte della nonna, che aveva lasciato loro in eredità una proprietà a Bad Münstereifel.

Dal matrimonio nacquero due figli:

-        Christa von Schnitzler (1922-2003) scultrice, sposò Michael Croissant (1928-2002), anche lui scultore. Aprì un proprio atelier a Francoforte.

-        Paul Wolfgang von Schnitzler (1928-2003) sposò la pianista Vera, concertista e insegnante al Conservatorio di Colonia e da cui ebbe il figlio Werner, nato nel 1978, celebre violinista e violista tedesco.[830] Vera e Werner von Schnitzler da anni si esibiscono come duo violino, pianoforte.

L'ultima figlia di Paul e Fanny von Schnitzler

4.4.2.4        Maria Pauline von Schnitzler

Maria Pauline von Schnitzler, nata nel 1893, sposò il Consigliere intimo di Governo Clemens August Busch (1880-1979) da cui ebbe tre figli.

4.4.3        Arthur von Schnitzler

Arthur[831] von Schnitzler (1857-1917), terzogenito di Eduard.

Proprietario di una grande tenuta nobiliare nel Meclenburgo, tra il lago di Kölpin e il lago di Müritz, presso la città di Waren, nel 1897 fece costruire dagli architetti Grisebach[832] e Dinklage[833] di Berlino una villa nobiliare, il castello Klink, nello stile neorinascimentale francese dei castelli della Loira. In questo castello si stabilì con la famiglia, e nel mausoleo del castello, che Arthur von Schnitzler aveva fatto costruire dallo scultore di Monaco di Baviera, Adolf von Hildebrand[834] nel 1908, fu sepolto nel 1917 con il primogenito Gerhard (1893-1915) morto in Russia, con la figlia Anna Maria (1898-1901) e la moglie Hedwig, nata Borsig (1871-1945).[835]

Figura 61: Arthur e Hedwig von Schnitzler. Tra le foto, prese dal libro di Nottbrock, manca quella dell'ultima figlia Cornelia.

La moglie di Arthur, Hedwig von Borsig, apparteneva ad una delle più ricche famiglie tedesche dell'epoca, i Borsig che nel 1836 avevano fondato a Berlino una fabbrica di locomotive per la rete ferroviaria tedesca.

Le pareti della camera di Hedwig furono dipinte dall'ebreo Max Liebermann[836] di Berlino con un ciclo di dipinti sul tema «la vita del Signore di campagna nella natura». Questi dipinti sono andati perduti.

Oltre a Gerhard e Anna Maria, Arthur ed Hedwig ebbero altre tre figlie:

-        Ilse (Maria Anna) von Schnitzler (1894-1971) sposò nel 1917 nel castello di Klink il Consigliere del Governo prussiano W. von Hecker, da cui divorziò nel '21, riprendendo il cognome da nubile.

-        Hildegard Beate von Schnitzler (1896-1959) sposò nel 1923 nel castello di Klink il colonnello Hans-Carl von Bose (1885-1965), padrone di una tenuta a Kümmernitz, ora quartiere di Havelberg nella Sassonia-Anhalt. Scrive Karl-Eduard von Schnitzler:

Il suo genero non amato v. Bose [di Hedwig] fu a lungo fascista, già quand'era ambasciatore tedesco a Montréal come spia, più tardi attivo come delegato della Gestapo.[837]

-         Cornelia Hedwig (1905-1977) sposò in prime nozze nel castello di Klink Otto von Kries (1898-1941). Sempre Karl-eduard von Schnitzler scrive:

L'altro genero della zia Hedwig, v. Kries, era colonnello del Regno. Quando egli, dopo la presa del potere da parte di Hitler, si rivelò un vecchio membro del partito, mia cugina Cornelia divorziò da lui. Sposò allora il conte Günther[838] Blumenthal, amico di mio fratello Hans e del suo amico Werner v. Haeften,[839] più tardi l'aiutante di Stauffenberg.[840]

Hans-Jürgen von Blumenthal (1905-1944)[841] discendente dall'alta nobiltà prussiana, studiò legge a Königsberg e a Monaco di Baviera.

Nel 1938 fu clandestinamente negli USA, divulgando informazioni sulle crudeltà delle SA e delle SS. Arruolato come ufficiale per la Campagna di Polonia, ebbe modo di vedere dal vero le atrocità dei campi di concentramento e scrisse un resoconto sulle condizioni dei civili polacchi al suo comandante Hyazinth Strachwitz, un convinto antinazista, che fece reclamo a Hubert Lanz, il quale respinse la missiva del collega. Successivamente fece circolare tra gli alunni della Scuola Militare di Monaco il libretto Wir Soldaten ("Noi soldati"), che raccontava appunto delle crudeltà commesse dai soldati tedeschi in Polonia e faceva propaganda contro Adolf Hitler. Nell'agosto 1939 entrò a far parte dell'Abwehr e fu uno dei principali responsabili del sabotaggio di alcune istituzioni naziste. Divenne amico di Claus Schenk von Stauffenberg e Dietrich Bonhoeffer, affascinato dal senso mistico di questi e partecipò alla cospirazione del 20 luglio 1944. Il 23 luglio 1944 venne arrestato dalla Gestapo mentre era in vacanza con la famiglia a Rostock, e giudicato dal Tribunale del Popolo, fu condannato a morte, pena portata a termine tramite l'impiccagione; venne infatti impiccato ad un gancio da macellaio.[842]

Dal primo matrimonio nacquero due figli, Gerhard von Kries nel 1928, e Maria Hedwig von Kries nel 1931. Cornelia e Hans-Jürgen von Blumenthal, sposatisi nel 1939 nel castello di Klink, ebbero un figlio, Hubertus von Blumenthal (1941-1991).

Nel 1945 l'armata rossa occupò il castello. La moglie di Paul von Schnitzler, Hedwig, si rifugiò a Grabenitz, lì vicino, dove morì nello stesso anno.

In seguito alla riforma agraria[843] del 1945 il castello ed i beni furono espropriati, e a Cornelia fu offerto di risiedere in una parte del castello in quanto vedova di un oppositore di Hitler. Rifiutò e raggiunse col figlio i parenti del marito a Monaco di Baviera. Il castello ora è sede di un grande albergo, che fu inaugurato nel 1998, 100 anni dopo la sua costruzione. Esso ha mantenuto la struttura esterna originaria. Possiede 108 camere. Il mausoleo del castello non esiste più, fu distrutto nel 1976 per permettere la costruzione dell'autostrada Rostock-Reutershagen.

4.4.4        Ella von Schnitzler

Ella[844] von Schnitzler (1860-1916), quarta figlia di Eduard Schnitzler.

Sposò nel 1880 Willibald, detto Willy, von Dirksen (Berlino 1852-1928) un diplomatico tedesco. Inizialmente procuratore a Berlino, nel 1881 entrò nel servizio diplomatico, nel 1882-3 fu impiegato presso il Consolato tedesco di Londra e dal 1884 nel Ministero degli Esteri. Nel 1885 venne richiamato a Berlino come «Kaiserlicher Deutscher Geheimer Legationsrat» (consigliere segreto del corpo diplomatico) e il 25 aprile 1887 fu nobilitato per i suoi meriti ed ebbe il diritto di chiamarsi von Dirksen.

Figura 62: Ella von Schnitzler e il marito Willibald von Dirksen.

Andato in pensione si dedicò alla politica: dal 1903 al 1912 fu membro del Parlamento, dal 1903 al 1913 fu membro della seconda Camera dei Deputati per la RFDKP,[845] ed infine dal 1914 al 1918 fu membro della Camera dei Pari prussiana.

Nel 1899 diede in concessione la proprietà ereditata dal padre di Jessen, che il padre Carl Eduard Dirksen,[846] magistrato a Berlino, aveva ereditato per matrimonio nel 1850 insieme a estesi beni immobiliari e acquistò la Signoria di Gröditzberg[847] in Slesia, ora Grodziec[848] in Polonia, per usarla come residenza estiva per la sua famiglia.

Ella e Willy von Dirksen ebbero quattro figli:

4.4.4.1        Herber von Dirksen

Herbert[849] von Dirksen[850] (1882-1955), il primogenito, si laureò in Giurisprudenza e si dedicò alla carriera diplomatica. Nel 1910 sposò la baronessa Hilda von Oelsen (1885-1942), da cui non ebbe figli. Durante la prima guerra mondiale lavorò per l'Amministrazione tedesca in Belgio e nell'Ambasciata a L'Aia. Dopo la guerra entrò nel Ministero degli Esteri dove si occupò essenzialmente degli affari dell'Est Europa. Fu nominato ambasciatore a Danzica dal 1922 al 1925, a Mosca nel 1929, a Tokio nel 1933, a Londra nel 1938.

Dirksen veniva annoverato tra i diplomatici di spicco della Repubblica di Weimar, che si mostrarono critici nei confronti del movimento nazionalsocialista. Tuttavia non lo fu abbastanza da dimettersi dall'incarico dopo la presa di potere di Hitler. [...]. Durante le decisive settimane del 1939, fu coinvolto nelle trattative che alla fine non riuscirono ad impedire la guerra tra la Germania e l'Inghilterra. Alla dichiarazione di guerra Dirksen si trovava in Germania e fu messo a riposo.[851]

Al suo richiamo da Londra la sua biblioteca consistente di oltre 1500 volumi di Storia, Storia della Letteratura, Diritto Commerciale rimase in Inghilterra e poi in Irlanda, finché non riuscì nel 1949 a farla trasportare in Germania e a donarla alla Biblioteca dell'Università e della Città di Colonia, la USB. Cessato il servizio attivo come diplomatico con l'inizio della seconda guerra mondiale, Herbert von Dirksen si dedicò ai possedimenti in Slesia ereditati dal padre, tra cui Burg Gröditzberg, che tuttavia nel 1945, di fronte all'avanzare delle truppe russe, dovette abbandonare per rifugiarsi in Baviera, dove morì nel 1955.

4.4.4.2        Alice (Anna Helene) von Dirksen

Alice (Anna Helene) von Dirksen (1883-1906), secondogenita di Ella e Willy von Dirksen, sposò nel 1902 il barone Wilhelm[852] conte von Richthofen-Seichau (1873-1922) che era in quel periodo tenente presso il 3° reggimento dei “Garde-Ulanen” di Potsdam. Wilhelm, lontano parente del famoso pilota Manfred von Richthofen,[853] aveva ereditato il maggiorascato di Seichau, che il padre Ulrich Barone von Richthofen (1846-1917) aveva comprato nel 1911 in Slesia. Poiché ad esso era legato il rango di conte prussiano, ma solo per i primogeniti, dal 1913 divenne conte von Richthofen-Seichau.

La famiglia Richthofen risale all'avo Paulus Prätorius (1521-1565) che faceva parte della cerchia del grande riformatore Philipp Melanchthon. L'imperatore Leopoldo I, apprezzando, dopo la guerra dei 30 anni, il lavoro di ricostruzione della Slesia compiuto dalla famiglia che lì si era trapiantata e dove possedeva più di sedici poderi, conferi ai Richthofen il titolo nobiliare a carattere ereditario di Cavaliere con il nome di “Prätorius von Richthofen”. Furono poi proclamati Baroni nel 1735 dall' Imperatore Carlo VI, e nel 1741 dal nuovo signore del paese, il re Friedrich II. Nonostante le guerre e in particolare la guerra dei sette anni (1756-1763) non avesse risparmiato le proprietà famigliari, il numero dei poderi dei Richthofen in quegli anni crebbe da 23 a 31 dell'inizio del 19°secolo.

Dal matrimonio nacquero due figli:

-        Manfred[854] Conte von Richthofen-Seichau (1903-1945), ultimo padrone della Signoria di Seichau. La moglie Sigrid Johanson (1898-1977) era un'attrice che lavorò nel 1965 tra l'altro nel film "Giulietta degli spiriti" di Federico Fellini.

-        Alice (Helene Ella Caroline Eugenie) baronessina von Richthofen-Seichau la secondogenita, nacque nel novembre del 1905 a Berlino. La madre morì in seguito alla sua nascita nel gennaio del 1906. Alice fu adottata dallo zio Herbert von Dirksen, che le lasciò i suoi beni. Alice sposò nel 1927 Sylvius Barone von Groditz, conte von Pückler (1889-1979). La coppia ebbe quattro figli. Le figlie si sposarono con discendenti di sangue reale.

4.4.4.3        Ellen Vera von Dirksen

Ellen Vera von Dirksen (1890-1964), terzogenita di Ella von Schnitzler e Willy von Dirksen, sposò in prime nozze Wilhelm August Conte von Wedel nato nel 1882, caduto in Polonia nel 1915. Dal matrimonio nacque la figlia Elka nel 1913. In seconde nozze sposò nel 1919 (Carl-Ludwig) Diego barone von Bergen (1872-1944) da cui ebbe un maschio e una femmina. Diego von Bergen si laureò nel 1895 in Giurisprudenza e divenne Attaché in Guatemala, nel 1899 fu secondo segretario all'Ambasciata di Pechino, dove si trovava anche durante la rivolta dei Boxer; nel 1901 fu all'Ambasciata di Bruxelles, nel 1905 a quella di Madrid; dal 1906 al 1909 fu segretario di Legazione presso l'Ambasciata della Santa Sede, dove ricoprì la carica di primo Ambasciatore tedesco dal 1920 al 1943. Incontrò a Roma Roberto Michels. Fu membro onorario dell'Académie Française.

La famiglia Dirksen discendeva dai Mennoniti[855] olandesi che nel primo decennio del 17°secolo si rifugiarono per motivi religiosi ad Amburgo. L'avo noto più antico è Claes Dirksen, nato presumibilmente nel 1605, tintore di sete, che si stabilì a Danzica. I discendenti di Claes vissero tra Danzica e Königsberg, fino a che i nonni di Willy von Dirksen non si stabilirono a Berlino nel 1829, dove nacque Willy.[856]

Tavola XX a


4.4.5        Julius Eduard von Schnitzler

Julius Eduard von Schnitzler (1863-1934) fu il quinto figlio di Eduard e Maria Schnitzler. Di lui così scrisse il figlio Karl-Eduard:

Nato nell'agosto del 1863 a Colonia, mio padre aveva studiato Giurisprudenza dal 1882 al 1885 a Bonn e Berlino, nel 1885 era Referendario presso il regio Tribunale provinciale di Colonia e nel 1890 divenne Assessore. Come soldato servì presso gli Ussari del Regno a Bonn ed entrò poi come ufficiale di riserva nel Reggimento degli Ussari numero 13 a Bockenheim presso Francoforte. I suoi genitori gli regalarono per l'Abitur e l'Assessorato un grande viaggio intorno al mondo: Egitto, India Britannica e Olandese, Cina, Giappone, Nord America. Nel 1892 fu assunto al Ministero degli Esteri e gestì per tre anni il Consolato imperiale di Bruxelles e provvisoriamente il Consolato generale di Anversa. In ragione di ciò ricevette dal Re Leopoldo II[857] l'Ordine belga di Leopoldo. Fu poi per breve tempo attivo nel Consolato generale di Londra e nel 1898 fu incaricato come Viceconsole a Shanghai. Era in servizio quando il 20 luglio 1900 fu ammazzato il capo legazione tedesco von Ketteler.[858] Perciò mio padre divenne il più alto rappresentante dell'Impero tedesco in Cina.[859]

Julius Eduard von Schnitzler lasciò Shanghai nel marzo del 1901 durante la rivolta dei Boxer,[860] per raggiungere Pechino. Alla fine del dicembre 1901 rientrò in patria dove l'Imperatore lo insignì dell' l'ordine dell'Aquila rossa di IV classe per i servizi resi in Cina. Nell'estate del 1902 fu nominato Console imperiale a Roma. Durante la grande inflazione perse tutto il suo patrimonio e dovette vendere la villa che aveva a Berlino-Dahlem. Julius Eduard von Schnitzler sposò Margarethe Gillet, nata nel 1880 da famiglia ugonotta.

Così ricorda il figlio Karl-Eduard:

Alla moglie del Console generale dell'Imperatore, la prima e seconda Lady a Roma e Anversa nel 1918 crollò il mondo addosso. Intelligente, coltissima, intellettualmente superiore al marito, iniziò a «cercare»: chiesa, princìpi del nazismo, Ludendorff, di nuovo Hitler (prima del 1933), paura della guerra, antinazismo, movimento di pace. Presidentessa del Comitato nazionale di Pace della Bassa Sassonia[861] a Hannover. Dovrebbe esser stato il suo razionalismo francese a farle vedere in modo sempre più critico la sua società e a portarla dalla residenza diplomatica romana [...] ancora a 70 anni due volte nelle prigioni di Adenauer.[862]

Julius Eduard von Schnitzler è sepolto a Colonia nel cimitero di Melaten nella tomba di famiglia.

Dal matrimonio nacquero tre figli maschi:

4.4.5.1        Eduard (Friedrich) von Schnitzler

Eduard (Friedrich) von Schnitzler (1905-1964), sposò Hedwig, detta Hete, Becker (1903-1978). È sepolto nella tomba Schnitzler nel cimitero Melaten di Colonia, insieme alla moglie.

4.4.5.2        Hans (Paul) von Schnitzler

Hans (Paul) von Schnitzler, nato nel 1908 a Roma, secondogenito di Julius Eduard von Schnitzler, viene definito dal fratello Karl-Eduard «il mio padre ideologico». Dopo la maturità studiò per due anni a Bonn fino al 1928 e poi a Gottinga Giurisprudenza per poter seguire la carriera nel pubblico impiego, secondo il volere del padre. Ma letture scientifiche e soprattutto sul determinismo biologico lo portarono al comunismo e a troncare i rapporti con la famiglia nel 1931. Dopo aver fallito l'esame giuridico di Referendario, si dedicò al commercio, con una parentesi di titolare della ditta di spedizione di film, nella quale egli aveva riversato la propria eredità dopo la morte del padre nel 1934, e che fallì. Fu incarcerato nel 1933 dalla Gestapo, così come il fratello minore. Dal 1945 al 1948 fu internato nei campi di lavoro sovietici. Fu deputato nel Partito Democratico degli Agricoltori[863] della DDR. Morì nel 1985. Sposato con Lieselotte Franke, ebbe due figlie ed un figlio.

4.4.5.3        Karl-Eduard von Schnitzler

Karl-Eduard von Schnitzler (1918-2001), terzogenito di Julius Eduard, seguì le orme del fratello Hans e come lui divenne comunista. Nel 1932 entrò nella Gioventù operaia socialista. Dopo la maturità si iscrisse a Medicina a Friburgo, studi che interruppe per dedicarsi a studi commerciali a Colonia. Si sposò per la prima volta con Marlis Hoeres nel 1940. Da questo matrimonio nacque l'unico figlio maschio Stephan. Dal 1939 al '40 fu soldato. Nel giugno del 1944 fu catturato dagli inglesi.

Fu commentatore capo propagandista della televisione comunista della DDR e guidò la trasmissione "Der Schwarze Kanal", il canale nero, dal 1960 al 1989. Si sposò altre tre volte ed ebbe ancora due figlie. Scrisse tra il 1988 e il 1989 il libro autobiografico Meine Schlösser oder wie ich mein Vaterland fand utilizzato in più riprese in questo testo come fonte di informazione sulla famiglia von Schnitzler.

4.4.6        Helene von Schnitzler

Helene von Schnitzler (1864-1944), l'ultima e sesta figlia di Eduard Schnitzler. Sposò nel 1887 lo storico dell'arte, collezionista e mecenate Ludwig Friederich, detto Fritz, von Harck (1855-1917) di Lipsia. Fritz von Harck ed il padre Julius possedevano dal 1880 il castello barocco di Seußlitz, nel comune di Nünchritz in Sassonia dove Helene e Fritz vissero fino al 1908, anno in cui si trasferirono a Lipsia nella casa dei genitori von Harck.

Figura 63: Helene von Schnitzler e il marito Fritz von Harck.

Il castello rimase in possesso della famiglia Harck fino al 1928. Oggigiorno appartiene ad un architetto di Monaco di Baviera, che lo rilevò dal comune.La notevole collezione di quadri dei von Harck fu donata all'inizio del novecento in parte al Museum der bildenden Künste, in parte al Kunstgewerbemuseum di Lipsia, museo quest'ultimo che Fritz von Harck aveva collaborato a fondare. Di lei il nipote Karl-Eduard von Schnitzler ricorda:

La zia Helene v. Harck, che era più giovane di un anno di mio padre, sposata con Fritz v. Harck (il parco, tra la loro villa di Lipsia in Karl-Tauchnitz-Str. 6 e il museo Dimitroff,[864] portò fino agli anni cinquanta il nome di «Fritz-v.-Harck-Anlage»), e rimasta vedova, era una donna notevole. Personalità coltissima, parlava il francese come il tedesco, era una mecenate e protettrice del grande violinista Siegfried Borries[865]che io vidi suonare da lei ed ascoltai (aveva ancora i pantaloncini corti), e del «direttore d'orchestra delle nuove leve» Wolfgang Abendroth,[866] collezionista d'arte. Ciò che si è salvato della sua galleria, tra cui la «corona nuziale» del Botticelli, appartiene oggi al patrimonio artistico della città della fiera.[867] Era amica del sindaco di allora dr. Goerdeler,[868] che - se pure ultra reazionario - aderì [al movimento] contro Hitler e dopo il 20 luglio 1944 fu impiccato come cospiratore. Zia Helene in ogni caso era chiaramente e a modo suo contraria al Nazionalsocialismo, anche se la sua opposizione non nasceva da motivi di classe, dal momento che alcuni aspetti le sarebbero piaciuti. Ma i fascisti erano [per lei] «arrampicatori», «parvenus», «non presentabili in società», «non frequentabili per la gente colta». Così invitò a Lipsia il nipote prediletto Kled[869] all'inizio del novembre 1933, direttamente dalla detenzione della Gestapo. Questo era un fatto. «Ma affinché tu veda dove porta questa assurdità, la Resistenza, ecc. - domani vai là!», e mi diede una biglietto d'ingresso e una piccola tessera personale. Così l'indomani mattina me ne andai a piedi dalla sua villa attraverso il Fritz-v.-Harck-Anlage alla Corte Suprema del Reich e sedetti nell'auditorium [proprio] nel giorno in cui il compagno Georgi Dimitroff ebbe il suo storico scontro[870] con il capo fascista Göring. Era il 4 novembre 1933.[871]

Karl-Eduard von Schnitzler ricorda per l'ultima volta la zia alcune pagine dopo:

La zia possedeva un castello per l'estate - Seußlitz sull'Elba, vicino a Meißen. Non sono mai stato lì prima o durante la guerra, ma mio padre trascorreva regolarmente nel castello settimane di vacanza. A Natale [mio padre] riceveva casse di squisito rosé di Seußlitz o di vino rosso, ma purtroppo in quantità molto piccola. Con arroganza egli storceva il suo volto renano: «vino della Sassonia». E lo beveva in segreto e con gusto. Il castello, un tempo in rovina, ora rinnovato, è diventato un gioiello: casa di riposo per anziani, per la prima volta [ha] un uso ragionevole. Le guide raccontano anche ai loro turisti - come nel castello Klink - che è il castello di Schnitzler, che lo ha regalato allo Stato, e, e, e,.... [....]. Nel 1941 feci visita ancora una volta alla zia Helene a Lipsia. Questo accadde prima che dirigessi i miei passi nella direzione dell'Unione Sovietica. Quattro anni più tardi lei lasciò [scritta] una lettera: «I Russi vinceranno, e questo è sicuramente un bene per il popolo, ma non per gente come me.» Quindi si impiccò nella cantina della sua villa. Non si può rifiutare al suo contegno coerente un vero rispetto.[872]


4.5        Emilie Schnitzler

Emilie Schnitzler (1822-1877)Figlia primogenita di Karl Eduard.

Nacque a Gräfrath qualche mese prima che il padre si trasferisse a Colonia con la famiglia per entrare come socio nella Ditta J.H. Stein.

A venticinque anni sposò il poeta renano Wilhelm Carl Müller, noto come Wolfgang Müller von Königswinter (1816-1873). Nato a Königswinter,[873] Wolfgang Müller frequentò il ginnasio a Düsseldorf, ove il padre esercitava la professione di medico; si iscrisse alla Facoltà di Medicina a Bonn, dove frequentò anche il circolo letterario del prof. Gottfried Kinkel,[874] si laureò a Berlino nel 1839 e in quella città frequentò il circolo di Bettina von Armin[875] dove conobbe Joseph von Eichendorff.[876] Il suo primo lavoro letterario uscì in due volumi negli anni 1839-40 e fu proprio in questa occasione che cambiò il proprio nome di battesimo da Wilhelm a Wolfgang per non essere confuso con Wilhelm Müller, poeta lirico di Dessau.[877] Dopo l'esame di stato andò a Parigi per studio e lì conobbe Heinrich Heine.[878] La morte del padre nel 1842 lo richiamò a Düsseldorf dove professò la medicina, prendendosi in carico anche i poveri curati dal padre. Fu medico di Robert Schumann[879] e della sua famiglia. Collaborò con articoli di letteratura e di arte, alla Rheinische Zeitung, il giornale radicale fondato da imprenditori renani liberali, che ebbe come caporedattore Karl Marx. Nello scambio di lettere tra Marx ed Engels Wolfgang Müller viene menzionato come persona di fiducia della lega comunista di Düsseldorf.[880] Fu in stretta collaborazione con il socialista Moses Hess.[881] Ma Wolfgang Müller fu essenzialmente e visceralmente un Patriota Renano. Nel 1853 smise la professione di medico, si ritirò a Colonia e si dedicò completamente alla scrittura; riprese la pratica medica solo durante la guerra franco-prussiana del 1870, ed in questa occasione scrisse anche alcuni poemi patriottici. Si ricorda in particolare di lui il libro di saghe sul Reno «Die Lorelei»,[882] «Das Rheinbuch». Famosa è la poesia «Mein Herz ist am Rheine» del 1857. Nel libro "Prolegomena sul patriottismo"[883] Roberto Michels riporta una strofa di questa poesia, traducendola anche in italiano:

Mein Herz ist am Rhein, im heimischen Land!

Mein Herz ist am Rhein, wo die Wiege mir stand,

Wo die Jugend mir liegt, wo die Freunde mir blühn,

Wo die Liebste mein denket mit wonnigem Glühn,

O, wie ich geschwelget in Liedern und Wein:

Wo ich bin, wo ich geh', mein Herz ist am Rhein!

Il mio cuore è sul Reno, in patria! - Il mio cuore è sul Reno, dove fu la mia culla, - Dove passai la mia gioventù, dove stanno i miei amici, - Dove l'amata pensa a me con ardore, - Oh, quanto vi nuotavo nei canti e nel vino: - Dovunque io sia, dovunque io vada, il mio cuore è sul Reno!

Molte delle poesie di Wolfgang Müller furono musicate da Johanna Kinkel,[884] Franz Ries,[885] Ferdinand Hiller, ed altri.[886] Schumann musicò "Im Wald", lied che fa parte dell'op. 107. Roberto Michels scrisse nel 1910 un saggio, poi ristampato nel libro Bedeutende Männer con il titolo Ein Rheinischer Poet, Wolfgang Müller von Königswinter.[887]

Nel 1873 Wolfgang Müller ammalatosi al fegato andò a curarsi a Bad Neuenahr,[888] ove morì nello stesso anno, e dove da allora c'è una via intitolata al suo nome. Nel Rheinalee, il viale lungo il Reno a Königswinter è stato collocato il busto del poeta in bronzo dello scultore Otto Lessing (1846-1912), pronipote del poeta Gotthold Ephraim Lessing, su un piedestallo decorato con figure inserite all'interno di scudi e con l'incipit di tre delle sue poesie che dicono: 1) ICH LIEB UND EHR/ VOR ALLEN / MEIN DEUTSCHES / VATERLAND. 2) ICH HIELT / AM DEUTSCHEN WESEN / ICH HIELT/ AN DEUTSCHER ART 3) WO ICH BIN / WO ICH GEHE / MEIN HERZ/ IST AM RHEIN. [1) amo e onoro / prima di tutto / la mia patria / tedesca. 2) Mi dedicai / all'indole tedesca / mi dedicai / alla natura tedesca. 3) Dovunque io sia / dovunque io vada / il mio cuore / è sul Reno].

Emilie e Wolfgang Müller ebbero cinque figli, tre maschi e due femmine:

Tavola XXI

4.5.1        Max Müller von Königswinter, nato nel 1850

4.5.2    Paul Müller von Königswinter, nato nel 1852 e morto a soli 16 anni nel 1868.

4.5.3        Hans Müller von Königswinter, nato nel 1854

4.5.4        Else Müller von Königswinter

Else Müller von Königswinter, nata nel 1856, sposò il pittore d'origine viennese Norbert Schrödl (1842-1912).[889] Norbert Schrödl, aveva seguito da giovane il padre, intagliatore di avorio e scultore, attraverso l'Europa di Corte in Corte; fu allievo a Francoforte di Jakob Becker, zio acquisito della futura moglie. Norbert che fu essenzialmente un ritrattista, dal 1868 al 1874 lavorò a Berlino frequentandone la Corte. Ebbe così modo di conoscere il principe ereditario Friedrich Wilhelm[890] e la consorte Victoria, nota come Kaiserin Friedrich, che ebbe l'occasione di frequentare più tardi. Dopo aver vissuto a Francoforte dal 1880 al 1887, i Schrödl infatti presero la residenza a Kronberg sul Taunus, dove la Kaiserin Friedrich fece costruire, dopo la morte del marito nel 1888, il castello Friedrichshof proprio di fronte alla loro casa. Tra gli Schrödl e la Kaiserin si stabilì un forte legame al punto che Victoria divenne allieva di Schrödl. Nel libro autobiografico "Ein Künstlerleben am Sonnenschein", cui fa riferimento Roberto Michels in Francia contemporanea,[891] Norbert, servendosi anche del diario di sua moglie Else, riporta i ricordi e gli eventi che lo legarono alla Kaiserin Friedrich, dalla conoscenza fatta nel 1877 alla Corte di Berlino, agli anni di Kronberg: dal 1888, anno della costruzione del castello, al 1901, anno della morte di Victoria.[892]

Jakob Becker(1810-1872), pittore, incisore e litografo aveva frequentato l'accademia di Francoforte. Sposò la sorella di Wolfgang, Wally Müller von Königswinter. Le due figlie, Maria Georgina Becker (1840- 1912) e Maximiliane Becker (1842-1922) sposarono rispettivamente Wilhelm Meister (1827-1895) e Eugen Lucius (1834-1903), entrambi chimici e due dei tre fondatori della più grande industria chimico-farmaceutica della Germania dell'epoca, la "Hoechst AG", che nel 1925 confluì nella "IG Farben".[893]

4.5.5        Antonie Müller von Königswinter

 Antonie Müller von Königswinter (1857-1883), nota come Toni, seconda figlia di Emilie e di Wolfgang Müller, sposò Emil Georg Brentano (1845-1890), pronipote di Pietro Antonio Brentano, della nobile famiglia Brentano di Tremezzo,[894] che alla fine del diciassettesimo secolo aveva spostato la propria ditta commerciale da Milano a Francoforte sul Meno e da cui discendono i poeti Clemens e Bettina Brentano e il sociologo Lujo Brentano. Toni ed il marito Emil riposano nella tomba di famiglia dei Brentano a Francoforte.

Emilie e Wolfgang Müller von Königswinter sono stati tumulati a Melaten, cimitero monumentale di Colonia nella Tomba Schnitzler.


5.        PARTE QUINTA

5.1        Le famiglia Schmidt von Nachrodt e Löbbecke: famiglie d'origine dei bisnonni materni di Roberto Michels.

Tavola XXII a        Famiglia Schmidt e Famiglia von Veltheim

Tavola XXII b        Famiglia von Löbbecke

Eduard Schmidt von Nachrodt ed Emma Schmidt von Löbbecke erano i bisnonni materni di Roberto Michels. La nonna di Roberto, Clara, moglie di Robert Schnitzler era la terza figlia di Eduard Schmidt aus Nachrodt[895] (1802-1842) e di Emma von Löbbecke (1807-1880).

Johann Heinrich Schmidt (1767-1830), padre di Eduard, aveva fondato a Iserlohn[896] un'industria che produceva essenzialmente oggetti in bronzo; nel 1809 aveva comprato a Nachrodt un mulino che sfruttava le acque della Lenne per azionare un dispositivo ad aghi per la rettificazione e l'abrasione[897] dei metalli e fu uno dei primi nella regione a usare il processo della laminazione.

Figura 64: 1900. Edward Schmidt Puddel- und Walzwerke. Nachrodt. Foto da internet

L'impresa, ampliata dal figlio Eduard, divenne una delle più importanti del luogo sotto il nome di Eduard Schmidt Puddel - und Walzwerke. Confluì più tardi nella Werstfälische Union AG.[898] Nel 1818 Johann Heinrich Schmidt aveva comprato una tenuta con villa, denominata Haus Nachrodt, come residenza della famiglia. La tenuta fu ereditata dal figlio Eduard e successivamente da suo nipote Eduard von Löbbecke. In questa casa nacque il fratello di Anna Michels Schnitzler, Victor Schnitzler, il quale così ricorda i nonni:

[...] conobbi poco il padre di mia madre, Eduard Schmidt, il quale deve esser stato un grosso e lungimirante industriale, che per primo montò nel suo stabilimento a Nachrodt i forni di puddellaggio sconosciuti a quei tempi in Germania. Mia nonna, da parte di madre, Emma, nata Löbbecke, era una bella signora straordinariamente signorile, che per noi nipoti costituì un esempio luminoso per la bontà d'animo e per il suo vivo interesse per tutto ciò che muoveva il mondo. [...]. Mia nonna, donna sensibile, si interessava a tutto ciò che riguardava l'arte e la scienza e diede di conseguenza alle sue quattro figlie[899] una straordinaria educazione, anche nella musica.

Figura 65:  Emma Schmidt Löbbecke. Lo scritto è del nipote Hans Hasso von Veltheim.

Solo mia madre tuttavia era dotata di talento musicale. Dai nostri nonni ci fu raccontato un episodio che riguardava Liszt relativo ai primi tempi di Nachrodt: Nella metà degli anni trenta del precedente secolo l'artista, già allora celebre, intraprese una tournée attraverso la Vesfalia viaggiando «per extrapost»[900] da un luogo all'altro. Pregato da mio nonno di fermarsi per qualche ora a Nachrodt, egli venne nella silenziosa valle della Lenne e lì incantò come sempre tutto il mondo. Mia nonna desiderava che la figlia maggiore Anna, più tardi moglie del maggiore Adolf von Bülow, si producesse in canto e pianoforte. Se la sua prestazione musicale si fosse imposta in modo particolare al giovane Maestro, questo la Cronaca Famigliare lo avrebbe detto: in ogni caso dovette essergli piaciuta assai la bellissima giovane bionda. Durante il congedo, mentre già sedeva in carrozza, si accorse di aver dimenticato la frusta che a quel tempo spesso portava con sé. Mia zia glie la riportò, lui la ringraziò e aggiunse: «Se Lei vuole avere un ricordo di me, mia Signorina, tenga [la frusta]». Ma mia zia gli rispose: «Oh, no; che me ne faccio? Io non cavalco mica!». Liszt deve aver fatto una faccia ben meravigliata.[901]

Su appunti manoscritti in tedesco di Roberto Michels si legge:

Emma Schmidt-Löbbecke era una donna piena di talento. Una delle sue caratteristiche più rimarchevoli era l'interesse per la politica e le discipline umanistiche. Lei aveva visto da assai vicino Napoleone (forse anche parlato) e rimase per tutta la vita un'appassionata sostenitrice di quest'uomo. La sua casa era piena di souvenirs e di ritratti napoleonici. L'epoca del '48 la scosse enormemente. Lei era stata completamente a favore delle idee radicali del tempo e intraprese all'occasione  appositamente un viaggio a Francoforte allo scopo di vedere il Parlamento Tedesco[902] nella Chiesa di San Paolo e mettersi in comunicazione con i suoi membri più significativi. Ma in Emma Schmidt-Löbbecke contrastava fortemente il suo sentimento democratico, molto teorico, con lo spirito autoritario e fiero che le era proprio. Quando i lavoratori della fabbrica, appoggiati dalle idee rivoluzionarie del periodo, entrarono in una dinamica salariale, lei si comportò in modo estremamente aristocratico. Alla richiesta dei lavoratori rispose con il silenzio, ma, quando quattro di loro si presentarono davanti alla tenuta, lei si fece incontro con il bimbo più piccolo in braccio [...]. Quando uno dei lavoratori prese la parola e iniziò dicendo: io penso... lei lo guardò in modo molto imperioso, interrompendolo: Che cosa? Voi soprattutto non dovete pensare. Per pensare ci sono io qui![903]

In un altro foglio Roberto Michels scrive ancora:

Emma era amante delle belle lettere, nel circolo e nella sede dell'associazione.

Quando egli [Eduard] morì molto giovane, lasciò la tenuta e la fabbrica nelle redini di sua moglie appena trentaseienne. Emma assunse la guida della famiglia - tre figlie -[904] e della grande impresa con energia e fermezza. Era una donna di vasti orizzonti, in cui qualità eterogenee si univano in una singolare sintesi. Sotto la sua guida la fabbrica, che produceva essenzialmente rotaie [...], ricevette un nuovo slancio. Ma nello stesso tempo volle per mezzo del suo sapere e del suo talento circondare Nachrodt con un barlume di stimolo poetico.[905] 

La madre di Eduard Schmidt, Anna Dorothea Ravené (1776-1846) apparteneva a una famiglia di imprenditori berlinesi di origine ugonotta, provenienti dalla Lorena, che alla fine del diciassettesimo secolo, fuggendo dalla persecuzione, si era rifugiata nel Brandeburgo. I Ravené inizialmente erano giardinieri, poi Jacques Ravené (1751-1828), il padre di Anna Dorothea, fondò a Berlino la Ditta J. Ravené che si occupava della produzione e del commercio di oggetti in ferro e acciaio. Scrive sempre Roberto Michels in un appunto:

Ravené [Anna Dorothea] discendeva da una famiglia francese, di cui un ramo si era stabilito a Berlino. Qui lei si distinse nella colonia degli Ugonotti per energia, zelo e spirito artistico, cose di cui viveva l'altro ramo di Parigi. Lei era soprattutto piena di vita, come la maggior parte dei membri di questa importante e nota famiglia, ed aveva una tendenza alla frivolezza. Si racconta che nulla le riusciva così difficile come il lutto. Dopo la morte di sua suocera diede un gran ballo. Affermò che questo fatto non era in grado di danneggiare la memoria dei morti

Suo figlio Eduard Schmidt assomigliava a sua madre. Egli era vivace, pieno di gioia di vivere, soprattutto amante dei piaceri. Egli sposò Emma Löbbecke, di una nota e antica famiglia patrizia, che nel frattempo aveva ripreso il suo antico titolo nobiliare. Il matrimonio non fu felice. La donna, dall'inconsueto talento era chiaramente superiore al marito. Eduard era un romantico, di buoni sentimenti prussiani. Era molto legato a Friedrich Wilhelm IV, che gli aveva anche fatto visita a Nachrodt, e come lui era massone. Ma non era casalingo, selvatico [...] e forte bevitore passava le sue sere con la Gussenow, l'Adultera.[906]

Dopo la morte di Eduard Schmidt a soli quarant'anni, la fabbrica fu portata avanti dalla famiglia, finché nel 1872 Ferdinand Flinsch, il secondo marito di Emma Schmidt (1835-1882),[907] l'ultima delle quattro figlie Schmidt, all'epoca proprietario dell'impresa, non la vendette a un commerciante di Berlino da cui la comprò nello stesso anno il banchiere Alexander Seelig che fondò con altre due industrie la Westphälische Union.

Figura 66: Eduard Schmidt aus Nachrodt.

Dal matrimonio di Eduard ed Emma Schmidt nacquero:

5.1.1        Anna Dorothea Schmidt 

Anna Dorothea Schmidt (1827-1891), la figlia maggiore, divorziata dal primo marito Julius Ebbinghaus, nato nel 1814, sposò in seconde nozze Adolf von Bülow (1824-1885), ufficiale di carriera, diplomatico, proveniente da una antica famiglia nobile di ufficiali e diplomatici del Meclenburgo, amico di Eduard, il figlio maggiore di Karl Eduard Schnitzler.[908] Anna e Adolf von Bülow ebbero quattro figli:

5.1.1.1        Emma von Bülow

Emma von Bülow, nata nel 1855, la primogenita, scrisse poesie che, raccolte sotto il titolo di "Reime", nel 1903 Roberto Michels recensì sulla rivista Die Frau.[909] Sposò il famoso ornitologo conte Hans von Berlepsch (1850-1915), che fu uno dei primi a interessarsi attivamente al problema della protezione dei volatili, e scrisse il libro Der gesamte Vogelschutz.[910] Dopo la morte del padre il conte si ritirò nel castello Berlepsch presso Gertenbach[911] dove si dedicò alla sistematica dell'ornitologia e dove creò un museo in cui esporre la sua collezione di 55.000 uccelli, collezione che alla sua morte fu donata al Senckenberg Museum di Francoforte sul Meno.

Di Emma esiste un manoscritto di 55 pagine formato lettera scritte a mano in Kurrentscrift con il titolo Nachrodt, che, giunto nelle mani di Roberto Michels, costituì per lui una fonte di informazioni su Eduard ed Emma Schmidt.[912]

5.1.1.2        Margret von Bülow

Margret von Bülow, nata nel 1856, si sposò con il conte Friedrich von Ross (1841-1885).

5.1.1.3        Hans Adolf von Bülow

Hans Adolf von Bülow (1857-1915), segretario di legazione, fu inviato a Berna, Madrid, Bruxelles e infine al Ministero degli Esteri a Berlino dal 1905. Fu in contatto con Roberto Michels.[913] Sposò Elisabeth von Martius (1873-1934), la cui famiglia fu nobiltata nel 1903. La coppia ebbe quattro figli.

5.1.1.4        Georg von Bülow, morto a quattro anni.

5.1.2        Marie Schmidt

Marie Schmidt  (1829-1913), secondogenita di Eduard ed Emma Schmidt.

Sposò il Consigliere Intimo di Giustizia di Colonia, Martin Herbertz, morto nel 1884,  amico stretto di Eduard Schnitzler,[914] il figlio maggiore di Karl Eduard. Martin Herbertz proveniva da una rinomata famiglia renana di commercianti.

Racconta il biografo, K.K.Walther, di Hans Hasso von Veltheim, il nipote di Marie Herbertz-Schmidt:

era amico di Bismarck e nel 1871 fu Consigliere della delegazione tedesca durante la trattativa per il trattato di pace di Francoforte,[915] con il quale cessò la guerra franco tedesca.[916]

Marie Herbertz-Schmidt fu ospite a Torino del nipote Roberto Michels, come risulta dalla firma da lei posta su una tovaglia databile tra il 1907-1914. Dal matrimonio nacque Clara Herbertz.

Figura 67: Marie Herbertz-Schmidt. Ritratto di Franz von Lembach.

5.1.2.1        Clara (Emma) Herbertz (1860-1925).

Clara sposò in prime nozze nel 1883 Franz von Veltheim (1856-1927), tenente prussiano, Camerlengo del Duca di Anhalt, rampollo di un'antica famiglia nobile della Sassonia-Anhalt. Dal matrimonio nacquero due figli: Hans Hasso e Herbert. Il matrimonio tuttavia fu molto burrascoso e terminò nel 1892 con il divorzio a causa del comportamento violento del marito. L'episodio decisivo per la separazione, come racconta K.K. Walther, avvenne alla presenza del figlio maggiore: Franz von Veltheim durante un'ennesima lite gettò addosso alla moglie a colazione la macchina accesa del the. Hans Hasso per lo choc divenne balbuziente e superò la balbuzie solo in età matura. In seguito all'accaduto, il padre di Franz, Ludolf von Veltheim (1830-1900), lasciò direttamente al nipote primogenito Hans Hasso il castello con parco annesso, lo Schloss Ostrau, vicino a Halle, proprietà della famiglia dal 1585.

Figura 68: Clara von Veltheim-Herbertz. Ritratto di Joszef Arpád Koppay.

Il nome di Ostrau deriva da Ostrov che significa isola o ciò che è circondato dalle acque (das Umflossene) nella lingua degli antichi Sorbi, popolazione d'origine slava che popolavano la zona nel VI secolo. Così descrive il luogo in cui si erge il castello Bruno Goets in un libricino del 1934 che Hans Hasso diede a Roberto Michels:

Una distesa piatta di campi di barbabietole, fin dove possono arrivare gli occhi, tranne l'unica altura di Petersberg, forse un primitivo luogo di culto, poi di un chiostro cattolico e luogo di sepoltura dei Wettinger, oggi meta di gita per i cittadini di Halle a. d. Saale - questa è la regione monotona e sobria nella quale, circondato d'acqua, si erge come uno strano miracolo il castello di Ostrau con il suo magico parco.[917]

Di Hans Hasso si parlerà tra breve.

Herbert, che aveva sposato in prime nozze la cugina Olga Schnitzler, divorziò da lei nel 1924. Di Herbert e del suo rapporto con Roberto Michels si è già parlato.[918] K.K. Walther così conclude su Herbert:

Durante la ritirata dall'Italia, quando l'Ambasciata si trovava sul Lago di Garda, Herbert von Veltheim sposò in seconde nozze il 14 ottobre 1944 a Malcesine sul Lago di Garda la baronessa Dorothee von Troschke,[919] un membro dell'Ambasciata tedesca. [...]. Grazie a questo legame Herbert von Veltheim poté già nell'autunno del 1944 con stupore degli abitanti rinnovare la sua casa a Ehrwald con grande spesa in lavori manuali e in materiali. Sembra che egli sia rimasto con l'Ambasciata tedesca in Italia nei luoghi della sua ritirata nel Nord Italia fino alla fine della guerra. Durante gli anni cinquanta Herbert von Veltheim visse come corrispondente di giornali tedeschi al Cairo. Morì il 15 gennaio 1962 a Monaco.[920]

Clara (Emma) Herbertz sposò in seconde nozze Erich von Leipzig (1860-1915), un ufficiale Addetto militare all'Ambasciata tedesca a Costantinopoli. Erich von Leipzig perse la vita a Uzunküprü, in provincia di Edirne, nel nord ovest della regione di Marmara in Turchia nel 1915 e fu sepolto nel cimitero di guerra tedesco di Tarabya, sul Bosforo, nei pressi della ex residenza estiva del Consolato tedesco.

Erich von Leipzig si chiamava inizialmente von Leipziger. Egli iniziò la sua carriera militare nel 1899 come Addetto militare a Bruxelles. Nel 1901 fu comandato con lo stesso incarico a Costantinopoli e a Belgrado. Nel 1905 fu concesso il cambiamento del nome di famiglia. Nel dicembre del 1914 fu nuovamente nominato Addetto militare a Costantinopoli, da dove furono inviati alcuni ranghi della spedizione tedesca nel vicino e nel medio oriente. Nel viaggio di ritorno dai Dardanelli il 29 giugno 1915 morì per un incidente con il proprio fucile. Anche se ufficialmente si mantenne la versione dell' incidente, ci sono tra l'altro indizi che la vedova non accettasse questa spiegazione.[921]

Victor Schnitzler così ricorda Erich von Leipzig:

La sua fine fu una tragedia infinita, e tutti coloro che hanno conosciuto la sua personalità attraente, il suo carattere cavalleresco e la sua fine sensibilità per le aggrovigliate strade della politica, specie nei Balcani, avranno profondamente pianto la sua prematura fine e non lo dimenticheranno mai.[922]

Dal matrimonio con Erich nacquero Erica von Leipzig nel 1895 e Marion von Leipzig nel 1898. Erika non si sposò, Marion fu la seconda moglie del direttore d'orchestra Hans Knappertsbusch (1888-1965) che fu il successore dal 1922 di Bruno Walter come direttore generale dell'Orchestra dello Stato bavarese.

Le ultime due figlie di Eduard ed Emma Schmidt aus Nachrodt furono:

5.1.3        Clara Schmidt (1830-1897), terzogenita, che sposò Robert Schnitzler. Cfr. 4.3.

5.1.4        Emma Schmidt

Emma Schmidt (1835-1882), l'ultima figlia di Eduard e di Emma Schmidt. Sposò Robert Löbbecke (1828-1864).[923] Dal matrimonio nacque Eduard von Löbbecke (1854-1915) funzionario amministrativo onorario, proprietario terriero.[924] Di religione evangelica, sposò la cattolica Amelie von Mallinckrodt nata nel 1857.[925] Dopo la morte a soli trentasei anni del marito Robert, Emma sposò Ferdinand Flinsch. Anche Emma morì giovane, a soli quarantasette anni: esiste[926] una bella lettera di Robert Schnitzler alla moglie Clara datata 16 giugno 1882, il giorno della morte di Emma, in cui si dice

Emma giaceva in una veste di seta bianca, rose nelle mani, rose sul petto, rose intorno al capo, una ghirlanda di rose circondava l'intero letto - il letto di morte di tua madre. Sopra si muovevano i rami di palma.

Figura 69: Emma Von Löbbecke-Schmidt.

5.1.2.1.1        Hans Hasso von Veltheim (1885-1956)

Primogenito di Franz e Clara von Veltheim, Hans Hasso studiò Storia dell'Arte a Monaco e si laureò in Filosofia nel 1912 a Berna. Nel 1906 diede l'esame da Ufficiale e nel 1908 prese la patente di pilota di mongolfiera della Federazione aeronautica internazionale. Partecipò in prima linea alla prima guerra mondiale e fu comandante per un anno dello Zeppelin. Il 7 ottobre 1916 sposò a Leverkusen Hildegard Duisberg (1893-1964), figlia dell'industriale chimico Carl Duisberg (1861-1964), direttore di ricerca della Bayer di Leverkusen, dal 1900 amministratore delegato, poi dal 1912 direttore generale e presidente del Consiglio di amministrazione della stessa società. Carl Duisberg fu uno dei promotori della formazione nel 1925 della I.G. Farben, in cui confluì anche la Bayer. Roberto Michels ricevette la partecipazione delle nozze che recava sul frontespizio la foto degli sposi all'uscita dalla chiesa di Leverkusen.[927] Dal matrimonio, scisso nel 1924, nacque l'unica figlia Michaela nel 1920, morta all'età di venti anni dando alla luce il figlio Michael von Busse-Veltheim.

Indologo appassionato, Hans Hasso fece frequenti viaggi in oriente, il racconto dei quali riportò in quattro volumi intitolati Diari dall'Asia. Ad Ostrau organizzava incontri di studi euro-asiatici ed antroposofici, ospitando nel suo castello artisti, scienziati, religiosi, antroposofi. K.K. Walther nella sua biografia ricorda in particolare i visitatori relativi all'anno 1921: filosofi, chimici, scrittori, storici dell'arte, pubblicisti, antroposofi, camerlenghi, medici, pittori, grafici, economisti, etnografi. Tra essi nomina la scrittrice Lou Andreas-Salomé, il rabbino capo di Berlino Leo Baeck e Roberto Michels.[928] Roberto Michels fu infatti spesso ospite, anche con la figlia Daisy, del cugino Hans Hasso al castello di Ostrau durante i suoi frequenti viaggi di studio o per congressi, o anche solo quando faceva visita ai suoceri a Halle. Con il rabbino capo Leo Baeck[929] di Berlino Hans Hasso strinse amicizia e più volte lo visitò a Berlino. Lo aiutò durante la persecuzione nazista e quando il rabbino fu internato dal 1943 al 1945 nel campo di Theresienstadt, gli fece giungere tramite corriere pacchi di viveri.[930]A sua volta Leo Baeck da Londra, dove si era rifugiato, aiutò Hans Hasso quando questi, ammalato di polmonite, con la febbre a 40°, dovette fuggire dal proprio castello all'arrivo dell'armata russa nel 1945. Nella fuga dal castello Hans Hasso dovette abbandonarvi gran parte della sua biblioteca, circa 20.000 volumi, la sua raccolta di oggetti d'arte, soprattutto orientali, e l'archivio di famiglia. Il castello fu espropriato, la biblioteca e i beni artistici furono in parte consegnati all'Università di Halle, il resto depredato o confiscato dai sovietici. Il castello divenne proprietà dell'Università di Halle, e in esso nel 1946 il prof. Erich Menner fondò l'Istituto per la biologia pratica. Più tardi l'edificio fu usato come internato e oggi è sede di una scuola elementare, di un club giovanile e della Fondazione culturale di Ostrau.

Il castello attuale, in stile barocco francese, fu fatto erigere nel 1713 dall'antenato Otto Ludwig von Veltheim (1672-1714), che si servì dell'architetto francese Louis Remy de la Fosse.[931] Fu completamente rinnovato insieme al parco da Hans Hasso tra il 1929 e il 1933, come si può leggere nel medaglione posto in alto sulla facciata ovest. Nel 1933 Hans Hasso inoltre fece trasformare in stile antroposofico la loggia del patronato costruita dall'avo Otto Ludwig alla fine del seicento nella Chiesa del castello, che si trova nel paese, in una cappella funeraria con altare, la Grab-Altar-Kapelle, destinandola a sua ultima dimora.

Hans Hasso morì nel 1956 nel Sanatorio di Utersum nell'isola di Föhr.[932] Le sue ceneri furono ospitate nella tomba del padre del procuratore dr. Heinrich Hehemann nel cimitero Melaten di Colonia. Il 13 ottobre 1990 furono traslate nella Grab-Altar-Kapelle a Ostrau.[933]

5.2        La famiglia Stein: famiglia di origine della bisnonna paterna di Roberto Michels e i suoi discendenti.

Tavola XXIII

Il fondatore del Negozio-Banca J.H. Stein di Colonia e progenitore della dinastia Stein di questa città fu Johann Heinrich Stein (1773-1820). La sua primogenita, Wilhelmine Stein (1800-1865) sposò nel 1821 Karl Eduard Schnitzler (1792-1864). La famiglia Stein è quindi direttamente imparentata con gli Schnitzler. Nel corso degli anni poi queste famiglie si legarono ulteriormente con matrimoni tra i loro discendenti.

Christoph Stein, il primo antenato documentabile della famiglia, è nato verso il 1553 a Gaildorf am Kocher,[934] dove fu Guardia forestale e dove morì nel 1621. Il suo discendente Johann Heinrich Stein, il vecchio, (1730-1783) migrò a Mannheim[935] dove gestì un emporio con annessa fabbrica di tabacco. Vendeva stoffe, porcellane, terrecotte, prodotti cosiddetti coloniali come thé, spezie, caffè, zucchero, tabacco, vino, liquori e faceva “a fianco” affari bancari. Lui e la moglie Maria Franziska Roth amavano la poesia e Friedrich Schiller frequentava la loro casa.

Il loro figlio Johann Heinrich Stein (1773-1820) venne mandato come apprendista presso la rinomata ditta di Daniel e Karl Herf a Kreuznach. Lì imparò ad occuparsi di spedizioni, commissioni di merci e di affari bancari. Emigrato a Colonia, vi fondò la Casa commerciale e bancaria J.H. Stein che si occupava principalmente di commissioni e spedizioni di merci e dal 1804 anche del commercio di vini. Nel 1799 J.H. Stein sposò Katharina Maria Peill (1778-1854), figlia di un ricco medico di Stolberg.[936] Con il matrimonio giunsero alla casa bancaria anche notevoli finanziamenti. Dopo la morte di Johann Heinrich, avvenuta improvvisamente nel 1820 a Yverdon in Svizzera durante un viaggio, la direzione dell'impresa J.H. Stein passò provvisoriamente fino al 1825 nelle mani del suo collaboratore di fiducia Clemens Schmits, e poi al genero Karl Eduard Schnitzler, che nel 1822 era entrato come socio e che ne mantenne la direzione fino al 1864. La vedova Stein rimase comunque la principale proprietaria, dato il capitale che aveva investito all'epoca del matrimonio. Nel 1829 il primogenito del fondatore, Johann Heinrich Stein (1803-1879), che proprio in quell'anno si era sposato, diventò socio, e così nel 1834 il fratello Karl Martin Stein (1806-1868). Sotto la direzione di Karl Eduard Schnitzler la ditta passò all'attività bancaria vera e propria, senza tuttavia rinunciare completamente ai vecchi rami di attività.

Degli 11 figli nati da Johann Heinrich Stein e Katharina Maria Peill quattro morirono nella prima infanzia, degli altri si riportano alcune informazioni.

5.2.1        Wilhelmine Stein (1800-1865), primogenita, sposò Karl Eduard Schnitzler. Vedi 4.2.

5.2.2        Johanna Stein

Johanna Stein (1801-1862), sposò il commerciante Carl Luckemeyer, Regio Consigliere di commercio. Dal matrimonio nacque Mathilde Luckemeyer, nota come Mathilde Wesendonck, poetessa amata da Richard Wagner. Il marito di Mathilde, Otto Wesendonck ricco commerciante, sostenne finanziariamente Wagner fin dal 1853, dopo averlo conosciuto l'anno prima a Zurigo durante un concerto.

[Nel 1855] i Wesendonck avevano intrapreso la costruzione  di una sontuosa villa con vista sul lago di Zurigo, su un rilievo chiamato «Gabler» (più tardi battezzato da Wagner «Collina Verde»), nel sobborgo di Enge. Nell'acquisto di una modesta casa contigua alla proprietà Mathilde vide il modo di esaudire il desiderio, più volte espresso da Wagner, di avere un'abitazione con giardino per sé solo.[937]

Nel 1857 Otto si trasferì con la famiglia nella villa, oggi Museo Rietberg a Zurigo. Mise a disposizione di Wagner il cottage, che Wagner chiamò Asyl, contiguo alla villa stessa. Il rapporto tra Mathilde Wesendonck e Wagner andò intensificandosi: Mathilde si considerava la sua Musa e come tale gli inspirò il Tristano e Isotta. Wagner musicò anche cinque poesie scritte da Mathilde, note come «Die Wesendonck Lieder».[938] L'intreccio tra Mathilde e Wagner fu bruscamente interrotto in seguito all'intercettazione di una lettera amorosa di Richard da parte della moglie Minna. Wagner partì per Venezia.

Nel 1872 la villa fu venduta, i coniugi Wesendonck si trasferirono a Lipsia e poi a Berlino, ove Otto Wesendonck morì nel 1896. A Berlino Victor Schnitzler incontrò Mathilde:

Andai due volte accompagnato da Mathilde Wesendonck, una cugina di mio padre, ad [ascoltare] il Quartetto-Joachim[939] nella sala dell'Accademia di Canto, per il quale non c'eran biglietti in vendita. Questa era purtroppo l'unica [forma di] ospitalità che la famosa signora mi ha concesso.Tuttavia i miei genitori avevano un particolare ricordo di Mathilde Wesendonck dell'epoca di Zurigo. Essi erano stati una sera nella villa signorile sulla verde collina, quando giunse inaspettato Richard Wagner dal suo Asyl e fece ascoltare per la prima volta agli amici e agli ospiti il "Tristano", un avvenimento commovente che i miei genitori entusiasti ci avevano raccontato spesso.[940]

Mathilde Wesendonck dal 1880 al 1890 tenne a Berlino un Salotto letterario[941] in cui riceva artisti e letterati, e frequentò il salotto letterario di sua cugina Anna vom Rath-Jung (1836-1918), figlia di Pauline Stein.

5.2.3        Johann Heinrich Stein

Johann Heinrich Stein (1803-1879), banchiere, sposò Katharina Adelaide Herstatt, di antica famiglia ugonotta, dedita al commercio dei tessuti e più tardi banchieri.

La famiglia Herstatt discendeva da ugonotti di Valenciennes, giunti nel 18° secolo a Colonia. Presto divennero importanti commercianti/produttori nel ramo tessile. Attraverso matrimoni si crearono presto legami con altre famiglie protestanti della regione, come per esempio le famiglie Schombarth, Nierstrass da Eschweiler, Peltzer da Stolberg, Welter da Colonia, Hösch da Zurigo, Steinberg da Düsseldorf, dai quali proveniva anche la clientela e la famiglia von der Leyen, uno dei principali fabbricanti di seta di Krefeld. Johann Jacob Herstatt (1743-1811) insieme al fratello Johann David (1740-1809), nonno di Katharina Adelaide, produceva nastri di seta in uno stabilimento dove erano impiegati fino a 30 maestri a più di 200 telai. Nel 1782 Johann David fondava la ditta J.D. Herstatt.

Johann Heinrich Stein entrò come comproprietario insieme al cognato Karl Eduard Schnitzler e poi al fratello minore Karl Martin nella ditta H.J. Stein.

Un nipote di Johann Heinrich Stein e di Katharina sposò Adele Rautenstrauch (1874-1970), cognata del cugino primo di Roberto Michels, Karl Leopold Kaufmann.[942]

5.2.4        Karl Martin Stein

Karl Martin Stein (1806-1868), banchiere, comproprietario della ditta J.H. Stein fu un rinomato intenditore e collezionista d'arte, membro della Commissione della Società d'Arte fin dalla sua fondazione nel 1839. Aveva sposato in prime nozze la sorella maggiore di Georg Gottlob Jung, Johanna Maria Sophie Jung da cui aveva avuto una figlia,

5.2.4.1        Ada Stein

Ada Stein  (1835-1855)[943] alla morte della madre nel 1844 aveva solo dieci anni. Ada (Giorgina Cordelia) sposò Karl Joseph vom Rath, fratello di Adolph vom Rath, marito di Anna Jung, sua cugina prima.

Karl Martin sposò allora in seconde nozze nel 1845 la sorella della moglie, di dieci anni minore, Marie Antoinette Jung, da cui ebbe quattro figlie:

5.2.4.2        Sophie Stein

Sophie Stein (1847-1915) sposò l'industriale delle pelli Cornelius Wilhelm Heyl di Worms, nobilitato nel 1886 come Freiherr von Heyl zu Herrnsheim. Nel 1883 Cornelius von Heyl fece costruire a Worms una grande villa di rappresentanza dove era solito ospitare politici, artisti, scienziati e che alla sua morte lasciò alla Città di Worms come "Stiftung Freiherr Cornelius Wilhelm und Freifrau Sophie von Heyl zu Herrnsheim, Kunsthaus Heylshof"[944] insieme alla ricca collezione di quadri, sculture, vetri, porcellane e altro che con passione insieme alla moglie aveva raccolto e che comprendeva anche una parte della collezione di Karl Martin Stein, ereditati dalla moglie e alcuni quadri donati dal fratello Karl Maximilian Freiherr von Heyl zu Herrnsheim. La nipote di Sophie Freifrau von Heyl zu Herrnsheim-Stein, Martha von Deichmann, nata nel 1899, sposò il nipote di Greta Michels, Theodor Freiherr Geyr zu Schweppenburg.

5.2.4.3        Dorothea Stein

Dorothea Stein (1848-1930) sposò Karl Maximilian Freiherr von Heyl zu Herrnsheim, fratello del cognato Cornelius, ingegnere, generale, cofondatore del Landesmuseum di Darmstadt.

5.2.4.4        Tony Stein

Tony Stein (1853-1933) sposò Karl von Weegmann, capo della polizia di Colonia.

5.2.4.5        Melania Stein

Melania Stein (1858-1884), la figlia più giovane di Karl Martin, sposò Richard von Schnitzler, anch'egli appassionato collezionista d'arte, nipote di Karl Eduard Schnitzler.

Altri figli di Johann Heinrich e Katharina Maria Stein sono:

5.2.5        Amalie Stein

Amalie Stein (1810-1890) sposò Johann David Herstatt, fratello di Katharina A. Herstatt di cui sopra. J. David fu il fondatore della banca J.D. Herstatt di Colonia. La banca passata nelle mani del figlio Friedrich J. David (1831-1888) fu ereditata dal nipote Johann David Herstatt, marito di Clara Schnitzler, nipote di Robert Schnitzler.[945] 

5.2.6        Pauline Stein

Pauline Stein, nata nel 1816, sposò Georg Gottlob Jung,[946] fratello delle mogli di Karl Martin Stein, uomo politico, nazional-liberale, di Colonia, che era stato uno dei fondatori della Rheinische Zeitung. La loro figlia Anna Jung sposò il banchiere Adolph vom Rath (1832-1907), accolto nell'aristocrazia prussiana nel 1901. Del salotto di Anna Jung scrisse in un appunto Roberto Michels.[947]

5.2.7        Franziska Juliane Stein

Franziska Juliane Stein (1819-1901) sposò Ignaz Bürgers. Del figlio di Franziska Stein, Max Victor Bürgers, parla Roberto Michels nei suoi appunti su Berlino. La sorella di Ignaz, Elisabeth Bürgers, sposò Hermann Simons, suo nipote Otto von Kesseler si sposò con Martha Michels.[948]


PARTE SESTA

6.        Altre famiglie di Colonia legate per matrimonio con gli Schnitzler e i von Schnitzler.

Le famiglie dell'alta e media borghesia della Renania, di Colonia in particolare, fossero esse proprietarie terriere o industriali o banchieri, intrecciarono così strettamente i loro rapporti attraverso il matrimonio, spesso anche sposandosi tra cugini stretti, o gruppi di fratelli con gruppi di sorelle, che risulta difficile separare una famiglia dall'altra. Vengono riportate in questa sesta parte solo le famiglie maggiormente coinvolte.

I rapporti commerciali, esistenti dal 1818, tra le banche A. Schaaffhausen, J.H. Stein e Herstatt si consolidarono attraverso i matrimoni incrociati tra queste stesse famiglie, gli Schnitzler e i Deichmann, nonché tra le famiglie industriali più in vista dell'alta borghesia renana. Insieme finanziarono l'industrializzazione, l'attività mineraria, la navigazione sul Reno, diverse assicurazioni e guadagnarono fortune immense. Così avvenne per esempio per gli industriali dello zucchero. Anche la famiglia Michels faceva parte dell'alta borghesia di Colonia del 19° secolo ed era imparentata con molte famiglie di industriali e commercianti come i Neven DuMont, gli Schnitzler, i Mülhens, i Rautenstrauch, i von Poschinger, i Deichmann, i vom Rath, per citarne solo qualcuna.

6.1        Famiglia Deichmann

Tavola XXIV

F. Geyken, la biografa di Freya von Moltke-Deichmann, discendente Schnitzler, così presenta nel suo libro la famiglia Deichmann:

I Deichmann erano una delle più ricche famiglie di Colonia. Essi appartenevano alla piccola minoranza protestante della città, che a lungo era stata irrilevante. Delle circa 40.000 anime che qui vivevano nel 1794, solo 400 eran protestanti. Solo nel 1797 ebbero a Colonia il pieno diritto di cittadini e così iniziò l'ascesa di alcune famiglie evangeliche, che nel corso del diciannovesimo secolo si procurarono stima, potere e grandi ricchezze. Molti di loro iniziarono come case commerciali che poi si svilupparono come banche private. L'impresa Stein per esempio faceva parte di una conceria, più tardi commerciò in cereali e di quando in quando si occupava del commercio del vino. [949]

Con Wilhelm Ludwig Deichmann (1798-1876)[950] ebbe origine la dinastia dei banchieri Deichmann di Colonia. Dopo un apprendistato a Brema, Wilhelm Ludwig entrò nell'impresa commerciale e bancaria Schaaffhausen di Colonia, che Abraham Schaaffhausen aveva fondato nel 1790. Era questa un'azienda che, oltre ad occuparsi di logistica e di immobili, trattava anche affari bancari, e che dall'inizio del 19° secolo aveva spostato i suoi interessi sempre più nella direzione del settore bancario. Abraham Schaaffhausen era una personalità molto in vista e rinomata di Colonia al punto che Napoleone, nel 1800 durante l'occupazione francese, lo voleva nominare sindaco, «Maire», di questa città, ma Schaaffhausen oberato di incarichi vari, aveva rifiutato. Fu uno tra i primi a sostenere con prestiti la nascente industria renana e il settore minerario. Abraham morì nel 1824, senza figli maschi. Nel 1830, Wilhelm Ludwig Deichmann ne sposò la figlia Elisabeth, detta Lilla Schaaffhausen (1811-1888), assunse la direzione dell'impresa e nel 1848 la trasformò come prima banca di credito privata tedesca in società per azioni, la A. Schaaffhausen'schen Bankverein, e che diresse insieme a G. von Mevissen[951] e a suo genero Victor Wendelstadt.[952] Nel 1857 poi fondò una propria banca insieme ad Adolph vom Rath, la Deichmann & Co. 

Lilla Schaaffhausen proveniva da una famiglia cattolica, mentre Wilhelm Ludwig Deichmann era di religione protestante; quando si sposarono nel 1830, Lilla pretese che almeno le figlie femmine fossero battezzare secondo la religione cattolica. Degli undici figli che ebbe la coppia le sette femmine divennero cattoliche e si dedicarono come la madre ad opere religiose, mentre i quattro maschi seguirono la religione evangelica. Notevole il fatto che Lilla Deichmann-Schaaffhausen a 60 anni si iscrisse a Medicina all'Università di Bonn, specializzandosi in oculistica, e questo ben dieci anni prima che alle donne fosse ufficialmente permesso di frequentare l'Università. Durante la guerra franco-tedesca del '70-'71 Lilla aprì un lazzaretto a Colonia.

Nel 1836 la famiglia comprò a Mehlem presso Bonn un castello barocco, la Deichmannsaue, come residenza estiva.

Era desiderio della famiglia del banchiere di acquistare accanto all'appartamento di città una residenza di campagna che potesse servire come sede estiva. In questo modo, da ricchi borghesi, seguivano la moda del tempo che imitava lo stile di vita dei nobili. Una residenza estiva rappresentava uno status symbol e serviva nello stesso tempo alla famiglia, che spesso durante il periodo caldo si ritirava per più mesi in campagna, da rifugio e luogo di relax. Essa offriva la possibilità di ricevere ospiti. Nel bell'ambiente bucolico si coltivavano l'arte, la cultura, la letteratura e la musica.[953]

Amante della musica, Lilla ospitò spesso nella residenza estiva artisti come Robert e Clara Schumann, Max Bruch, Franz Liszt, Johannes Brahms.

La famiglia Deichmann si legò per matrimonio con le più importanti famiglie bancarie o industriali di Colonia come i vom Rath, von Mallinckrodt, i Langen, i von Guilleaume, gli Schnitzler, i Joest, e, attraverso i Rautenstrauch, si legò anche ai Michels:

        Susanne Rautenstrauch, nipote di W.L.Deichmann, sposò Karl Leopold Kaufmann, nipote di Peter Michels.[954]

        Julie Deichmann, figlia di (Wilhelm) Adolph Deichmann, fratello di Wilhelm Ludwig sposò il cugino primo di Roberto Michels, Robert Schnitzler.

        Carl Theodor Deichmann, altro nipote di Wilhelm Ludwig, sposò Ada von Schnitzler, figlia di Paul von Schnitzler.

        Martha von Deichmann, pronipote di Wilhelm Ludwig Deichmann, sposò Theodor Geyr zu Schweppenburg, nipote di Greta Michels.

        Hermann Wendelstadt, nipote di W.L. Deichmann sposò Clara Pfeifer, nipote di Robert Schnitzler.

Continua F. Geyken:

I Deichmann appartenevano al vertice della società, non solo di Colonia, ma dell'intero Regno tedesco. Essi avevano buone relazioni anche con la casa imperiale: non solo Paul von Schnitzler era un amico dell'imperatore Guglielmo II, ma già nella generazione precedente Lilla Deichmann ebbe buone relazioni con la Principessa Augusta von Sachsen-Weimar-Eisenach, che più tardi divenne la moglie dell'imperatore Guglielmo I. Entrambe avevano frequentato nello stesso periodo il pensionato femminile a Weimar, e la coppia imperiale spesso era ospite in casa Deichmann. Due generazioni più tardi Ella von Guilleaume (1875-1972), anch'essa nata Deichmann, e suo marito Arnold strinsero amicizia con i figli dell'Imperatore Guglielmo II, che avevano studiato a Bonn. Ada, Lilla, Ella e altre componenti della famiglia si impegnarono nella Chiesa, nella cultura e in molte altre fondazioni della città. Ella e suo marito fondarono la Förderverein[955] del Museo dell'Asia orientale. [...].[956]

6.2         Famiglia vom Rath

Tavola XXV

Eduard Schnitzler (1823-1900), primogenito di Karl Eduard, sposò nel 1854 Maria vom Rath (1831-1891), figlia di Johann Jakob il giovane.

Robert Schnitzler, fratello di Anna Michels Schnitzler, sposò Julie Deichmann, nipote di Johann Jakob il giovane.

Tony Schnitzler (1889-1968), figlia di Victor Schnitzler (1862-1934), anch'egli fratello di Anna Michels, sposò nel 1876 il nipote di Gerhard Karl vom Rath,fratello di Johann Jakob il giovane, Carl Julius vom Rath (1879-1957).

Questa la parentela diretta con gli Schnitzler.

La famiglia vom Rath proviene da Unterbarmen, sulla destra della Wupper, dove Peter aus'm Schlippen, morto nel 1630, gestiva un podere di nome Auf'm Rath.

Johann Jakob vom Rath il vecchio (1755-1819) fu il capostipite della famiglia di imprenditori che tra Duisburg e Colonia segnarono la vita commerciale e industriale della Renania del diciannovesimo secolo.

All'inizio dell'ottocento Johann Jakob aprì un negozio di spedizioni a Duisburg, dopo di che si dedicò alla produzione di tabacco, di sapone e di cicoria. Dalla moglie Katharina Elisabeth Haentjens ebbe dieci figli, che si legarono per matrimonio con gli Schnitzler, i Deichmann, gli Stein, i von Langen, i von Mallinckrodt, i Carstanjen che erano fabbricanti di tabacco e commercianti di prodotti coloniali, i Böninger, fabbricanti di tabacco ed molte altre famiglie di condizione sociale ed economica di rilievo, come è possibile vedere dalla

Due dei suoi figli, Johann Jakob vom Rath, il giovane, e Johann Peter vom Rath, nobilitato nel 1844, aprirono nel 1822 la prima raffineria di zucchero a Duisburg, la Joh. Jakob vom Rath & Söhne. Nel 1834 si trasferirono a Colonia, affidando ai fratelli minori[957] la raffineria di Duisburg, e ne fondarono un'altra, la Gebr. vom Rath, che fino all'inizio degli anni '40 fu la più grande della città e fu chiusa nel 1858.

La fabbrica di Duisburg e le raffinerie Karl Joest & Söhne, la Gebr. Carstanjen confluirono poi una dopo l'altra nella Pfeifer & Langen.[958]

Johann Jakob il vecchio sposò Katharina Haentjens da cui ebbe sei figli tra cui:

6.2.1        Johann Jakob il giovane

Johann Jakob il giovane (1792-1868) (fu uno dei fondatori della Camera di commercio di Duisburg. Era membro dei Consigli di amministrazione del "A. Schaaffhausen'schen Bankverein, della "Concordia Lebensversicherung" (Istituto assicurativo), della "Rheinische Eisenbahngesellschaft", del "Kölner Baumwollspinnerei und -weberei" (Tessile) ed anche della Rheinische Zeitung, tutti con sede a Colonia. Sposò Juliane Jakobine Böninger, figlia di un ricco fabbricante di tabacco di Duisburg. Tra i suoi cinque figli:

-        Arnold vom Rath sposò Maria Friederike Stein, figlia H.J. Stein, fratello di Wilhelmine Schnitzler-Stein.

-        Julia Deichmann- vom Rath, madre di Julie Schnitzler-Deichmann, nuora di Robert Schnitzler.

-        Emilie Maria Schnitzler vom Rath, moglie di Eduard Schnitzler.

6.2.2        Johann Peter vom Rath

Johann Peter vom Rath (1795-1866) fu il padre di Gerhard vom Rath (1839-1888) professore di mineralogia all'Università di Bonn, famoso per aver scoperto nuove specie di minerali, soprattutto vesuviani, e nonno di Felix vom Rath (1866-1905), compositore di Monaco di Baviera.

6.2.3        Gerhard Karl vom Rath

Gerhard Karl vom Rath (1802-1875) sposò la sorella della cognata Juliane Jakobine, Johanna Wilhelmine Böninger (1807-1867). Dal matrimonio nacquero tra gli altri

-        Karl Joseph vom Rath che sposò la sorella di Wilhelmine Schnitzler Stein, Ada Stein.

-         Adolph (Wilhelm) vom Rath che sposò Anna Jung, figlia di Pauline Stein. Adolph vom Rath fu tra i fondatori della Deutsche Bank.[959]

6.2.4        Karl Theodor Julius vom Rath

Karl Theodor Julius vom Rath (1838-1900), il cui figlio Carl Wilhelm Julius vom Rath fu il primo marito di Tony Schnitzler.

6.2.5        Friedrich Gustav vom Rath

Friedrich Gustav vom Rath (1807-1881), referendario, fabbricante di zucchero, fu il bisnonno di Ernst Eduard vom Rath (1909-1938), la cui uccisione avvenuta a Parigi, dove era segretario di legazione all'ambasciata tedesca, il 7 novembre 1938 per mano del diciassettenne ebreo polacco Herschel Grynszpan scatenò la notte dei cristalli.

6.3        Famiglia Camphausen

Tavola XXVI

In alcuni dei suoi scritti Roberto Michels fa riferimento ai politici Ludolf e Otto Camphausen, mettendo anche in risalto la parentela acquisita attraverso gli Schnitzler;[960] come nell'appunto riportato nella prima parte di questo testo, in 1.3, quando scriveva di Otto von Camphausen, aggiungendo

una nipote di quello aveva sposato un fratello di mia madre.

Karl Schnitzler, infatti, fratello di Anna Michels Schnitzler, sposò nel 1885 Emmy Camphausen. Emmy era figlia dei due cugini primi, Hermann Camphausen, figlio di Ludolf Camphausen e Mathilde Camphausen, figlia del fratello maggiore.

La genealogia della famiglia Camphausen risale all'avo Rath Kamphausen, che visse dal 1562 al 1635 a Kamphausen, un paesino a ca. 10 km al nord di Grevenbroich.[961] La famiglia Camphausen ebbe un ruolo importante nel commercio e nell'industria della regione renana. August, Ludolf, Otto, figli di Gerhard Gottfried Camphausen, proprietario di un frantoio a Hünshoven[962] e commerciante specializzato in tabacco ed olio, si distinsero come imprenditori e/o uomini politici. Gerhard Gottfried Camphausen (1771-1813) aveva sposato Marie Wilhelmine Peuchen (1770-1826), proveniente da una famiglia di commercianti di Rheydt, oggi quartiere di Mönchengladbach, che, dopo la morte prematura del marito, portò avanti gli affari del negozio, finché non subentrarono i due figli maggiori. August e Ludolf, trasformarono il negozio paterno nell'Istituto bancario e commerciale A. und L. Camphausen, la cui filiale di Colonia, fondata nel 1826, diventò presto la quarta banca principale della città. Gerhard e Marie ebbero tre figli maschi e due femmine:

6.3.1        August Camphausen

August Camphausen (1801-1883), il primogenito, fu banchiere e commerciante. Dalla seconda moglie Emilie Nacken ebbe tre figli:

6.3.1.1        Mathilde Camphausen

Mathilde Camphausen sposò il cugino Hermann Camphausen; la loro figlia Emmy sposò Karl Schnitzler, zio materno di Roberto Michels.

6.3.1.2        Fanny Camphausen

Fanny Camphausen sposò August Joest. I loro figli si legarono con i Pfeifer, i von Mallinckrodt, i Rautenstrauch e i von Schnitzler.[963] Di Fanny Camphausen si legge nel testo di Frauke su Freya von Moltke:

Quando la madre di Fanny[964] morì nel 1919, Ada scrisse il curriculum vitae di sua nonna, nel quale si dice: «La nonna non rimase a lungo nella casa paterna, a 21 anni si sposò il 20 gennaio 1856 con August Joest, il più giovane dei cinque figli del vecchio Carl Joest, i quali all'epoca facevano parte di quella minoranza di Colonia che in seguito ai loro rapporti con Londra e Parigi avevano affinato il gusto e la sensibilità per l'eleganza ed il loro modo di vivere.» Naturalmente la scrivente era felice che l'«eleganza» avesse trovato la via verso Colonia; e «raffinate abitudini di vita» influenzarono senza dubbio la fanciullezza e la gioventù di Freya[965]. 

6.3.1.3        Arthur Camphausen

Arthur Camphausen, ultimo figlio di August, fu banchiere e Presidente della Concordia. Sua figlia Gerda Camphausen (1881-1973) sposò il Cavaliere e Nobile[966] Ottmar von Poschinger, e divenne cognata di Ada Michels, cugina prima di Roberto Michels.

6.3.2        Ludolf Camphausen

Ludolf Camphausen (1803-1890), secondogenito di Gerhard Gottfried, fu banchiere e imprenditore. Come uomo politico fu il capo dei Liberali moderati nella Provincia Renana del Regno di Prussia durante il Vormärz. Dal marzo al luglio 1848 fu eletto Presidente dei Ministri del Governo rivoluzionario prussiano di marzo,[967] e fino al 1849 fu Plenipotenziario prussiano al Parlamento di Francoforte, dove il 27 marzo 1849 si votò la Costituzione di Francoforte e si propose al re Federico Guglielmo II di assumere la corona imperiale. Poco prima che il Re rifiutasse questa offerta, nell'aprile del 1849, Ludolf Camphausen si dimise. Fu membro della Prima Camera prussiana dal 1849, membro del Parlamento di Erfurt dal 1850 e nel 1860 entrò nella Camera dei Pari a vita. Nonostante si fosse ritirato dall'attività politica, dal 1867 al 1871 fu membro del Reichtag della Germania del Nord nel gruppo dei Vecchi Liberali (die Altliberalen).

Nel 1868 si ritirò anche dagli affari e si mise a insegnare privatamente biologia. Appassionato di astronomia si costruì un osservatorio presso Bonn. Nel 1860, grazie alle sue ricerche astronomiche ricevette la laurea honoris causa in Filosofia dall'Università di Bonn. (Berlino?). Dal 1838 al 1848 fu presidente della Camera di commercio di Colonia, fondò nel 1841 la "Società renana di navigazione dei rimorchiatori a vapore" o "Rheinische Dampfschleppschifffahrtsgesellschaft", che presto dominò la navigazione sul Reno dando grande impulso al commercio e all'industria. Insieme agli uomini d'affari David Hanselmann e Gustav Mevissen si impegnò nei progetti della linea ferroviaria Colonia-Anversa. Investì anche nelle linee ferroviarie Colonia-Minden e Bonn-Colonia. Fu tra i sostenitori del Kölnische Zeitung.

Ludolf Camphausen sposò nel 1828 Elise Lenßen (1804-1890), da cui ebbe due figlie e sei figli, tra cui Hermann che sposò la cugina Mathilde Camphausen.

6.3.3        Amalie Camphausen

Amalie Camphausen (1809-1874) sposò Wilhelm Diederich Lenßen, fratello della moglie di Ludolph e della prima moglie di August.

6.3.4        Maria Wilhelmine morì a vent'anni.

6.3.5        Otto von Camphausen

Otto von Camphausen (1812-1896), ultimo figlio di Gerhard Gottfried, si dedicò interamente all'attività politica: fu deputato liberale dal 1849, ministro delle Finanze prussiano dal 1869 al 1878, e ne curò il risanamento. Fu rimosso dall'incarico da Bismarck per le sue idee liberali. Pochi mesi prima della sua morte fu nobilitato e gli fu conferito l'ordine dell'Aquila nera, il più alto ordine prussiano.

6.4        Famiglia Joest

Tavola XXVII

La figlia di August Camphausen, Fanny Camphausen, sposò August Joest. La loro figlia Fanny Joest, sposò Paul von Schnitzler, secondogenito di Eduard, il prozio di Roberto Michels.

Carl Joest (1786-1848), padre di August, aveva sposato Wilhelmine Schimmelbusch, figlia unica di una rinomata famiglia di produttori di coltelli di Solingen. Era diventato socio della fabbrica che venne chiamata Schimmelbusch und Joest e unico proprietario alla morte dello suocero. La ditta esportava prodotti d'acciaio in Brasile in cambio di zucchero grezzo in pagamento che rivendeva in Olanda, oltre che nel proprio territorio. Quando la vendita dello zucchero grezzo non fu più produttiva, Carl Joest fondò a Colonia una raffineria di zucchero nel Holzmarkt presso il Reno, che cominciò a produrre nel 1831 e che in pochi anni divenne una delle più grandi della città. La direzione commerciale di questa raffineria fu affidata nel 1832 a Johann Jakob Langen di Solingen, che nel '33 diventatone azionista si trasferì a Colonia. Nel 1838 anche Carl Joest si trasferì a Colonia e nel 1841 trasformò la Schimmelbusch und Joest in Carl Joest & Söhne, di cui diventarono uno dopo l'altro comproprietari i figli Karl junior, Wilhelm, Eduard, August Joest. Nel 1844 J.J. Langen si ritirò dall'azienda.[968] August Joest (1825-1875), ed Emil Pfeifer, altro industriale dello zucchero, comprarono nel 1840 l'azienda agricola Gut Fronhof alla periferia di Colonia e impiegavano lì 5 dipendenti per trasformare le barbabietole di 51 contadini della zona in zucchero. Da questa cellula nacque più tardi l'impresa "Pfeifer & Langen", dopo che Joest se era già ritirato.

In seguito al matrimonio con Fanny Camphausen anche August Joest diventò banchiere.

Maria Wilhelmina Joest (1843-1901), sorella di August, sposò il figlio di Wilhelm Ludwig Deichmann, Wilhelm Theodor Deichmann. Il loro figlio Carl Theodor Deichmann sposò Ada von Schnitzler, sua cugina prima. Sua nipote Martha von Deichmann sposò il nipote di Greta Michels, Theodor Barone von Geyr zu Schweppenburg.

Un nipote di August Wilhelm Carl[969] Joest (1852-1897), naturalista, grande viaggiatore, si occupò di etnologia. Lasciò per testamento la sua enorme raccolta etnografica, antropologica e zoologica alla sorella Adele Rautenstrauch-Joest che nel 1899 la regalò alla città di Colonia e che rappresentò uno dei lasciti più importanti per il Museo Rautenstrauch-Joest di questa città, fatto costruire da Adele e poi dai suoi figli. Wilhelm Carl era figlio di Eduard Joest, fratello di August e di Maria Wilhelmina Eduarda Leiden; sposò Clara vom Rath, figlia di Maria Friederika Stein, nipote di Wilhelmina Schnitzler-Stein.

6.5        Famiglie Pfeifer, Langen

Tavola XXVIII a        Famiglia Pfeifer

Tavola XXVIII b        Famiglia Langen

Eugen Pfeifer sposò la sorella di Anna Michels Schnitzler, sua figlia Anna Pfeifer sposò Adolph Langen.

Tra gli imprenditori che segnarono la storia dell'industrializzazione della Renania nel secolo diciannovesimo è da annoverarsi Emil Pfeifer (1806-1889). Cattolico, sposatosi due volte, Emil Pfeifer ebbe 5 figli:

- da Emma Hoesch evangelica-riformata, nacquero Maria e Valentin Pfeifer (1837-1909) entrambi evangelici-riformati,

- da Josephine Mayer, cattolica, nacquero i cattolici Eugen Pfeifer (1848-1915), Emma morta a tre anni e Johanna Pfeifer, nata nel 1857, sposatasi con il Presidente del Governo di Münster, Alfred Gescher.

Emil Pfeifer fu il pioniere dell'industria zuccherificia. Studiò metallurgia all'Accademia mineraria di Freiberg in Sassonia, e poi dal 1830 Ingegneria meccanica, Chimica, Filosofia all'Università Kaiser-Wilhelm[970] di Berlino. Nel 1840 con August Joest comprò il podere agricolo Gut Fronhof nei pressi di Ossendorf alla periferia di Colonia, ove fece coltivare le barbabietole da zucchero e nel 1851 fondò lungo il Reno la prima raffineria di zucchero da barbabietole. Ritiratosi August Joest dall'impresa nel 1853, Emil Pfeifer, rimasto unico proprietario, la ribattezzò Emil Pfeifer & Com. Nel 1865 fece entrare come socio il figlio di primo letto, Valentin Pfeifer, e assunse come dirigente tecnico l'ing. Eugen Langen, figlio dell'imprenditore Johann Jakob Langen.

Johann Jakob Langen (1794-1869), anch'egli imprenditore dello zucchero, come Presidente della Camera di Commercio di Colonia, incarico che tenne dal 1848 al 1856, si oppose accanitamente all'uso della barbabietola al posto dello zucchero greggio coloniale, e propose una forte tassazione sulle barbabietole stesse. Finché fu lui il presidente, la Camera scoraggiò l'industria dello zucchero da barbabietole. Molto più tardi, nel 1861, l'impresa Langen & Söhne, fondata da J.J. Langen dopo il suo ritiro dalla collaborazione con Carl Joest, e che era ora in mano ai figli, produsse anch'essa lo zucchero dalle barbabietole.[971] Johann Jakob Langen gestiva, oltre alla raffineria di zucchero, la Friedrich-Wilhelm Hütte di Siegburg.[972]

Eugen Langen (1833-1895), suo figlio, nel 1858 entrò nella fabbrica di zucchero del padre che continuò a dirigere anche dopo la sua morte, nonostante si dedicasse ad altre imprese. Eugen era ingegnere, aveva seguito chimica, chimica tecnica, costruzione delle macchine al Politecnico di Karlsruhe. Particolarmente dotato per la ricerca e grande imprenditore, Eugen Langen nel 1864 aveva fondato con Nikolaus August Otto[973] la N.A. Otto & Cie, dove nel '66 si produsse il primo modello di motore. L'impresa nel 1872 divenne la "Gasmotoren-Fabrik Deutz & Cie" e nel 1876 fu realizzato e brevettato il motore a combustione interna a quattro tempi basato sul ciclo di Otto. Ricco di iniziative nuove, Eugen Langen fu il primo a proporre lo zucchero in zollette e inventò la monorotaia sospesa, il Schwebebahn di Wuppertal. Si interessò anche delle Colonie tedesche dell'Africa del Nord. Eugen Langen si era sposato due volte ed aveva avuto in totale 14 figli. La prima moglie, Henriette Thurneysen, figlia di un fabbricante di carta di Basilea, morì di parto nel 1873. La seconda moglie Henriette Johanna Hermine Schleicher, sposata nello stesso anno, era sua nipote, figlia della sorellastra Emma Johanna Langen (1818-1903).

Nel 1870 Emil Pfeifer, Valentin Pfeifer e Eugen Langen fondarono a Elsdorf[974] la prima fabbrica di zucchero della Pfeifer & Langen, e nel 1879 la succursale a Euskirchen. Successivamente entrò a far parte dell'impresa anche il figlio più giovane di Emil, Eugen Pfeifer, fratellastro di Valentin, che nel 1876 aveva sposato Paula Schnitzler, la sorella di Anna Michels e la cui figlia Anna Pfeifer sposò successivamente Adolph Langen, fabbricante a Krefeld, uno dei figli di Eugen Langen. Eugen Pfeifer, oltre che fabbricante di zucchero, era anche Presidente della Società delle Raffinerie tedesche e azionario, oltre che membro del Consiglio di Vigilanza, della Gasmotoren-Fabrik Deutz A.G.

Altri legami con la famiglia Schnitzler si ebbero con

-        Jakob Langen (1827-1895), fratello di Eugen, sposò Emilie Schnitzler, figlia di Karl Albert Schnitzler (1798-1852), fratello di Karl Eduard.

-        Emma Henriette Langen, sorella di Adolph, nata nel 1874, che si sposò con Lorenz August von Recklinghausen[975]nipote di Julia Henriette Schnitzler, sorella di Karl Eduard.

-        Friedrich Albert Langen (1836-1891), fratello di Eugen, sposò, Ida Goeters ,figlia di un'altra sorella di Karl Eduard Schnitzler, Laura Sophia. Il loro figlio

Albert Langen (1869-1909), fu un editore famoso di testi francesi e scandinavi e autore di Semplicissimus, un settimanale satirico di critica letteraria, politica e culturale; sposò Dagny Biørnson, figlia del premio nobel per la letteratura dell'anno 1903, lo svedese Biørnstjerne Biørnson. Albert Langen era quindi cugino d'acquisto di Anna Pfeifer, cugina prima di Roberto Michels. In famiglia ancora esiste la raccolta dei fascicoli di Simplicissimus.

Il legame tra i Pfeifer e gli Schnitzler si ebbe anche attraverso la sorella di Emil Pfeifer:

Lilla Pfeifer (1813-1868), che sposò Georg Franz von Brentano (1801-1852), nipote dei fratelli Clemens von Brentano e Bettina von Armin ed il cui Il figlio, Emil Georg von Brentano, sposò Tony Müller aus Königswinter, figlia di Emilie Schnitzler, la primogenita di Karl Eduard, e del poeta Wolfgang Müller.[976]

6.6        Famiglia Brentano di Tremezzo

Tavola XXIX

Emil Georg von Brentano, marito di Tony Müller, era nipote di Franz Dominicus, fratellastro dei poeti Clemens e Bettina Brentano.

La famiglia Brentano, lombarda e di nobile lignaggio, viene nominata per la prima volta nel 1330 per la nascita di tal Johannes de Brenta dictus de Brentani. Al quattordicesimo secolo si fanno risalire le diverse linee in cui si suddivise la famiglia. Nel corso del diciassettesimo secolo molte di queste linee si stabilirono a Francoforte sul Meno. Tra i Brentano che si distinsero in particolar modo anche al di fuori dei confini di Francoforte ci furono i Brentano di Tremezzo. Il progenitore di questi Brentano fu Don Domenico (1651-1723) che spostò la propria ditta commerciale da Milano a Francoforte nel 1698. Giunti a Francoforte i Brentano di Tremezzo cessarono di portare il titolo nobiliare, che fu ripreso solo dai loro discendenti alla fine dell'ottocento. Don Domenico, che rimase fedele alla propria religione romano-cattolica, non riuscì ad ottenere la cittadinanza dalla Città Libera di Francoforte, città strettamente luterana; ci riuscì invece suo figlio Domenico Martino Brentano (1686-1755) che intentò nel 1740 un processo, con esito favorevole, contro il Consiglio della Città Libera di Francoforte e che fu il primo cattolico ad averne la Cittadinanza. Don Domenico fondò a Francoforte la ditta commerciale Domenico Brentano e Figli, che ben presto in mano ai suoi successori divenne una delle ditte più rinomate del luogo, in stretti rapporti commerciali con l'Olanda, l'Italia e Treviri.

Pietro Antonio Brentano (1735-1797), figlio di Domenico Martino entrò a diciotto anni come socio nella ditta del nonno, fondò successivamente una propria ditta commerciale,che si occupava essenzialmente di olio e vino, sempre a Francoforte. Fu al servizio del Principe Elettore di Treviri, Clemens Wenzeslaus di Sassonia, da cui fu nominato Consigliere Intimo e "Residente presso la libera Città Stato di Francoforte" e dovette assumere il nome di Peter Anton. Nel 1785 divenne Esattore generale della Circoscrizione elettorale del Reno[977] e visse da allora per la massima parte del tempo alla Corte del Principe Elettore a Coblenza. Suonava il violino e componeva poesie in italiano. Si sposò tre volte ed ebbe in tutto 20 figli, dei quali solo quindici raggiunsero l'età adulta.

        Franz Dominicus Brentano (1765-1844), uno dei figli che Peter Anton aveva avuto dalla prima moglie Paula Brentano-Gnosso, come figlio maschio maggiore alla morte del padre nel 1797 divenne capo famiglia e capo della Casa Bancario-Commerciale Brentano. Sposò Antonie Edle von Birkenstock (1780-1869), nota poi come Antonie Brentano, figlia del Consigliere Imperiale di Corte Johann Merchior Birkenstock di Vienna, politico austriaco, riformatore della scuola e collezionista d'arte, amico e sostenitore di Beethoven. Antonie fu famosa per il suo legame con Beethoven che ebbe l'occasione di conoscere a Vienna nella primavera del 1810 e di frequentarlo. Nel 1809 infatti Antonie Brentano era andata con i figli a Vienna per curare il padre, che però nello stesso anno morì. Dopo la morte del padre si fermò a Vienna fino al 1812 nella casa paterna, per occuparsi della enorme collezione d'arte del padre e della sua biblioteca.[978] Beethoven dedicò alla figlia di Antonie, Maximiliane Brentano (1802-1861) il trio in un movimento in si bemolle maggiore (WoO 39), scritto nel 1821 con la dedica "Alla mia piccola amica Maximiliane Brentano, per incoraggiarla a suonare il pianoforte". Sempre a Maximiliane Brentano Beethoven dedicò la sonata per pianoforte in mi maggiore n.30 op. 109,[979] scritta nel 1819, autunno 1820. Secondo uno dei massimi studiosi contemporanei di Beethoven ed autore di una importante biografia sul musicista, Maynard Salomon, Antonie Brentano sarebbe stata l'amata immortale, cui Beethoven avrebbe destinato una lettera scritta il 6-7 luglio 1812 a Teplitz, mai spedita, oppure rimandatagli dalla destinataria e ritrovata dopo la sua morte. Dalla lettera emerge che l'Amata si trovava a Karlsbad - oggi Karlovy Vary - , e Antonia era lì in quel periodo. Franz Dominicus aveva ereditato dal suocero la "Brentanohaus" una grande villa a Winkel nel Rheingau,[980] circondata da vigneti, dove la famiglia, a partire dal 1806 passava i mesi estivi. La casa era frequentata da ospiti come Wolfgang von Goethe, che lì scrisse una parte del suo Viaggio in Italia, e dove ritornò anche negli anni 1814 e 1815; i fratelli Grimm,[981] il Barone vom und zum Stein.[982] La casa appartiene ancora ai discendenti Brentano, che l'hanno trasformata in albergo, mantenendo però molti degli arredi antichi e le stanze di lavoro e di riposo di Goethe.

Georg Franz Brentano (1801-1852), fratello maggiore di Maximiliane, sposò Lilla Pfeifer, sorellastra del fabbricante di zucchero di Colonia, Emil Pfeifer, il loro figlio

Emil Georg Brentano (1854-1890) sposò la figlia di Emilie Schnitzler e Wolfgang Müller von Königswinter, Tony Müller von Königswinter. Il loro figlio

Franz Anton Brentano (1882-1940) riprese il von nobiliare.

Peter Anton, sposò in seconde nozze nel 1774 Maximiliane Euphrosine von La Roche, di ventuno anni più giovane. Maximiliane von La Roche era figlia del Cancelliere del Principe Elettore di Treviri, Georg Michael von La Roche, e di Sophie von La Roche, nata Gutemann, scrittrice. In Thal-Ehrenbreitstein, dove abitava, Sophie von La Roche aveva aperto un Salone Letterario in cui intratteneva letterati illustri come Wolfgang von Goethe, che proprio in questa casa nel 1772 incontrò la figlia Maximiliane di cui divenne molto amico e cui si ispirò in parte per il personaggio di Lotte nel romanzo I dolori del giovane Werther. Maximiliane von La Roche, sposando Peter Anton, si trovò diciassettenne a dover affrontare il governo della casa e a dover far da madre a cinque orfani la cui madre era morta nel 1870, dei quali il più grande aveva solo undici anni. Da questo nuovo matrimonio nacquero dodici figli, gli ultimi tre dei quali morirono a meno di un anno di vita. Maximiliane Euphrosine morì in seguito alla nascita del dodicesimo. Tra i dodici figli i più noti sono certamente gli scrittori Clemens Brentano (1778-1842)[983] e la sorella Bettina Brentano (1785-1859) che sposò l'amico di Clemens, Achim von Armin, anch'egli poeta e scrittore, uno dei massimi esponenti del Romanticismo Tedesco. Clemens Brentano e Achim von Armin insieme andarono alla ricerca di vecchi canti popolari tedeschi, che pubblicarono nel 1805, 1806, 1808 nei tre volumi de "Il Corno Magico del Fanciullo", in cui tra l'altro inserirono molte liriche proprie in stile arcaico.[984] Di Bettina Brentano, amica di Beethoven[985] e di Goethe si ricorda in particolare "Lettere di Goethe ad una bambina".

Fratello di Clemens e Bettina fu tra gli altri Christian Brentano (1784-1851) anch'egli scrittore, erede universale delle opere del poeta, la cui moglie Emilie Genger fu la prima curatrice della raccolta completa degli scritti di Clemens Brentano. Figli di Christian e Emilie Brentano, quindi fratelli di Clemens e Bettina, furono

Lujo Brentano (1844-1931),[986] l'economista e sociologo che Roberto Michels ebbe come docente a Monaco e con cui ebbe fu in contatto,[987] e lo psicologo e filosofo Franz Brentano (1838-1917).

6.7        Famiglia Mallinckrodt

Tavola XXX

I Mallinckrodt, patrizi risalenti al tardo medioevo, erano imprenditori originari della Vestfalia, che nel corso dell'ottocento si spostarono a Colonia.

Gustav II von Mallinckrodt (1829-1904), evangelico luterano, fabbricante di pelle a Crombach,[988] commerciante all'ingrosso a Colonia, sposò nel 1855 la cattolica Bertha Deichmann, figlia del banchiere di Colonia Wilhelm Ludwig Deichmann; i loro figli furono tutti battezzati cattolici. Fu nominato Consigliere intimo di Commercio del Regno di Prussia e nobilitato con tutta la famiglia nel 1902 dal Kaiser Wilhelm II.

Dei suoi sei figli quattro si sposarono in famiglie legate agli Schnitzler e ai Michels:

-        Amelie von Mallinckrodt, la secondogenita, nata nel 1857, sposò Eduard von Löbbecke, evangelico, figlio di Emma Schmidt aus Nachrodt, sorella di Klara Schnitzler-Schmidt.

-        Gustav III von Mallinckrodt (1859-1939), dottore in legge, industriale e politico. Fu nobilitato nel 1902. Sposò una discendente della famiglia Peill, Adele Marie.[989]

-        Wilhelm (Arnold) von Mallinckrodt (1864-1930), banchiere, proprietario di tenuta. Sua figlia, Lilly von Mallinckrodt, sposò nel 1910 Georg von Schnitzler, figlio di Paul von Schnitzler.

-        Hortense von Mallinckrodt (1867-1950), cattolica, sposò il cattolico Theodor von Guilleaume, proprietario di tenuta, nobilitato nel 1904, nominato barone nel 1914, cognato di Clara Michels, figlia di Gustav Michels.

6.8        Famiglia Guilleaume

Tavola XXXI

La famiglia Guilleaume, cattolica, fu una delle famiglie di imprenditori e di industriali di Colonia tra le più ricche ed importanti della fine ottocento - inizio novecento. Originaria di Solingen, deve la sua fortuna a Franz Karl Guilleaume il vecchio (1789-1837), consigliere ecclesiastico della chiesa di Sant'Alban di Colonia, consigliere della città, farmacista e chimico, che sposò Christina Felten, l'unica figlia superstite di Theodor Felten, maestro cordaio di Colonia. Ebbe così origine la fabbrica di cordami di canapa, la Felten & Guilleaume.

Franz Carl Guilleaume il giovane (1834-1887), suo nipote, trasformò la produzione di corde in produzione di fili metallici e cavi per le miniere e la telegrafia. Fondò a Colonia-Mülheim la fabbrica Carlswerk, dove produsse cavi di ferro e d'acciaio di diverse qualità per linee telegrafiche sospese, sotterranee, e sottomarine. Fu un imprenditore illuminato, attento alle esigenze sociali dei suoi operai, e fondò per loro a Mülheim una Cassa di risparmio, una Cassa malattie, un emporio, un asilo, costituì un fondo per invalidi, e costruì appartamenti per i suoi operai. Franz Carl fu nominato Consigliere di commercio prussiano, fece parte dell'Associazione elettrotecnica e della Società coloniale tedesca. Sposò Antoinette Gründgens, zia dell'attore, regista e intendente di teatro Gustav Gründgens. Nel 1904 la famiglia fu nobilitata. Dal matrimonio nacquero quattro figli:

-        Margarethe Guilleaume (1862-1916) sposò Emil Windthorst.

-        Theodor, Barone von Guilleaume (1861-1933), direttore generale e dal 1900 presidente del Consiglio di vigilanza del Carlswerk; fu nominato Consigliere intimo di commercio. Sposò Hortense von Mallinckrodt.

-        Max von Guilleaume (1866-1932), Consigliere intimo di commercio, sposò la cugina prima di Roberto Michels, Clara, figlia di Gustav Michels.

-        Arnold von Guilleaume (1868-1939) sposò la nipote di Wilhelm Ludwig Deichmann e Lilla Schaaffhausen, Elisabeth Deichmann,[990] nota come Ella. Arnold fece costruire tra il 1906 e il 1908 un castello di stile neobarocco a Ernich presso Remagen, che servì alla coppia come residenza estiva fino al 1919, anno in cui fu occupato da trenta soldati americani. Negli anni trenta e fino all'inizio della 2a guerra fu un hotel, divenne quindi un lazzaretto, infine dal 1959 passò ai Francesi e per 50 anni fu sede della loro Ambasciata.

-        Maria Emma Josephina Hubertina Guilleaume (1871-1944) sposò il pittore August Neven DuMont, nipote di Peter Michels. La coppia si trasferì in Inghilterra.[991]

6.9        Famiglia Mülhens e Rautenstrauch

Tavola XXXII a        Famiglia Mülhens

Tavola XXXII b        Famiglia Rautenstrauch

Ernst Michels, terzo figlio maschio di Peter, sposò nel 1869 Caroline Mülhens, detta Lina, figlia di Peter Joseph Mülhens. Nelle sue memorie di gioventù Ernst Michels descrive il momento in cui decise di chiedere la mano di Lina:

La signorina Lina non mi chiedeva chiarimenti, ma quando io fui sicuro che non avrei ricevuto alcun rifiuto e dopo che mi fui accertato del consenso dei miei genitori, mi decisi a scrivere a Papà Mulhens per chiedergli un colloquio... I miei passi si diressero in attesa della risposta verso la casa gotica nella Glockengasse n°4711, (antica numerazione delle case[992]) di fronte alla posta dei cavalli, come indica l'antica etichetta verde-oro sulle bottiglie dell'acqua di Colonia.[993]

All'origine della produzione dell'acqua di Colonia c'è una leggenda:

Wilhelm Mülhens (1764-1841), il padre di Peter Joseph, nel 1792 aveva ricevuto da un monaco certosino, Franz Carl Gereon Maria Farina, in occasione del suo matrimonio con Catharina Moers la ricetta per la produzione di un'aqua mirabilis, che servisse sia per uso interno che esterno. Divenuto cittadino di Colonia alla fine del secolo, Peter Joseph fondò in città nell'anno 1800 una piccola azienda per la produzione di quest'acqua miracolosa, che egli vendeva, sotto il nome di Farina, sia come profumo, che come rimedio per la stanchezza fisica e mentale, avendo comprato il diritto del nome da un certo Carlo Francesco Farina proveniente da Mortara in Italia. A causa del nome Farina nel 1805 si aprì una controversia legale con la ditta Johann Maria Farina gegenüber dem Jülichs-Platz, che produceva da tempo l'acqua di Colonia Joh. Maria Farina.[994] Nonostante nel 1832 il tribunale condannasse Mülhens per "uso improprio di nome", Wilhelm e il figlio Peter Joseph cercarono di superare questo scoglio vendendo e ricomprando più volte il nome da diversi Farina. Solo nel 1881 il nipote di Wilhem Mülhens, Ferdinand Mulhens, fratello di Lina, diede alla ditta il nome di “Eau de Cologne -und Parfümeriefabrik Glockengasse 4711 gegenüber der Pferdepost ”, oggi in tutto il mondo nota come 4711.

Peter Joseph Mülhens (1801-1873), attivo nella vita sociale e politica della città, fu consigliere comunale e si occupò di istruzione e dei poveri. Fece parte del Comitato di amministrazione del Dombauverein e fu uno degli imprenditori che procurarono il capitale per la fondazione della Rheinische Zeitung, il giornale di espressione liberal-socialista che ebbe alla fine del 1842 come caporedattore Karl Marx. Si impegnò nel carnevale di Colonia, rinato dopo il periodo francese e come segretario della Grosse Karnevalsgesellschaft von 1823 era conosciuto per i suoi discorsi estemporanei. Peter Joseph aveva sposato Emily Ries di diciannove anni più giovane, figlia del compositore e allievo di Beethoven Ferdinand Ries.[995] La loro casa era rinomata per i concerti che lì venivano tenuti. Tra i figli della coppia si ricordano:

Caroline Mülhens, detta Lina, (1848-1918), moglie di Ernst Michels

Ferdinand Mülhens (1844-1928) proseguì nell'attività del padre e da lui ereditò il Wintermühlenhof, una grande tenuta a Königswinter, che aveva comprato nel 1840.

Kathinka Franziska Mülhens (1841-1932) sposò nel 1876 Karl Wilhelm Rautenstrauch commerciante all'ingrosso, Presidente della Camera di Commercio di Treviri, che aveva ereditato dalla madre Susanne Leonardy (1802-1848) una grande tenuta vinicola ad Eitelsbach presso Treviri. La tenuta, appartenente a monaci certosini, che l'avevano ricevuta in dono nel 1335 dal principe elettore Baldovino del Lussemburgo, era stata secolarizzata nel 1803 dai Francesi e messa all'asta a Parigi. Nel 1811 la comprò il padre di Susanne,Valentin Leonardy. Essa comprendeva, oltre agli edifici, vigneti, campi agricoli, boschi e prati. La tenuta, chiamata Karthäuserhof dal nome dei monaci,[996] passò al figlio Hans-Wilhelm Rautenstrauch, che sposò nel 1921 la cugina prima Lisbeth Michels, figlia di Lina ed Ernst Michels. Successivamente la ereditò la figlia Maria Rautenstrauch ed infine passò al figlio di Maria, Christoph Tyrell, che la dirige tuttora e che rappresenta la sesta generazione di viticoltori del Karthäuserhof.[997]

Susanne Rautenstrauch[998] (1869-1910), figlia del cognato di Kathinka, Valentin, e di Lilla Bertha Deichmann, sposò Karl Leopold Kaufmann, cugino primo di Lisbeth e di Roberto Michels.

Adele Rautenstrauch (1874-1970), sua sorella, sposò Johann Heinrich von Stein pronipote del fratello di Wilhelmine Schnitzler Stein, Johann Heinrich Stein.


APPENDICE A

A1.        Titolomania dei tedeschi

Nel paragrafo intitolato "Titolomania" del capitolo "Fenomeni del movimento socialista" del testo in italiano "Il proletariato e la borghesia" scrive Roberto Michels:

Le classi possidenti e colte di Germania hanno senza dubbio fatto grandi cose nella scienza, nell'arte, nell'industria e nel commercio; ma per quanto il teutonismo patriottico esalti la loro intimità di sentimenti (Innerlichkeit) e la loro cordialità (Gemüt), nei rapporti sociali sono rimasti un popolino molto superficiale. Non c'è altra nazione civile che alle esteriorità di ogni maniera attribuisca tanto valore quanto i Tedeschi. Il più grave indizio dell'amore che moltissimi Tedeschi hanno per l'esteriorità è forse il loro rispetto illimitato per la nobiltà in se stessa, astrazione fatta dalla persona, rispetto che, insieme con altri fattori d'ordine storico del sociale, permette a questa di continuare, a dispetto del capitalismo, tranquillamente il suo dominio sull'impero. Nessuno più dei buoni borghesi tedeschi ammira la nobiltà, o meglio rimane a bocca aperta davanti ad un nobile; perché, a dire il vero, per quanto grande sia la loro buona volontà di ammirare, spesso ne manca la materia. Un «Herr von», anche se il suo cognome sia affatto ignoto alla storia, anche se materialmente e intellettualmente sia un poveruomo, un impiegatuccio ignorante, nella vita di società è sempre un fattore di primo ordine, e anche parecchio all'infuori dell'ombra del suo campanile. Averlo amico, o genero, o anche soltanto commensale o vicino di casa, è per un borghese, e non soltanto per la media dei borghesi, un sommo onore, dal quale uno si sente innalzato di qualche gradino nella considerazione sociale; chi ha questo onore è guardato dai suoi pari con religioso rispetto, come un uomo che sia in relazione con il Paradiso.[....].

La frenesia dei titoli, propria di tutto il popolo tedesco, ha riscontro nell'ostentazione che i nobili fanno del loro titolo gentilizio in ogni occasione. Due conti, anche se parenti od amici, discorrendo tra loro si chiamano sempre a vicenda «Herr Graf» (Signor Conte). Lo stigma del sangue «purissimo tedesco», la sacra particella «von» premessa al nome, non si omette mai.[999]

Prosegue poi Roberto Michels:

[...] La borghesia tedesca da secoli ha in casa propria un terribile morbo, che di anno in anno si estende, e che se non invade i corpi, infetta le anime; questo morbo è la mania dei titoli. Essa è ormai così radicata, che un giovane della borghesia più agiata si sente avvilito, se suo padre non ha alcun titolo. [...] Parecchi che non hanno titolo, fanno presto a foggiarselo. Ne è esempio il titolo, possibile soltanto in un paese tedesco, di «Rittergutsbesitzer» (proprietario di terre feudali) o «Gutsbesitzer» (proprietario di terre), titolo usurpato e puramente plutocratico, che non significa ne' la professione, ne' l'occupazione dell'uomo, ma soltanto la sua possidenza. [...].[1000] Titolo (autodenominazione) somigliante, ma molto meno pregiato, è quello di «Rentier».[1001] Anche il titolo da concedersi ufficialmente di «Kommerzienrat» (consigliere di commercio, o meglio di «Geheimer Kommerzienrat» (consigliere intimo[1002] di commercio), è una cosa tipicamente tedesca, una prova di più che ogni borghese tedesco deve forzatamente poter far mostra di un titolo. [...]. In Prussia un professore di Università, dopo molti anni di insegnamento, riceve il titolo di «Geheimer Regierungsrat» (consigliere intimo di governo)! [...]. Per fortuna questo titolo non gli dà alcun diritto a partecipare al Governo, anche in cose di minima importanza, e di confondere vieppiù le gesta dello Stato germanico, ma è pur sempre un titolo ambito. [...]. La mania dei titoli invade anche le donne. E l'ambizione delle donne in questi casi è veramente miserevole; non avendo un titolo proprio, esse prendono senz'altro quello del marito.[...]. Così si dice «Frau Leutnant» (Signora Luogotenente, «Frau Geheimrat»[1003] (signora consigliere intimo).[1004]

I componenti delle famiglie coinvolte in questa ricerca e soprattutto quelli della famiglia Schnitzler e delle famiglie dell'alta borghesia coloniese, portano tutti o quasi il titolo di Consigliere, Consigliere intimo, di Giustizia, di Commercio, di Stato, di Governo, o/e il titolo nobiliare del «von», o del «von und zu», indicante anche l'origine locale, o del «vom», o ancora del «von der», unitamente al titolo di Conte o Barone o Principe. Questi titoli, anche se aboliti nel 1919 dalla costituzione di Weimar, vengono tutt'oggi riportati nelle biografie reperibili in internet, così come sono tornate in auge nelle genealogie dei nobili tedeschi aggiornate all'epoca contemporanea.

Ancora dallo stesso testo di Roberto Michels, "Il proletariato e la borghesia nel movimento socialista italiano":[1005]

[...] In Germania in certe famiglie del patriziato mercantile è costume che l'erede, prima di assumere la direzione della ditta paterna, frequenti l'Università «per suo piacere» e per fare conoscenze onorevoli, e si «buschi il dottorato», e nella nobiltà rurale tedesca è tradizione anche più rispettata che il giovanotto prima di darsi alla sua vera professione, cioè, all'amministrazione delle sue terre, consegua il grado di luogotenente della riserva.[1006]


APPENDICE B

B1.        Le siècle de Louis XIV

Si riporta per esteso una memoria di Roberto Michels relativa alle letture da lui fatte negli anni in cui seguiva il ginnasio ad Eisenach. Da questa memoria emerge l'influenza che ebbe la letteratura francese nella sua formazione e la passione che destò in lui Luigi XIV, e che culminò nella sua tesi di laurea.

Sul campo storico cominciai con alcuni libri scolastici, come il Jaeger tedesco e lo Zevort francese, che più mi soddisfecero per le loro illustrazioni che per il loro contenuto, per poi passare a scritti più seri, come la storia mondiale del Rotteck e le opere di Ranke. Molto sostai anche nella lettura del dictionaire Historique del Bayle[1007] (edizione del ...) che molto mi attrasse per l'ordine e la bellezza sua tipografica, la nitidezza dei suoi caratteri e, diciamolo pure, il formato suo sesquipedale che mi sembrava più scientifico e più serio delle moderne edizioni tascabili. Ma più di tutto mi fermai, amorosamente, sulle opere di Voltaire, tra le quali però mi interessavano molto più gli studi storici e critico-letterari che quelli poetici. Enorme influenza sul mio sviluppo culturale e sull'indirizzo dei miei studi ebbe il suo Siècle de Louis XIV, da me letto e riletto infinite volte. Ne nacque prima di tutto il mio affetto per Luigi XIV stesso, di cui pure non potevo ignorare i difetti. Questo affetto riferivasi anzitutto alla sua generosità e grandezza, alla sua prontezza di spirito e misuratezza delle parole, nonché al suo gusto nell'ambito dell'arte e delle scienze che così poderoso alimento aveva dato alla letteratura francese. Tali qualità di gran lunga mi parevano superare le mende del suo carattere. E molto soffrivo di dover constatare, nelle numerose mie indagini intrapprese nei libri storici francesi e tedeschi, che per i più vari motivi politici, che andavano dall'astio protestante fino al democratismo repubblicano francese, i meriti del grande re erano misconosciuti e la sua memoria vilipesa. Decisi allora, quindicenne, di difenderlo. E, non presentandomisi altra occasione, colsi il permesso del professore di lingua tedesca (tedesco e teologo protestante per giunta) di fare un componimento circa un soggetto di libera scelta per scrivere un lunghissimo memoriale apologetico su Luigi XIVo, sul quale, acceso di sacro furore, cercai di difenderlo, massime contro le tre accuse principali mossegli, di aver amato troppo la guerra, di aver amato troppo le donne e di aver soppresso la religione protestante. Io era già allora convinto avversario delle soluzioni guerresche che i popoli usano dare ai loro dissidi. Ma nel caso di Luigi XIV  cercai di provare che le sue guerre erano giustificate perché o intese all'acquisto di terre francesi e quindi appartenenti alla patria, o perché impostegli dagli avversari e massime dall'invidiosa Inghilterra. Più difficile mi riuscì la difesa della sua condotta erotica. Ma la legittima consorte Maria Teresa era così insipida, Mademoiselle de la Vallière[1008] così buona e commovente, Madame de Montespan[1009] così amante delle cose belle e tanto impulso aveva dato alla letteratura, e Madame de Maintenon[1010] così pia e brava stilista - e lo scrivente stesso era così giovane ed entusiasta che anche questa difesa riuscì convincente almeno agli occhi dell'autore medesimo. Quanto agli ugonotti poi, essi erano stati contrari alla necessaria unità ed autorità dello Stato nazionale in formazione. L'esito scolastico di questa prima mia impresa letteraria, fatta con mezzi inadeguati al fine e, a dispetto di alcune idee buone, piuttosto bambinesca, era soddisfacente. Il mio professore tedesco e protestante (si chiamava Otto) nel giudicare il mio zibaldone si dimostrava oltremodo giusto ed equilibrato. Pur criticando la mia apoteosi e mantenendo il suo punto di vista contrario, egli non solo rese omaggio alla mia grande operosità, ma proclamò pure la mia opera di gran lunga superiore alla mia età e mi diede la prima nota.[1011] La lettura del Siècle de Louis XIV del Voltaire diede pure adito allo studio particolareggiato dei capolavori letterari dell'epoca. Lessi con molta buona volontà le opere di Racine, Boileau, di Madame de Sévigné, di Saint-Simon (le cui memorie non mi riuscivano simpatiche), di Bossuet, lessi pure, con un entusiasmo che oggi non riesco più a capire, le avventure di Telemaco di Fénelon in una vecchia edizione consistente in un testo tedesco e uno italiano (ambedue antidiluviane) che aveva appartenuto a mio nonno.[1012] Lessi e rilessi ambedue i testi e molto imparai l'italiano, preparandomi così ad altre e più italiane letture. Per alcuni mesi almeno le sentenze di Mentore sembravanmi il nec plus ultra della sapienza umana. Senonché il mio il mio scrittore preferito tra gli autori di quell'epoca presto divenne Molière. A dir il vero non cercavo quasi, come i miei coetanei, nel Molière il lato faceto, ma scorgevo in lui, con molta pervicacia, il filosofo e il critico sociale. Epperò, all'infuori del breve Psyché ou l'Amour sicilien, che mi attraeva per la episodica sua eleganza, le commedie molieriane che più mi cattivavano erano il Don Juan ou le Festin de pierre e le Bourgeois gentilhomme. A sedici anni poi, in seguito a un apprezzamento tra ammirazione e condanna sentito in bocca di mio nonno[1013] sul moderno romanzo francese, mi misi a procurarmi alcune opere del Zola e del Daudet.[1014] Del Zola lessi L'Assommoir e un po' più tardi l'Heritage, che tutti e due urtavano il giovanile mio idealismo per la loro brutalità e la loro assenza di sentimento. Indignato buttai lo Zola e ci vollero quasi quindici anni prima che la nuova maturità di mente mi permise di abordarlo.[1015]

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B2.        Poesie di Robert Schnitzler

Roberto Michels ebbe modo di frequentare assiduamente il nonno materno nelle estati passate ad Eisenach, quando Robert Schnitzler e la moglie Klara erano ospiti della figlia Anna, e questo avveniva negli ultimi anni della sua vita: morì nel 1897. Dalla lettura delle Pagine autobiografiche e di alcuni saggi, in cui fa riferimento al nonno, emerge l'affetto e la stima che Roberto Michels aveva per lui. In particolare nel saggio intitolato Cenni sull'atteggiamento dei Renani di fronte al Risorgimento Italiano riporta anche alcuni brani delle poesie che Robert Schnitzler componeva ad uso famigliare o per gli amici. Da questo saggio risulta anche che le poesie furono raccolte il 1 maggio 1881 e ne è stata fatta una stampa privata, di cui tuttavia non si ha alcuna traccia.

Le poesie che seguono, oltre ad essere un omaggio alla memoria di un nonno e di un trisnonno, sono le uniche rintracciate: le prime due qui riportate sono state copiate dal testo del Nottbrock sulla famiglia Schnitzler, le altre due erano state ricopiate a mano a suo tempo dalla pronipote Daisy Michels e tramandate alla sua famiglia. La traduzione di queste prime quattro è di chi scrive. Seguono i brani riportati nel saggio di Roberto Michels e da lui tradotti. Per ultima viene l'unica poesia in originale, scritta di pugno da Robert Schnitzler per la moglie Clara, da lui firmata, conservata nell'archivio di famiglia, trascritta e tradotta da Jutta Schaefer-Cabella.

Abends am Meer

Di sera sul mare

Weit gestreckt in tiefen Träumen

Liegt das wüste, graue Meer;

Kaum daß müde Wellen schäumen

Zögernd um den Strand daher.

Und des Himmels Wolken hängen

Auf die Fläche trüb und schwer,

Und wie Lampenflor umfangen,

Düster brennt der Sterne Heer.

 Fischerbarken an dem Ufer,

Keine Seel' bewacht sie mehr,

Und des Turms metallner Rufer

Ruft die Mitternacht daher.

Plötzlich jetzt mit Flügeln, blanken,

Scheucht die Möve durch die Quer,

Gleich als ob ein Lichtgedanken

Sie im Traum der Schöpfung wär'.

Lontano immerso in sogni profondi

Giace il selvaggio, grigio  mare:

Tanto che stanche onde spumeggiano

Esitando verso la spiaggia.

E nuvole del cielo sono sospese

Sulla superficie plumbea e pesante,

E avvolgono come una corona di lumi,

Melanconico arde l'esercito di stelle.

Barche di pescatori sulla riva,

Nessun'anima più le veglia,

E il richiamo metallico del campanile

Richiama  la mezzanotte.

Ora all'improvviso con ali chiare

Fugge il gabbiano attraverso il cielo,

Proprio come se fosse un pensiero

Luminoso nel sogno della creazione.

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Zwei Fenster

Nach dem Begräbnis Kaiser Wilhelm gedichtet.

Due Finestre

Composta dopo la sepoltura dell'Imperatore Guglielmo I

Ein Fenster ist's an einem Königsschloß,

Dran sammeln sich die Scharen aus der Runde,

Wenn waffenklirrend naht der Kriegertroß,

Mit frohen Blicken um die Mittagsstunde,

Und an dem Fenster steht ein hoher Greis,

Er schaut die Krieger und er schaut die Menge,

Sein Aug' ist freundlich und sein Haar ist weiß,

Er grüßet mild ins wogende Gedränge.

Ein Fenster ist 's an anderm Königsschloß,

Der Mittag ging vorbei mit leisen Schritten,

Vorbei zieht dunkle Pracht, zu Fuß, zu Roß,

Ein schwarzer Kaisersarg in ihren Mitten.

Einsam am Fenster steht ein ernster Held,

Er sieht die Sonne, die zum Scheiden scheinet,

Zum Scheiden scheinet des Besten auf der Welt.

Er senkt das kranke Kaiserhaupt und weinet.

C'è una finestra in un castello reale,

Lì si raccoglie il drappello della ronda,

Quando tintinnante d'armi si avvicina la truppa,

Con sguardi lieti verso l'ora del mezzogiorno,

E alla finestra sta un vegliardo,

Guarda i soldati e guarda la folla,

Il suo occhio è gentile e i suoi capelli bianchi,

Saluta affabile l'ondeggiante calca.

C'è una finestra in un altro castello reale,

Il mezzogiorno se n'è andato con passi lievi,

Sfila la nera pompa, a piedi, a cavallo,

una nera bara imperiale nel mezzo.

Solitario alla finestra sta un eroe serio,

Vede il sole che splende sul commiato,

Splende sul commiato del migliore del mondo.

Abbassa la sofferente testa imperiale e piange.

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Nach dem Sturm

Dopo la tempesta

Die Bäume schütteln die Häupter

Um das, was der Wind erzählt,

Sie können es gar nicht glauben,

Daß die Blumen er so gequält,

Die kleinen, lieben Blumen

Die so unschuldig sind,

Daß sie im Flug zerpflückte

Der bitterböse Wind.

Da steigt der braune Epheu

Als Bote zu ihnen empor

Und flüstert der Blumen Wehe

Den Bäumen ins grüne Ohr,

Nun ist's ein Neigen, ein Rauschen

Ein Klagen durch den Hain,

Und über all' das Wehe

Sinkt leis' die Nacht herein.

Gli alberi scuotono le chiome

A ciò che il vento racconta,

Non possono proprio credere

Che abbia tormentato così tanto i fiori,

I piccoli, cari fiori,

che sono così innocenti,

che li abbia sfogliati in volo

il vento furioso.

Là sale la scura edera

Su verso di loro come un messaggero

E sussurra il dolore dei fiori

Nelle verdi orecchie degli alberi,

Ora vi è un inclinarsi, uno stormire,

Un lamentarsi attraverso il bosco,

E su tutto questo dolore

scende sommessa la notte.

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Orgeltöne

I suoni dell'organo

Wenn Abends dumpf die Orgel klingt

Im Dom, dess' Kuppeln glühen,

Mir ist, ich seh' dann leichtbeschwingt

Der Töne Geister ziehen;

Der Töne Geister, wie sie kühn

Von dem Gerüste steigen

Und zum Altare brausend ziehen

Und dröhend sich verneigen,

Verneigen vor dem Hochaltar,

Unmutig sich beklagen,

Dass sie schon manche hundert Jahr'

Im Sklavenband sich plagen,

Und nimmer sie in Flur und Hain

Gleich andern Tönen dürfen

Den Blumenduft, den Sonnenschein,

Den Tau der Quelle schlürfen.

Dann kommt der Küster, lischt rasch

Das Licht an heiliger Stätte.

Und steckt die Schlüssel in die Tasch,'

Legt zornig sich zu Bette.

Quando di sera cupo suona l'organo

Nel Duomo, dalle ardenti cupole,

Mi sembra allora di vedere passare

Pieni di slancio gli spiriti dei suoni;

Gli spiriti dei suoni, che arditi

Scendono dal palco

E tuonando vanno verso l'altare

E rimbombando s'inchinano,

Si inchinano davanti all'altare maggiore,

Malinconici lamentano

Che essi già da diversi secoli

Si affannano in schiavitù,

E mai gli è permesso nei campi e nel bosco

sorbire come ad altri suoni

Il profumo dei fiori, la luce del sole,

La rugiada delle sorgenti.

Poi giunge il sagrestano, rapido spegne

La luce nel luogo sacro.

E infila le chiavi nella tasca,

Stizzito se ne va a letto.

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Infine alcuni versi, "in cui sulle orme di Goethe decanta l'Italia", come scrive Roberto Michels nel suo saggio,[1016] e da lui stesso tradotti:

Nach Rom

Verso Roma

Ich kann nicht sagen, wie ich hergekommen,

Nicht weiss ich, ob ich träumte, oder wachte,

Ob laut begeistert war,

ob still beklommen,

Ob ich vor Freuden weinte oder lachte.

Auf langen Tag fiel rasch die Nacht hernieder,

Und erst am jungen Tag fand ich mich wieder.

Non saprei dire come son venuto,

Nè se sognassi o stessi sveglio,

Se ad alta voce proclamassi il mio entusiasmo, Oppure stessi muto e taciturno,

O se la gioia mi facesse ridere o piangere.

Sul lungo giorno cadde presto la notte,

E mi ritrovai solo il giorno appresso.

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Abschied

Commiato

Und diese Wunderstadt, in der das Walten

Der Menschheit sich wie nirgends sonst bespiegelt

Mag sie jetzt stürmen,wild und ungezügelt,

Mag sie jetzt sinken, wie vom Tod gespalten,

Rom bleibt. Und wer's nach tausend Jahren schaut,

Schaut nur, was tausend Jahr' hinzugebaut.

E questa città miracolosa, in cui

L'umanità com'in nissun'altra si rispecchia,

Il fato può scatenare tempesta,

L'umanità può crollare, colpita dalla morte,

Roma rimarrà salva. E chi la vedrà tra mille anni

Vedrà soltanto quanto un altro millennio le avrà aggiunto.

L'ultima poesia, dedicata alla moglie Clara, è l'unica giunta in originale, scritta di pugno da Robert Schnitzler e da lui firmata.[1017]

An Clara

zum 1 Mai 1895

A Clara

1 maggio 1895

Habe nun den beiden  Töchtern

Von den Schnitzlerschen Geschlechtern

Verse viel genug gemacht,

Verse weich und süß wie Butter,

Echtes Nachtigallenfutter -

Sei nun auch der edeln Mutter

Hall in süßem Lied gedacht!

Die viel Tage ungemessen

Monde mich und Jahr' vergessen

Liess in hohen Glückes Pracht,

Die mich liebt' als Zwanzgjährigen,

Die mich liebt' als Silberhäärigen,

Mit mir sang in tausendchörigen

Hymnen froh bei Tag und Nacht.

Noch zuletzt als siebzig Jahre

Auf des Lebens Goldaltare

Ich zum Opfer dargebracht,

Hat sie mich mit ihren Sprossen

Froh bewegt und unverdrossen

An ihr treues Herz geschlossen

Daß vor Freude ich gelacht.

Und ich habe mir gelobet:

Wenn das Schicksal dich erprobet

Und mit Gram oft überdacht,

Nimmer brauchst du zu verzagen,

Alles kannst du heiter tragen,

Fährt mit dir im Lebenswagen

Solche Frau in solcher Pracht.

Ho composto ora per entrambe le figlie

Della stirpe degli Schnitzler

Versi a sufficienza,

Versi teneri e dolci come il burro,

Vero cibo per usignoli -

Sia ora ricordata anche la nobile madre

nel suono della dolce canzone!

Lei che molti giorni sconfinatamente

La luna e gli anni mi fece dimenticare

Nel profondo splendore di felicità,

Che mi amò ventenne,

Che mi amò coi capelli d'argento,

Che con me cantò in mille inni

lieta di giorno e di notte.

Ancora ultimamente quando

All'altare dorato della vita

Presentai in offerta settanta anni,

Mi ha stretto con i suoi rampolli

Lietamente commossa e instancabile

Al suo cuore fedele

Così che io risi per la gioia.

E io mi sono promesso:

Quando il destino ti mette alla prova

E spesso ti ricopre di pene,

Mai ti devi perdere d'animo,

Tutto puoi sopportare serenamente,

Se viaggia con te nella carrozza della vita

Una tale donna in tale splendore.

Quasi in risposta a quest'ultima poesia, la moglie Clara, ne scrisse una molto breve dopo la morte di Robert. La figlia Anna Michels la ritrovò tra le vecchie carte della madre, la ricopiò e fece avere al figlio Roberto. Questi l'incollò in una delle pagine libere del Nottbrock:

Dein sterblich Teil nur hat der Tod entrückt

Dein treues Herz ist unter uns geblieben,

Ein Leben lang voll Wahrheit Geist u. Liebe

Hast Du uns unvergeßlich reich beglückt.

Du schufst das Denkmal selbst für Dein Gedächtnis.

-

Das Beispiel lebt als dauerndes Vermächtnis

La morte ha soltanto rapito la tua parte terrena

Il tuo cuore leale è rimasto tra di noi,

Lungo una vita piena di verità spirito e amore

Ci hai indelebilmente colmati di gioia.

Tu stesso ergesti il monumento a tua memoria.

L'esempio vive come imperitura eredità.

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B3.        COLONIA ALLA FINE DEL DICIOTTESIMO SECOLO

E NEL DICIANNOVESIMO SECOLO.

Quanto segue è tratto in massima parte da scritti di Roberto Michels.

B3.1        Le condizioni economiche dei Paesi Renani sotto Napoleone[1018]

Scrive in Francia contemporanea Roberto Michels:

L'annessione alla Francia[1019] procurò a Colonia due vantaggi inestimabili: l'appartenenza ad una grande Potenza, grazie alla quale poteva godere dei vantaggi di una grande unità doganale e, in secondo luogo, l'unione ad uno Stato che disponeva di una giurisdizione regolare, illuminata da idee moderne. [...] Fu altresì la Francia che diede la pienezza dei diritti civili anche agli ebrei ed ai protestanti e soprattutto il diritto al commercio, che loro era stato negato in tutto il tempo che Colonia era rimasta città libera ed elettorale. Ora gli ebrei e i protestanti renani erano molto intelligenti, dotati di spirito di iniziativa, di tenacia al lavoro ed avidi di guadagno. La libertà commerciale e lo spirito nuovo portati a Colonia dal governo francese esercitarono, fin dai primi tempi, una grande forza attrattiva sui protestanti delle zone affini, specialmente della vicina regione di Berg.[1020] Infatti non tardarono a fissare dimora nella città. Quanto agli ebrei, essi, alla Francia, dovevano semplicemente tutto, poiché l'antico Governo aveva negato loro perfino il diritto di domicilio nella città (fin dal 1424).[1021]

L'ostilità nei confronto dei protestanti da parte dei coloniesi, quand'ancora Colonia era Città Libera, si espresse anche nell'interdire loro l'esercizio delle pratiche religiose, come rende più esplicito in Una figlia di Roma: Colonia:

È tuttavia innegabile che il cattolicesimo vittorioso a Colonia rivestiva carattere scontroso ed intransigente. Il diritto di cittadinanza coloniese fu subordinato al battesimo ed alla pratica religiosa. Gli ebrei furono espulsi; più tardi, in pratica, venne loro permesso di trafficare nella città, a patto tuttavia che essi si rendessero riconoscibili con una benda gialla al braccio e che non passassero la notte nelle mura cittadine. Dei protestanti solo nel Settecento alcune famiglie ottennero l'autorizzazione alla resid-.enza. Il divieto valse per gli stessi rappresentanti degli Stati Esteri nella città. Essendosi il residente del Re di Prussia permesso di tenere nella sua abitazione un servizio divino luterano, il popolino si agitò, e per poco non trascese a fatti. Tant'è che lo stesso Arcivescovo Elettore di Colonia, Massimiliano Francesco d'Austria, fratello di Maria Antonietta di Francia, credette di dimostrarsi più tollerante del Gran Consiglio della Città Libera, mettendo a disposizione dei protestanti, fuori le mura, sul Reno, una nave, perché potessero soddisfare ai loro doveri confessionali domenicali. E dire che si era allora nel 1788, alla vigilia della rivoluzione francese...[1022]

Ancora dalla Francia contemporanea:

I vantaggi che il dominio francese e la nuova era commerciale che ne seguì, procurarono al commercio, furono numerosissimi ed importantissimi. Nel 1791, dei mercanti e uomini d'affari coloniesi avevano presentato al magistrato della città un progetto per la fondazione di un Collegio di Commercio; questo progetto venne fortemente appoggiato dal Governo francese ed attuato qualche anno più tardi (1797) sotto forma di Camera di Commercio. Questa Camera, diretta, con grande probità e saggezza, da Ch. F. Heimann, venne, dal governo francese, subito ufficialmente riconosciuta, coll'esplicito diritto di voto consultativo. Essa non tardò ad esercitare una grande influenza. A Parigi essa godette di alta considerazione, e vi si tenne gran conto dei suoi pareri e consigli. In tutte le questioni di ordine commerciale che riguardavano l'Impero francese, il prefetto non mancò mai di chiederle la sua opinione.[1023]

Qualche pagina dopo:

Sotto più di un aspetto il dominio francese produsse a Colonia una vera e propria rivoluzione economica. Dal giorno in cui la frontiera venne fissata al Reno e la città, unita strettamente alla Francia, venne, dal punto di vista commerciale, separata dal suo ricco distretto situato sulla riva destra del Reno, il commercio coloniese, i tre quarti della cui esportazione erano stati rivolti ai paesi d'oltre Reno, si vide obbligato a cambiare completamente e di sbocco e di mercato. Sopravvenne il blocco continentale, che scemò il commercio di transito ed arrestò quasi intieramente il commercio derrate coloniali e di droghe. Colonia si trasformò, invece, ben presto in città industriale. [...] Dopo la rottura con l'Inghilterra sorsero, un po' dappertutto sul continente europeo, d'un tratto e con l'aiuto del Governo francese, dei nuovi rami di industria destinati a soppiantare le merci inglesi proibite. Questi rami si dimostrarono in parte caduchi, in parte duraturi. Così fu per l'industria dello zucchero di barbabietola, che doveva rimpiazzare lo zucchero di canna, d'importazione inglese; così anche per l'industria delle stoviglie e per l'industria tessile.[1024]

Un esempio ne fu lo zuccherificio Pfeifer & Langen che produsse zucchero raffinato dalle barbabietole da zucchero. Non mancò il contrabbando con l'Inghilterra che si sviluppò anche su larga scala; lo stesso Abraham Schaaffhausen[1025] fu condannato ad una pena pecuniaria altissima per aver organizzato in grande il contrabbando di grano dall'Inghilterra.

Nel 1799 l'ebreo Oppenheim[1026] poté spostare la propria banca, fondata nel 1789, da Bonn a Colonia.

In conclusione, risultavano per la Colonia economica, quale parte dell'Impero francese, due fenomeni che vanno ricordati: è, in primo luogo il sopravvento preso dai protestanti, a malgrado della ristrettezza del loro numero, nel commercio e nell'industria, grazie alla loro emancipazione civile ed alla loro attività, ben superiore a quella della maggioranza dei cattolici. Favorita poi con tutta possa anche sotto il dominio prussiano, questa supremazia protestante costituisce tuttora uno dei tratti più salienti della vita renana. Inoltre si è [sic] la trasformazione di Colonia in città manufatturiera.[1027]

Furono nominate le strade sia in francese che in tedesco. Le case furono numerate ed il primo indirizzario comparve nel 1795. I cittadini erano tenuti a pulire davanti alla propria porta e i mendicanti non potevano sostare in luogo pubblico. Furono poste lanterne a illuminare le vie.

Nel 1802 l'Arcivescovo di Colonia fu costretto a trasferirsi ad  Aquisgrana dove era sorto un nuovo episcopato e il Duomo divenne una semplice chiesa parrocchiale. Nello stesso anno furono requisite chiese e chiostri dallo Stato, secolarizzati e venduti a privati. Furono chiuse 120 chiese, chiostri, cappelle e le opere d'arte in esse contenute furono in genere acquistate da ricchi collezionisti, come Wallraf,[1028] la cui collezione verrà poi donata alla Città e che costituirà il nucleo iniziale del Museo Wallraf-Richartz[1029] o come i fratelli Boisserée,[1030] la cui collezione, comprata dal Re Luigi I di Baviera,[1031] si trova oggi nell'Alte Pinakothek di Monaco. Fu costruito sul luogo dell'antico lebbrosario il cimitero generale di Colonia, il Melatenfriedhof, e dal 1813 fu proibito di seppellire i morti nei piccoli cimiteri delle chiese.[1032]

Nel 1805 l'ugonotto Johann Jakob Herstatt[1033] aprì la prima raffineria di zucchero a Colonia. Nel 1811 viene fondata la Borsa di Colonia.

B3.2        I paesi renani sotto la Prussia[1034]

Il 14 gennaio 1814 gli ultimi soldati francesi lasciarono Colonia. Il giorno dopo, al loro posto, entrarono senza combattere le truppe cosacche e prussiane. L'8 febbraio 1815 il Congresso di Vienna assegnò Colonia alla Prussia, che all'epoca era retta dal Re Friedrich Wilhelm III. Con l'occupazione dei Prussiani iniziò la militarizzazione della città che fu trasformata in una fortezza del Regno tedesco. La città fu circondata da due anelli fortificati, l'anello interno di 42,5 km di circonferenza con 450 cannoni montati, e quello esterno, costruito dopo la guerra del 1870/1, di 16 km di diametro. Divenne così città fortezza, la più fortificata della Germania. Queste fortificazioni dovettero essere demolite dopo il trattato di Versailles del 1919.

Scrive Roberto Michels in Francia Contemporanea:

L'annessione alla Prussia esasperò i Renani, soprattutto perché la grande maggioranza non aveva col Brandeburgo alcun legame, né storico, né religioso. D'altronde i Renani si sentivano infinitamente superiori ai Prussiani dal punto di vista della civiltà. [...]. L'antagonismo fra i paesi renani e la Prussia, sorto da una differenza assai spiccata di storia, di usi e costumi, di religione e di razza, risultò vieppiù intensificato per opera dei vantaggi che la rivoluzione francese e l'Impero avevano recato a quei paesi. A ciò aggiungasi un antagonismo di carattere economico e sociale [...].[1035]

Continua poi:

La città erasi fatta centro della triplice mentalità inconciliabile di fronte alla Prussia del tempo: il separatismo, il liberalismo, il clericalismo radicale. Per questo motivo sede della Prefettura superiore Rheinprovinz non fu scelta Colonia, ma una città d'importanza inferiore, Coblenza.[1036] Ed era questa la ragione che indusse appunto il governo prussiano a lasciare Colonia senza Università[1037] [chiusa dai Francesi nel 1796] ed a fare studiare la gioventù invece a Bonn, sotto la guida di professori prussiani. Questa Università venne inaugurata nel 1819.[1038]

L'Accademia di belle Arti fu trasferita nel 1819 a Düsseldorf, dove anche la Dieta Provinciale trovò la sua sede nel 1824. Rimasero a Colonia solo il Distretto Governativo e la Corte d'Appello

B3.3        Colonia vista attraverso gli occhi di Marx

Scrive Roberto Michels nel saggio sul nonno Peter:[1039]

L’amore per la sua città natale, rispetto al quale tutti i legami dovettero lasciare il passo e che venne superato in intensità soltanto dal sentimento religioso, ebbe per effetto che Peter Michels si dedicò sempre più alla politica con la P maiuscola. Quando questo accadde i tempi erano difficili. L’antagonismo tra Reno e il suo padrone prussiano (dal 1815) aveva raggiunto il suo culmine.

L'autore riporta a questo punto l'opinione di Karl Marx:

«La Prussia renana dal 1815 era considerata una delle province più moderne della Germania ed a ragione. Coniugava due vantaggi, che in nessuna parte della Germania si trovavano riuniti. La Prussia renana condivideva con il Lussemburgo, l'Assia, la Renania e il Palatinato il vantaggio di aver partecipato dal 1795 alla Rivoluzione Francese e al suo consolidamento sociale, amministrativo e legislativo sotto Napoleone. Quando il Partito Rivoluzionario perse a Parigi, gli eserciti portarono la rivoluzione oltrefrontiera. Davanti a questi figli di contadini appena liberati, si polverizzarono non solo le armate del Sacro Romano Impero, ma anche il dominio feudale della nobiltà e dei preti. Da due generazioni la riva sinistra del Reno non conosce più il feudalesimo; il nobile è stato spogliato dai suoi privilegi, i possedimenti terrieri sono passati dalle sue mani e da quelle della chiesa a quelle del contadino: la terra è stata divisa, il contadino è ora un libero proprietario come in Francia. Nelle città sparivano le corporazioni[1040] ed il dominio patriarcale dei Patrizi con dieci anni di anticipo rispetto ad altre zone della Germania, davanti alla libera concorrenza, ed il Codice Napoleonico sanzionava finalmente tutto questo nuovo status quo nella sintesi di tutte le istituzioni rivoluzionarie. Ma la Prussia Renana in secondo luogo possiede l’industria più sviluppata e variegata di tutta la Germania – e questo rappresenta il suo vantaggio principale di fronte agli altri paesi della riva sinistra del Reno. Nelle tre Province di Aquisgrana, di Colonia e di Düsseldorf sono rappresentati quasi tutti i rami dell’industria. Industrie d'ogni genere di cotone, di lana e di seta, accanto all’indotto della sbiancatura, della stampa e della tintura, della fonderia e della costruzione di macchinari, inoltre miniere, fonderie d'armi e altre industrie siderurgiche si trovano concentrate qui in poche miglia quadrate e danno lavoro a una popolazione di densità inaudita per la Germania. Nelle immediate vicinanze della Provincia Renana si trova il distretto siderurgico e carbonifero della Marca, che procura una parte delle materie prime e che fa parte integrante del profilo industriale. La migliore via d’acqua della Germania, la vicinanza del mare, la ricchezza mineraria della regione favoriscono l’industria, che d'altra parte ha dato origine a numerose ferrovie e che di giorno in giorno completa la sua rete ferroviaria. C’è in Germania interazione tra le industrie ed un significativo import ed export verso ogni parte del mondo, un importante traffico con tutti i grandi magazzini del mercato mondiale ed una relativa speculazione con materie prime ed azioni ferroviarie. In breve, lo sviluppo industriale e commerciale della Provincia Renana è unico per la Germania, anche se sul mercato mondiale è di scarsa rilevanza. La conseguenza di questa industria – anch’essa sviluppatasi sotto il domino francese e rivoluzionario – e del commercio concomitante è la creazione di una potente Borghesia[1041] industriale e commerciale e di un proletariato industriale numeroso come antagonista, due classi che altrove in Germania esistono soltanto allo stato embrionale, che però dominano lo sviluppo politico della Provincia Renana in modo quasi esclusivo. Rispetto agli altri Stati tedeschi che hanno subito la rivoluzione francese, la Prussia Renana possiede le industrie, rispetto agli altri distretti industriali (Sassonia e Slesia) possiede la Rivoluzione Francese. Questa è l’unica parte della Germania dove lo sviluppo sociale ha raggiunto l’altezza della società moderna borghese; industria avanzata, commercio esteso, concentrazione di capitali, libertà di proprietà dei suoli; potente borghesia e proletariato di massa nelle città, nelle campagne numerosi contadini [padroni] di piccoli appezzamenti indebitati; dominio della borghesia sul proletariato attraverso il rapporto di salariato, sul contadino attraverso l’ipoteca, sulla piccola borghesia attraverso la concorrenza e infine la sanzione del dominio borghese attraverso i tribunali commerciali, i tribunali delle fabbriche, la giuria borghese e tutta la legislazione finanziaria. Ora si capisce l’odio che muove il cittadino renano verso tutto quello che si chiama prussiano. La Prussia ha incorporato insieme alla Provincia Renana la Rivoluzione Francese e tratta i cittadini renani non soltanto come sudditi e stranieri, ma addirittura come vinti ribelli. Lungi dal completare ulteriormente la legislazione nel senso della società moderna borghese che stava sempre progredendo, si voleva caricare il popolo renano addirittura del guazzabuglio pedante-feudale-piccolo-borghese del diritto prussiano, che non valeva neanche più nella Pomerania Orientale (l’ultima delle Province tedesche). Il cambiamento dopo il febbraio del 1848 mostrava chiaramente la posizione eccezionale della Provincia Renana. Essa forniva non solo alla borghesia prussiana, ma a quella tedesca i suoi classici rappresentanti: Camphausen[1042] e Hansemann,[1043] e forniva l’unico organo di stampa, dove non erano rappresentati solo con frasi o buona volontà, ma secondo i suoi veri interessi, la Neue Rheinische Zeitung».[1044]

In "Francia contemporanea" infine conclude:

La Renania fu il centro e il punto di partenza di quel movimento di idee liberali che tanto dovevano contribuire allo scoppio della rivoluzione tedesca del 1848 e che generò la costituzione prussiana.[1045]

B3.4        La rivoluzione del marzo 1848 a Colonia.

Peter Michels davanti a Friedrich Wilhelm IV a Berlino.

Continua Roberto Michels nel saggio sul nonno Peter:

Fino a qui l’esperto disegnatore Karl Marx, nel cui disegno oscuro mancava ancora un'altra pennellata nera, quella del contrasto renano-prussiano per motivi religiosi. Non desta affatto meraviglia che per Colonia l’anno '48 fosse un anno di massima allerta. Qui proprio questo anno aveva sorpreso la buona società [immersa in] un'aria molto festosa. Ora la festosità renana dovette subire una dura prova. Colpo dopo colpo arrivavano le cattive notizie in mezzo alle feste. Soprattutto l’amico di Peter Michels, Philipp Engels, invitava i suoi amici ad una serie di feste brillanti. Fu durante il ballo presso il Presidente Governativo von Reumer[1046] (il 20 febbraio) che arrivò la notizia dello scoppio della rivoluzione, di cui però si dubitava ancora. Due giorni dopo la società coloniese si trovava ad un conferenza del famoso poeta Kinkel,[1047] quando la notizia si rivelò definitivamente veritiera. Ancora due giorni dopo si ballava presso Jakob vom Rath,[1048] quando arrivò la notizia della proclamazione della Repubblica e della fuga di Louis Philip.[1049] Cosa che non impedì ai coloniesi di ballare ancora. Così ogni cosa procedette regolarmente. Il 2 marzo (Carnevale delle femmine) c’era nuovamente ballo presso Philipp Engels. Sabato, 4 marzo ebbe luogo il famoso ballo del Casinò, il giorno seguente la grande sfilata e il lunedì di carnevale con tempo bellissimo la brillante sfilata delle maschere attraverso le strade della città. La sera c’era la festa al Gürzenich, il martedì grasso il ballo finale. Erano appena finite le feste e Colonia aveva pagato appieno il tributo al carnevale, quando la città, prima tra le città renane, prendeva fuoco politicamente. La passione politica che, durante i saturnali tradizionali era stata repressa, adesso riprendeva con raddoppiato vigore. Questa era vera psicologia di massa di Colonia. In un batter d’occhio tutta Colonia, e da quel che appare più i cattolici che i protestanti erano d’accordo che era arrivato il momento di pretendere il suffragio universale, la libertà di stampa, di associazione e di coalizione. I più legavano alla concessione di queste pretese la permanenza della Renania all’interno dello Stato Prussiano. I democratici veri e propri facevano ancora un passo avanti e pretendevano l’abolizione degli eserciti, dell'armata popolare, l'introduzione del «diritto a un lavoro», alcuni volevano che si proclamasse la Repubblica. Colonia era tutto un brulicare. La maggior parte delle Province Renane reputava utile avvisare Berlino. Cosi si decise di mandare una delegazione di 12 rappresentanti, tra cui Heinrich von Wittgenstein,[1050] Franz Raveaux[1051] e Peter Michels a Berlino per trattare con il Re. Il giorno seguente la delegazione arrivò a Berlino, dove nel frattempo era già stato sparso del sangue, e la mattina del famoso 18 marzo fu ricevuta da Friedrich Wilhelm IV. I coloniesi chiesero al re «forti nella loro causa, ma gentili nei modi» di concedere una chiara e decisa garanzia nell'acconsentire alla loro richiesta di formazione di un Parlamento, altrimenti non potevano garantire la pace (per le reazioni del popolo). Il Re, messo alle strette, prometteva tutto. Affermava di mettersi – si noti l’analogia con il comportamento di Carlo Alberto di Sardegna-Piemonte a Torino – alla testa del movimento unitario tedesco e di concedere le necessarie libertà al popolo renano.

I deputati coloniesi dopo queste promesse ripartirono immediatamente e arrivarono la sera stessa a Colonia. Comunicarono subito al popolo quanto aveva concesso il Re. Parlarono anche della proclamazione reale, la quale asseriva l'unificazione del Parlamento per il 2 aprile e la trasformazione della Germania in una Repubblica federale con una costituzione e rappresentanza popolare, libertà di stampa, una flotta tedesca, un'unione doganale tedesca, un diritto commerciale tedesco comune. Queste notizie infiammarono le anime. Nella stessa notte ci si recò al Municipio e da lì in un grande corteo all'abitazione di Joseph DuMont,[1052] che era umanamente e politicamente stimato, nella Hochstrasse, dove da una finestra fu letta in modo solenne la proclamazione. La mattina dopo ebbe luogo una grande assemblea popolare presso Stollwerck.[1053] L’arrivo di notizie circa la guerriglia urbana di Berlino infiammava le anime. La gioia della nomina di Ludolf Camphausen, coloniese di adozione, a Ministro prussiano rallegrava tutti quelli che credevano che la borghesia renana con questo avrebbe ottenuto seggio e voce nel Consiglio della Corona prussiana, oppure quelli che, come molti ottimisti del popolo frivolo, addirittura pensavano che ora si stava per governare dal Reno questi farabutti berlinesi. L’idea di issare la nuova bandiera tedesca “nero-rosso-oro” sul simbolo di Colonia, il Duomo, venne messa in pratica lo stesso pomeriggio con il permesso del arcivescovo Johannes Geissel[1054] con una processione di patrioti proveniente dal Neumarkt e accompagnata da una banda musicale.[1055]

In Francia contemporanea scrive ancora Roberto Michels:

Moti sanguinosi non sorsero che nei distretti transrenani, industrializzati e proletarizzati, della Renania, come ad Iselhorn, a Düsseldorf, ad Elberfeld. A Colonia, centro dell'opposizione renana, la popolazione si accontentava di vilipendere i prussiani nelle canzonette carnevalesche e di schernire la sacra persona del Re portando in giro un palo con la testa di un'aringa cinta di una corona di alloro colla iscrizione satirica «Heil Dir im Siegerkranz» («Onore a te, cinto di gloria», parole colle quali comincia l'inno ufficiale prussiano). Le barricate che il popolo eresse nelle strade vennero derise dalla borghesia e tolte di mezzo dalle truppe prussiane la sera, quando i bravi difensori erano andati a gozzovigliare, senza colpo ferire. La rivoluzione coloniese del 1848 si risolse in una carnevalata.[1056]

Nel saggio su Peter Michels si legge ancora:

Ma ben presto dopo questi giorni di entusiasmo, le anime si separarono. I liberali, ora al potere, si sistemarono come fossero a casa loro. Contro di loro nacque un serio partito di operai, con seguito nella piccola borghesia,[1057] presso gli intellettuali e addirittura nel patriziato. Soprattutto contro Ludolf Camphausen nacque presto un’opposizione vivace, che lo accusò di voler creare, sotto la maschera del liberalismo, soltanto «istituzioni favorevoli alla nobiltà industriale con servitù industriale», in altre parole il dominio di una nuova classe politica e la schiavizzazione nascosta del proletariato. Anche i cattolici si separarono, nel chiedere tra l’altro elezioni dirette (su questo argomento i liberali avevano taciuto). E poi venne il lento, ma deciso scostarsi da parte del Re dalle promesse fatte sotto pressione e il suo ritorno all’assolutismo (novembre 1848).

Ora interrompiamo. Non è nostro compito di raccontare i famosi eventi della rivoluzione di Colonia, sulla quale esiste abbondante materiale, anche se tuttora non appieno elaborato, anche perché ci mancano comunicazioni dirette dalla penna di Peter Michels. Dalla tradizione famigliare sappiamo che Peter ha partecipato all’armata cittadina. Sicuramente non sbagliamo nell’affermare che lui, malgrado il suo patriottismo renano e la sua sicuramente poca simpatia per la Prussia, non aveva simpatie per i rivoluzionari delle barricate, e nemmeno per i rivoluzionari sociali del maggio 1851. Quello che lo separava da loro era la sua idea completamente in contrasto con le soluzioni proposte per la cosiddetta «questione sociale» dal socialismo di Schaper, Moll, Willnich, Engels e Marx, ed inoltre il suo cristianesimo concreto. Sicuramente si è arrabbiato per il tradimento del Re. Ciononostante non crediamo che lui si sia fermato a qualcuno dei tavoli, che i democratici di Colonia avevano allestito presso il «Wallrafsplatz», dunque vicino alla sua casa, e dove ogni passante era chiamato per firmare la petizione che chiedeva al Re di Prussia di fare a meno di richiamare l’odiato principe Wilhelm (più tardi il primo Imperatore tedesco). Reichensperger,[1058] con cui Michels aveva già avuto contatti, attraverso le comuni amichevoli relazioni con Kolping,[1059] venne alla conclusione che la migliore cosa da fare sarebbe stato di mettersi «il più possibile in alto, cioè condividere il punto di vista cattolico», oppure in altre parole «alzarsi sopra la mischia ed avere fede nel buon Dio». Ed anche Michels confidava nel buon Dio, piuttosto che in Friedrich Wilhelm di Prussia da una parte o in Karl Marx dall’altra. La sua partecipazione attiva, dopo la giornata berlinese e i moti di Colonia non è stata più tanto significativa. Nell’anno 1853 Peter Michels divenne membro della prima camera. Per quanto riguarda la sua attività politica locale non sappiamo molto, ed anche quel poco solo per sentito dire.[1060]

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B4.        Gli Ugonotti.

Il bisnonno materno di Anna Michels Schnitzler, madre di Roberto Michels, Johann Heinrich Schmidt, aveva sposato Anna Dorothea Ravené, figlia di Jacques Ravené, imprenditore di Berlino,[1061] di famiglia ugonotta proveniente dalla Lorena.

Gli Ugonotti, protestanti di fede calvinista, erano presenti in Francia a partire dal primo quarto del 1500. Nel 1559 durante il sinodo di Parigi prepararono il loro credo religioso da presentare al Re Francesco II di Valois.[1062] Essi furono da subito soggetti da parte dei cattolici a persecuzioni, che culminarono nella strage della notte di San Bartolomeo del 1572, notte in cui il Re Carlo IX di Valois[1063] fece uccidere sistematicamente i leader protestanti. Sotto il regno di Enrico III di Valois, che successe al fratello nel 1574 e regnò fino al 1589, si verificarono ben quattro guerre di religione tra cattolici ed ugonotti, che terminarono solo con Enrico IV di Borbone.[1064] Il 13 aprile 1598 egli concesse infatti la libertà di culto ai protestanti emanando l'editto di Nantes. Dopo la sua morte riprese la repressione, che culminò con la revoca dell'editto di Nantes da parte del nipote, Re Luigi XIV, che emise il 18 ottobre 1685 l'editto di Fontainebleu, con cui interdiva definitivamente l'esercizio del culto protestante su tutto il Regno di Francia. La maggioranza degli ugonotti, in genere artigiani, agronomi, tessitori, costruttori navali, fuggì dalla Francia, in particolare da Metz in Lorena, rifugiandosi soprattutto in Olanda, Inghilterra e in Germania. Pochi mesi dopo, l'8 novembre 1685 il Principe elettore del Brandeburgo, Friedrich Wilhelm I, firmò l'editto di Potsdam, in risposta all'editto di Fontainebleu, incoraggiando gli ugonotti del Delfinato e della Linquadoca ad emigrare nel suo territorio offrendo loro esenzioni fiscali e libertà di religione, poiché la guerra dei trent'anni e cinque epidemie di peste avevano decimato la popolazione del Brandeburgo, facendo 140.000 vittime. L'opera di accoglimento fu proseguita dal figlio elettore Friedrich III di Brandeburgo, divenuto nel 1701 il primo Re di Prussia, sotto il nome di Friedrich I. A Berlino fu necessario costruire due nuovi quartieri per accogliere i rifugiati, la Dorotheestadt e la Friedrichstadt. La città nel 1697 contava quasi 5000 rifugiati, di cui il 27% di Metz, su 20.000 anime. Gli ugonotti fecero costruire il Duomo francese[1065] nella Friedrichstadt, il Collège Royal, apportarono nuovi mestieri, come la fabbricazione di guanti, di cappelli, l'industria della seta, l'oreficeria, l'orologeria, il giardinaggio, l'arboricoltura, l'orticoltura.

Non è facile esagerare l'importanza ch'ebbe, per lo sviluppo economico della Germania, e massime quella nordica occidentale, l'immigrazione degli Ugonotti francesi, riparati all'estero dopo la revoca dell'editto di Nantes (1685). Voltaire dice assai giustamente di questi réfugiés che essi «allaient porter chez les étrangers les artes, les manufactures, la richesse. Presque tout le Nord de l' Allemagne, pays encore agreste e dénué d'industrie, reçut une nouvelle face de ces multitudes transplantées. Elles peuplèrent des villes entières. Les étoffes, les galons, les chapeaux, les bas, qu'on achetait auparavant de la France, furent fabriqués par elles[1066]».[1067]

Tra gli ugonotti provenienti da Valenciennes e stabilitisi in Renania vi fu anche Isaak Herstatt (1697-1761), nato a Eschweiler presso Aquisgrana.[1068]

Nel saggio Francia e Germania nella storia del 1925, poi ripreso in Francia contemporanea, Roberto Michels descrivendo le origini e le cause dell'antagonismo tra i due paesi nel corso dei secoli, scrive ad un certo punto:

L'origine del tremendo antagonismo che contrassegna i rapporti tra i due paesi franchi si ricollega altresì all'opera fecondatrice di quella colonia di calvinisti francesi emigrati che provocarono ed accompagnarono il primo ingresso della Prussia nella età moderna. Gli Ugonotti sono i veri artefici della Germania nuova.

Riporta R.M. a questo punto l'affermazione di Ettore Rota:[1069]

«Essi hanno liberato lo Stato prussiano di tutti i miasmi delle paludi che infettano la stessa capitale della Marca, come dai microbi dell'ignoranza e della superstizione che tenevano la plebe in uno stato di miseria. Hanno cambiato in giardini le sabbie del Brandeburgo, in palazzi le capanne di Berlino; hanno insegnato le norme di una buona amministrazione, hanno introdotto in Prussia le industrie di Parigi, hanno civilizzato la corte e il clero; hanno